Sicurezza
Truffa il fratello: condannato
Luca Cinotti
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PROCESSO. Boragine e la cava Piastranera Imprenditore del marmo aveva sfruttato illegalmente una cava
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STAZZEMA. La telenovela della dinastia del marmo è arrivata all'ultima puntata. Almeno nelle aule di giustizia. Giuliano Pocai, storico imprenditore del lapideo, è stato condannato dal giudice Gerardo Boragine a sette mesi di reclusione e 200 euro di multa per truffa ai danni del fratello Alberto (che si era costituito parte civile) e per falso. La cava contesa. Tutta la vicenda ruota intorno alla cava Piastranera, giacimento della preziosa pietra del Cardoso. Nel 2003 Giuliano Pocai sottoscrive con il Comune di Stazzema un contratto per l'affitto del 50% del sito estrattivo in mano all'amministrazione pubblica. Per far questo avrebbe presentato una dichiarazione sostitutiva nella quale sosteneva di essere l'unico proprietario dell'altra metà della cava. E qui nascono, secondo la ricostruzione della Procura accettata dal giudice, i reati contestati a Giuliano Pocai: Piastranera, infatti, era per metà del Comune, per il 29% dell'imputato e per il restante 21% del fratello Alberto. Pietra preziosa. Con il contratto del comune in mano, Giuliano Pocai cominciò a sfruttare la cava. Che è in grado di assicurare pietra di alta qualità, probabilmente una delle migliori di tutte le Apuane. «Ma in quel contratto - ha spiegato nella sua testimonianza il fratello Alberto - non è stato mai detto che una parte della cava era mia. E così mio fratello ha ottenuto l'autorizzazione a scavare e ha estratto centinaia di blocchi senza che a me venisse un euro in tasca». E di euro ne dovevano arrivare tanti, al signor Alberto. Secondo le stime del perito, almeno 183mila. Per tre anni Pocai provò ad accordarsi con il fratello: «Mi sono limitato a chiedere quanto mi spettava secondo le regole di questo settore. Ovvero essere liquidato per la mia parte con il bene in natura, quindi con una percentuale di blocchi». Naufragata la trattativa, Alberto Pocai fece partire l'esposto in Procura. Il falso. Giuliano Pocai è stato condannato anche per il reato di falso. Tecnicamente si tratta di falso per induzione: sostanzialmente, presentando la dichiarazione sostitutiva, ha indotto in errore il comune di Stazzema, che ha emesso un'autorizzazione che non aveva alcuna base di legittimità. Il risarcimento. Giuliano Pocai dovrà anche rifondere i danni morali al fratello Alberto: così ha deciso il giudice Boragine, prevedendo però che la quantificazione venga fatta con un procedimento a parte. Non è stata invece accettata la richiesta dell'avvocato di parte civile, Flaviano Dal Lago, che aveva chiesto di subordinare la sospensione della pena al pagamento dei danni da parte dell'imputato. Il documento fantasma. Tutto finito, dunque? Come in ogni telenovela che si rispetti i colpi di scena non mancano. Ancora non è dato sapere, infatti, cosa ne è stata della dichiarazione sostitutiva presentata da Giuliano Pocai al comune di Stazzema e poi andata smarrita. Un foglio centrale in tutta la vicenda, che nessuna parte ha mai prodotto e per il quale il giudice dispose la ricerca da parte della polizia giudiziaria. Una ricerca che, però, si è rivelata vana.
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