Il Tirreno

Versilia

La protesta di un'ostetrica «Cacciata dalla sala parto come una rompiscatole»

<b>NASCITE. </b>Neonati in un ospedale (Foto d&#146;archivio)
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NASCITE. Neonati in un ospedale (Foto d’archivio)

La donna, libera professionista, voleva essere presente per dare conforto a una sua paziente: «L'Asl chiarisca»

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 VIAREGGIO. Buttata fuori dalla sala parto come una parente rompiscatole, e non come una professionista. Senza capire il perché. È perplessa Rachele Sagramoso, ostetrica che lavora in proprio, e che aveva accompagnato una sua paziente in travaglio all'ospedale Versilia. Ricevendo il benservito dal personale di turno. E ora si chiede «quali siano i protocolli in vigore per le nascite».  Perché, dice, le è stato impedito di fare il suo mestiere. «Cioè aiutare una donna a far nascere suo figlio».  La questione dell'accesso alle sale parto per i medici e le ostetriche esterni all'Asl era stata sollevata dal dottor Alvaro Marchetti, ginecologo ed ex primario di ostetricia-ginecologia al Versilia. Marchetti aveva parlato di un ostracismo nei confronti di questi liberi professionisti. Che non possono - per ovvi motivi - "contribuire" al lieto evento: a quello pensano medici e ostetriche di turno in quel momento all'ospedale. Ma agli esterni - secondo Marchetti - viene impedito anche di essere presente. E Rachele Sagramoso sostiene di aver vissuto in prima persona questo ostracismo. Con una postilla: poco tempo dopo, in un caso simile le è stato consentito di partecipare. «E assicuro che in quel parto non ho creato alcun problema - racconta - anzi scherzavo con le colleghe...».  «Si allontani». «Prima del termine della gravidanza che seguivo - racconta Rachele Sagramoso - avevo inviato una lettera al direttore sanitario e al primario di ginecologia». In questa lettera chiede di «sapere se, dopo aver seguito una donna durante tutta la gravidanza, mi è possibile accompagnarla (insieme o meno con il partner) in sala parto. Ciò non per intervenire sul lavoro del personale ospedaliero, o tanto meno per ostacolarlo, ma solo per terminare un percorso iniziato con la gravida, che ovviamente ha riposto in me, per nove mesi, tutta la sua fiducia».  Ebbene, dall'Asl - secondo l'ostetrica - non arriva alcuna risposta. Nel frattempo la paziente arriva al dunque. «Arriviamo in ospedale verso le 11,30. Qui, dopo un breve colloquio, la collega ostetrica di turno mi dice che "mi ha nel cuore" ma devo allontanarmi dalla sala travaglio-parto. Vado in sala d'aspetto e attendo con gli altri parenti di rivedere la neomamma e il neonato, senza poter dar loro il contributo di serenità che con la sola presenza avrei potuto dare. Non solo: quando la rivedo, la prima cosa che mi dice è: "Perché non sei entrata?". Una beffa. Anche perché a suo modo ha ragione: non ho concluso con lei il percorso professionale e umano iniziato».  A quel punto Rachele Sagramoso riscrive all'ospedale. «Nessuna risposta, neanche stavolta - dice - e poche settimane dopo, tornata al Versilia per un altro parto, con mia grande sorpresa mi viene consentito di assistere all'evento. E ora chiedo che mi spieghino quali siano i protocolli in vigore per le nascite».

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