Il Tirreno

Versilia

Depresso, ma con la pistola in casa

<b>L&#146;OMICIDA E LE VITTIME.</b> Da sinistra: Paolo Iacconi, Luca Ceragioli e Jan Hilmer A destra: l&#146;insegna della Gifas
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L’OMICIDA E LE VITTIME. Da sinistra: Paolo Iacconi, Luca Ceragioli e Jan Hilmer A destra: l’insegna della Gifas

Paolo Iacconi aveva tentato il suicidio due volte. Aperta un'inchiesta

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 VIAREGGIO. Un uomo apparentemente normale che, in realtà, celava un profondo malessere. Ineccepibile, secondo i vicini di casa, educato e riservato, caduto in profonda prostrazione dopo aver perso il lavoro. Un uomo che neppure l'ultima volta che ha salutato i genitori ha lasciato presagire qualcosa: «Vado a un colloquio di lavoro a Padova», ha detto venerdì ai familiari prima di partire per Massarosa.  E' stata la sorella Roberta, quarantatré anni, a ricostruire l'ultima mattinata a Sacile di Paolo Iacconi, cinquantuno anni, ex rappresentante per il Trentino Alto Adige della Gifas Electric. Ieri poco prima delle 9 la rassicurazione del fratello: «Vado a Padova per un colloquio di lavoro». Forse nella famiglia si è alimentata la speranza che la vita dell'uomo potesse rivolgere al positivo, dopo mesi neri, di disoccupazione e malessere. «Invece - racconta la sorella con gli occhi lucidi - non era così». Aveva appreso quanto accaduto da pochi minuti, da due agenti della squadra mobile della questura di Pordenone, che l'hanno sentita con discrezione, assieme ai genitori, per tre ore.  «Da undici mesi - aggiunge la sorella - Paolo era disoccupato, dopo un periodo di cassa integrazione. Non era stato con le mani in mano, si era dato da fare per cercare una nuova attività». Non aveva neppure escluso di riallacciare i rapporti con la sua ex azienda: «Non ha mai parlato male della sua attività, delle persone con le quali aveva a che fare», conferma la giovane polacca Anna, fidanzata con Paolo da un paio di anni.  L'ex rappresentante viveva solo, in un appartamento al primo piano di una palazzina a Sant'Odorico di Sacile. Un quartiere con neppure dieci anni di vita, dove pochi si conoscono, ma tutti si salutano. Nella stessa palazzina abitano anche la sorella e gli anziani genitori: Fulvio, già tramviere a Genova, ora pensionato, così come la moglie Fiorella Zaia, casalinga per una vita, venerdì visitata dal medico di fiducia dopo avere appreso la notizia della morte del figlio. Si erano trasferiti nel quartiere di Sacile nove anni fa, dopo avere abitato per oltre vent'anni a Caneva, cittadina pedemontana a pochi chilometri di distanza e, ancora prima, a Genova. Una vita normale, anche per Paolo, incensurato. Recentemente, però, non erano mancati stati di disagio: dal 2006 al 2009 era stato in cura al centro di salute mentale di Pordenone e in quel periodo erano stati disposti anche un paio di ricoveri ospedalieri. Nel 2007, poi, aveva tentato in ben due circostanze di togliersi la vita. Ma nulla avrebbe lasciato presagire episodi di violenza contro altre persone, tanto più che lo scorso anno i medici che lo avevano in cura lo avevano giudicato «tecnicamente guarito».  «Si trovava bene qui - racconta la sorella - e cercava un lavoro. Evidentemente si era tenuto tutto dentro». qualche giorno prima di quel maledetto venerdì avrebbe "strappato" un appuntamento ai suoi ex datori di lavoro, anticipando che avrebbe voluto aprire una sede staccata nel Nordest. «Sapevo che aveva contatti con una ditta di Padova», ricordano i familiari, ai quali, appunto, forse per non destare preoccupazione, aveva parlato di un colloquio di lavoro in Veneto.  E adesso, «siamo attoniti, allibiti. Cosa volete, non ce la saremmo mai aspettata», commenta lo zio Alfeo Zaia. ALTRO SERVIZIO A PAG. 4

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