Toscana
Le nostre famiglie falcidiate dai tumori
Matteo Tuccini
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IMPIANTO. Linceneritore del Pollino Sotto, il cartello con la comunicazione del sequestro Viaggio al Pollino: «Tutti qui hanno perso un loro caro. L'inceneritore? Chiudetelo»
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PIETRASANTA. «Certe notti mi sveglio e penso alle famiglie che abitano vicino a casa mia. Faccio i conti di chi è ancora vivo e chi no. E tutte le volte concludo, con angoscia, che ogni famiglia ha la sua vittima». Non è il racconto di un reduce che abita in una città bombardata. Valerio Baldacci vive al Pollino, profonda campagna pietrasantese. Strade contorte e sterrate, poche case, numeri civici seminascosti. Valerio, assieme al fratello Vincenzo, gestisce il ristorante Mamma Enza, anche se qui lo chiamano la Capannina. La loro è una delle famiglie falcidiate dal killer più temuto da queste parti: il cancro. Un tumore alle ossa ha portato via loro padre, uno al cervello ha rapito la mamma. Entrambi all'età di 67 anni. Come i Baldacci, la stragrande maggioranza della gente che vive in zona ha perso un proprio caro per colpa di un tumore. Genitori, figli, fratelli, sorelle, zie. Sessantenni o trentenni, non fa differenza. Persino bambini. Di recente una famiglia ha perso una piccola di neanche 2 anni. Tanti i casi di tumore al polmone, ma sono numerosi anche quelli alla mammella, così come i linfomi. E l'aspetto più inquietante è che tutto avviene nel giro non di pochi chilometri, ma di pochi metri. Via del Padule, via Traversagna, via Pagliaio, via dell'Arginvecchio: sono questi i confini di un massacro che dura da 30 anni e che continua. E che fa dire a questa gente semplice: qualcuno si prenda la briga di chiudere definitivamente l'inceneritore di Falascaia. Già, perché tutti - quando ti parlano dei loro morti - si girano verso il termovalorizzatore, ora spento per le indagini in corso (una sugli scarichi nel Baccatoio e una sugli sforamenti delle emissioni). Lo chiamano "mostro", anche se poi ammettono che non si possono dare tutte le colpe all'impianto. Ma si domandano, con decisione, perché nessuno li ascolti o dia loro delle risposte su eventuali danni causati dalla diossina e dai metalli. Risposte che, se non possono restituire chi se ne è andato per sempre, potrebbero far guardare al futuro con meno angoscia. «Ci hanno sempre detto che l'inceneritore non c'entra con i tumori - afferma Patrizia Navari - anni fa, ai tempi del vecchio impianto, ogni sera vedevamo le fiamme alte dei rifiuti che venivano bruciati. E la mattina il cielo era nero per la cenere. Ma nessuno se ne preoccupava. Poi hanno costruito il nuovo impianto: "Una cosa buona", ci dissero. Eppure i decessi sono continuati». Patrizia ha perso la sorella Rina e la zia paterna Giorgia, entrambe uccise dal cancro alla mammella. «Anche un'amica - ricorda - aveva 30 anni e stava allattando i suoi bellissimi gemelli quando ha scoperto di avere un tumore al seno». Tutte abitavano in via dell'Arginvecchio, a due passi dalla casa di Patrizia in via del Padule. Qualche decina di metri più in là c'è la casa di Flora Moschetti. Una villetta accogliente, dove si apre la porta volentieri a chi arriva per fare due chiacchiere. Persino all'ora di pranzo. «Mio marito Paolo si è ammalato nel 1990 ed è morto nel 1992, a 55 anni - racconta Flora - prima di lui avevo perso papà Floro, nel 1982. Tutti e due sono scomparsi per un tumore al polmone. È vero, fumavano. Ma i dubbi non mi sono mai andati via». I dubbi. Sono gli stessi dei fratelli Baldacci, tra i più bellicosi. «Sono nato e cresciuto qua - dice Valerio - da 20 anni lotto contro gli inceneritori. Ci hanno avvelenato. E voglio proprio sapere con che coraggio riapriranno l'impianto».
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