Sicurezza
500 posti di lavoro persi in due anni
Luca Cinotti
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DIFFICOLTÀ. Operai al lavoro in un laboratorio del marmo Le imprese: «Non abbiamo più i blocchi per lavorare»
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SERAVEZZA. Inutile girarci intorno. I numeri fanno paura: dal 2001 al 2008, nel settore del marmo in Provincia, sono andati in fumo oltre 1.200 posti di lavoro. E negli ultimi due anni la situazione è - se possibile - pure peggiore: il distretto apuoversiliese ha subìto un'emorragia di 500 posti di lavoro. «E la stragrande maggioranza - spiega Enrico Profetti, della Fillea-Cgil - riguarda la Versilia». La crisi del lapideo, che poi diventa dramma per i lavoratori e le loro famiglie, è stata la protagonista dell'incontro organizzato alle scuderie Medicee, che ha visto l'intervento di enti, aziende e sindacati. Un evento dal quale non è facile estrarre un pur minimo accenno di ottimismo. «Siamo in crisi da un decennio - spiega il sindaco di Seravezza Ettore Neri -, un po' per "l'attacco" del mondo globale, un po' perché bisogna ripensare il rapporto tra l'ambiente, l'estrazione e le imprese del territorio». Insomma, il problema è sempre, e sempre più, quello dello "scontro" fra chi ha una visione mineraria del lapideo (estraggo il blocco per venderlo grezzo) e chi, invece, vorrebbe puntare sul prodotto lavorato, favorendo i laboratori della zona. Due posizioni che rispondono a nomi e cognomi: la prima fa capo a una visione "carrarina", la seconda è la prediletta della Versilia e della Provincia di Lucca. «Il distretto apuoversiliese ormai sta diventando solo minerario - spiega l'assessore provinciale Francesco Bambini - e viene meno il valore aggiunto». Viene meno, aggiungiamo noi, anche la possibilità stessa di lavorare. Se è vero, come ha fatto presente un imprenditore notissimo, Carlo Baldassari, che «le nostre aziende non riescono più ad approvvigionarsi di blocchi». Un grido d'allarme ripreso e amplificato da Giuliano D'Angiolo, presidente di Cosmave: «Il lavoro ci sarebbe, le commesse riusciremmo a ottenerle. Il problema è avere la materia prima». Anche perché, spiegano gli imprenditori, ormai i blocchi vengono venduti esclusivamente in "partita". Ed è difficile, difficilissimo, anche solo pensare di riuscire a contrattare. Anche perché il prezzo di un blocco per una piccola ditta risulta essere molto più alto di quello della pietra destinata all'importazione. Da più parti, fra i presenti alle Scuderie medicee, si è fatta largo l'idea di un blocco delle importazioni del materiale. Una possibilità stroncata sul nascere dal presidente del distretto apuoversiliese Nicola Lattanzi. Che punta su altri concetti, altre parole d'ordine: «Bisogna rendersi conto che la filiera è cambiata, non possiamo rimanere ai tempi d'oro di trent'anni fa. Lo scambio internazionale serve, non si può più pensare "scavo qui, lavoro qui e vendo nel mondo". Piuttosto bisogna investire sulla tecnologia. E servono regole chiare, da parte delle amministrazioni, sulle concessioni». Un punto che chiama in causa direttamente il parco delle Apuane, nel cui territorio ricadono le cave versiliese (ma non quelle carrarine). Da parte sua, Neri ha risposto con accenti leggermente diversi: «Non ci dobbiamo iscrivere né nel club di chi darebbe mano libera all'escavazione, né in quello di chi chiuderebbe tutte le cave». Sullo sfondo, poi, il grande scontro fra Lucca (intesa come Garfagnana e Versilia) e Carrara: una disputa che - di fatto - sta bloccando l'attività del distretto. Che sarà pur vero, come dice Lattanzi, che «non può avere altri poteri che quello di coordinamento, di "moral suasion"». Ma che - di fatto - rischia di vedersi espropriato anche di questo, visto che le divergenze fra le parti in causa hanno impedito anche la prevista convocazione, a metà ottobre, degli "Stati generali del marmo". Fra i punti sul piatto del distretto, quello del marchio, con la fuga in avanti del consorzio di industrie carrarine. Una situazione che non va giù a Bambini: «Se non si va avanti col distretto, affrontando in quel luogo questi problemi, dovremo prendere noi da soli alcune decisioni importanti». Un (per ora) flebile rintocco di campana per il distretto.
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