Sicurezza
«Me l'hanno ammazzato di botte»
dal nostro inviato
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Da sinistra la mamma di Daniele, Cira Antignano con il console a Nizza e a destra in attesa con il fratello Marco davanti lobitorio Sotto, la mamma con il medico legale Lorenzo Varetto La madre vede il corpo del figlio e lancia accusa contro i francesi
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NIZZA. «Me lo hanno ammazzato, me lo hanno ammazzato». Cira Antignano, in cuor suo, adesso non ha più dubbi. Se fino a lunedì quello che nutriva era soltanto un sospetto che la tormentava, da ieri - quando dopo cinque giorni dal decesso ha finalmente potuto rivedere suo figlio - è diventata una certezza. «Daniele è stato picchiato. Aveva il naso tumefatto, gonfio, con un ematoma, una macchia marrone, proprio sul dorso. E poi sulla guancia destra la pelle era striata di rosso e di bianco, come se avesse ricevuto uno schiaffo violento. Purtroppo ho già avuto modo di vedere cadaveri di persone morte per infarto. E sono certa che quello di Daniele non era il volto di una persona stroncata da un malore al cuore. Me lo hanno ammazzato in quel carcere maledetto...» Non tutto quadra, però, nel racconto di Cira Antignano. Ieri mattina alla donna è stato concesso dalla Procura della Repubblica di Grasse - la cittadina della Costa Azzurra dove ha sede il penitenziario in cui è morto il figlio trentaseienne - di entrare poco prima che iniziasse l'autopsia nella stanza del reposaire di Nizza dove è stato conservato il corpo in questi giorni. Un «atto umanitario» - come ha sottolineato la magistratura transalpina - che in Francia è una eccezione. E insieme alla madre è potuto entrare nella stanza mortuaria anche Tiziano, il fratello maggiore di Daniele. Che più che di un ematoma, parla invece di una crosta sul naso. «Ma anche lui è certo che sia stato picchiato», sottolinea Cira Antignano. Ci sono poi altre cose che non convincono i familiari della vittima (ieri, oltre a Maria Grazia Biagini, cugina di Cira, sono arrivati dall'Italia per l'autopsia anche Marco Antignano, zio di Daniele, con la moglie Maria D'Onofrio). «Quando ci hanno mostrato il corpo, mio figlio aveva visibile soltanto una parte del volto. Sulla parte sinistra della testa avevano infatti sistemato una sorta di grossa busta bianca, mentre dal collo in giù era completamente coperto da un lenzuolo. Perché, mi chiedo? E ancora. Il personale dell'obitorio mi ha espressamente impedito di toccarlo. Come mai? Ci sono troppe cose che non quadrano. E tutto lascia pensare all'atteggiamento di chi vuol nascondere qualcosa». Molto più cauto sulle cause della morte di Daniele Franceschi è invece il dottor Lorenzo Varetto - medico legale torinese già in passato professionalmente legato a fatti di cronaca importanti come il delitto di Garlasco - che, scelto sia dalla famiglia che dal consolato italiano a Nizza come perito di parte, all'ultimo momento non è stato ammesso ad assistere all'autopsia su decisione del Procuratore di Grasse. «Purtroppo non mi è stato permesso di esaminare la salma - spiega nella sala di rappresentanza del consolato italiano di Nizza - e dunque qualsiasi conclusione fatta sulla base delle sole descrizioni dei familiari che hanno potuto vedere il corpo di Daniele è necessariamente azzardata. Al di là del fatto che la macchia marrone sul naso fosse effettivamente un ematoma e non una crosta, certi coaguli di sangue possono insorgere anche post mortem e dunque non essere necessariamente legati ad un episodio di violenza. A mio giudizio, visto che qui non è stato possibile farlo, per poter avere maggiori elementi di certezza sarebbe opportuno ripetere l'autopsia al rientro del corpo in Italia. Ma per far questo occorre che a disporre l'esame sia la magistratura del nostro paese». Una cosa, pertanto, sembra ormai certa. Malgrado da ieri la salma - una volta ultimata l'autopsia - sia stata restituita formalmente alla famiglia, i tempi dei funerali sembrano inevitabilmente destinati a prolungarsi. E non di poco. Claudio Vecoli
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