Sicurezza
Lo storico Carlo Alberto Di Grazia chiede buon senso, per Muzio Gianni invece bisogna essere rigidi
La cartapesta non deve sparire
Simone Perotti
La ditta del polistirolo che lavora coi carristi fattura oggi 100mila euro
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VIAREGGIO. Volendo parafrasare una canzone dei Ricchi e Poveri, «che sarà, che sarà della cartapesta, chi lo sa». Fondazione Carnevale e costruttori, i soggetti che hanno deciso per l'abolizione della norma che imponeva il 70% di cartapesta sui carri, hanno più volte assicurato che la carta a calco rimarrà. Eppure c'è anche chi si mostra perplesso: già negli anni passati, infatti, alcuni carristi sono finiti nell'occhio del ciclone per aver portato sui viali a mare opere con poca cartapesta e tanto, troppo polistirolo (per la cronaca la Polistirolo Italia, ditta di Porcari, incassa ogni anno 100mila euro dai carristi viareggini). Il confronto tra tradizionalisti ed innovatori del Carnevale continua a tener banco. Ma c'è anche qualcuno che, più semplicemente, invoca una giusta via di mezzo. E questo è il caso di Carlo Alberto Di Grazia, vicesindaco della prima giunta Marcucci e, soprattutto, noto storico del Carnevale: «Personalmente non ho paura dell'avvento di altri materiali, però non voglio nemmeno che vada a finire l'arte della cartapesta - è la posizione di Di Grazia - niente limiti eccessivi e, al tempo stesso, niente ultraliberismo». Sia i carristi sia Alessandro Santini, presidente della Fondazione, sottolineano come fosse impossibile misurare queste percentuali e, dunque, comminare eventuali multe ai furbetti. «Vero, questo era il limite della norma. E infatti il vincolo non dovrebbe essere di natura tecnica, bensì morale: l'anima del Carnevale è la cartapesta e tutti i carristi, bene o male, dovrebbero attenercisi». Questo non significa, però, chiudere le porte a eventuali sperimentazioni: «L'innovazione ci vuole, altrimenti non si possono percorrere altre strade - prosegue Di Grazia - anzi, negli anni Venti la carta a calco sostituì il gesso e la juta, materiali con cui si costruivano i primi carri, perché li rendeva più leggeri e consentì di introdurre i movimenti. Il futuro non è mai sondabile e magari troveremo pure un nuovo elemento che manderà definitivamente in pensione la cartapesta: fino a quel momento, però, dovremo continuare a costruire i carri con ferro e giornali». Muzio Gianni, presidente dell'Assorioni, non vuole invece mezze misure: «Cosa significherebbe questa postilla nel bando di concorso, dove si imporrebbe che la cartapesta deve restare il materiale principali? Ci vuole più chiarezza, altrimenti si generano polemiche inutili. O si fa tutto o non si fa niente». Detto questo, «nel corso della storia i carristi hanno spesso usato materiali alternativi, ma la cartapesta non è mai scomparsa. Anche perché un conto è fare una struttura, ad esempio, in polistirolo o vetroresina, altra cosa sono i movimenti». E poi in certi casi la novità (vedi il pelouche del gatto Mao) costava di più della tradizionale cartapesta. Non era quindi un'operazione da furbetti, fatta solo per risparmiare. Simone Pierotti
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