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Mario Francesconi festeggia con una mostra i suoi cinquant’anni con la pittura
«Io, l'arte e Viareggio»
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CON GARBOLI... Una bella immagine di Mario Francesconi con Cesare Garboli: i due si sono frequentati a lungoSempre in viaggio, ma con un biglietto di ritorno in tasca
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FIRENZE. Mezzo secolo d'arte. È un anniversario importante quello che festeggia in questi giorni Mario Francesconi, viareggino anomalo ma autenticamente affezionato alla sua terra, uno dei nomi più apprezzati nel panorama artistico italiano. A questi cinquant'anni trascorsi fra pennelli e colori, la Provincia di Firenze, insieme al Gabinetto Viessieux, ha voluto dedicare Viaggio 1960-2010, una mostra che si è aperta ieri pomeriggio a Palazzo Medici Riccardi - prestigiosa sede espositiva fiorentina a due passi dalla cupola del Brunelleschi e dalle Cappelle Medicee in San Lorenzo - e che resterà aperta fino al 15 luglio. Cinquant'anni nell'arte. Un viaggio, come suggerisce il titolo della mostra... «Personalmente vivo nella vaghezza. Sono sempre presente e sempre scappo. Di me non ho mai lasciato un segno. Questa mostra forse aiuta a mettere qualche punto fermo, anche se il viaggio continua. Ma non è stato facile selezionare le opere da esporre a Palazzo Medici Riccardi. Si dice che un quadro è come un figlio: non è vero. Direi che il paragone più adatto è quello con i balocchi dei bambini dai quali non ci si vuol mai staccare. Magari vengono riposti in un angolo per mesi, poi però si torna a giocarci. Ebbene, per me è stato un tormento dover scegliere cosa esporre e cosa no, quasi una forma di benevola violenza fisica. E fino all'ultimo ho aggiunto e tolto qualcosa. Alla fine sono più dispiaciuto per ciò che non è esposto che felice per ciò che è in mostra». Anche la sua vita è stata a lungo un viaggio. Roma, Firenze, Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam, gli Stati Uniti. Ma sempre con un biglietto di ritorno per Viareggio. «Viareggio per me è sempre stato un luogo dove fare ritorno. Senza Viareggio non sarei quello che sono. E qui continuo a rifugiarmi frequentemente, nella solitudine della mia casa di Montigiano - sulle colline di Massarosa - da cui ci si affaccia sul lago di Massaciuccoli e da dove si gode un panorama spettacolare. Qui mi aspettano i miei quattro cani ai quali sono profondamente affezionato, qui ho realizzato un giardino d'inverno nel quale mi piace immergermi. E qui, naturalmente, amo dipingere». La pittura: un'attività che divide anche con Firenze. «Da tempo ho uno studio nel centro di Firenze, in via Maggio, non lontano da Palazzo Pitti. Più che uno studio, direi che sono stanze che riempo di mie opere. Talvolta per il caos che vi regna è perfino complicato entrarci, in quelle stanze...» Firenze è una città alla quale è molto legato. «Firenze mi ha aiutato a crescere. Qui venivo ad ammirare Piero della Francesca o il Pontormo. Con un caro amico, Venturino Venturi, andavamo insieme a gustarci i capolavori del Masaccio: ricordo che dal priore della chiesa di Loro Ciuffenna, nell'Aretino, ci facevamo dare la chiave della chiesa e ce ne stavamo per ore ed ore in silenzio a contemplare i suoi dipinti. A Firenze poi abitavano grandi amici come Mario Luzi o Giovanni Michelucci». A proposito di personaggi, da Sciascia a Zavattini, da Pasolini a Sofri, lei ha conosciuto moltissimi protagonisti della cultura italiana. E anche viareggina. «Anche noi a Viareggio avevamo il nostro Quarto Platano. Ed era il bagno Nettuno. Qui ci ritrovavamo ad esempio con Mario Marcucci e Mario Tobino. Dopo aver fatto quattro passi sul molo o in Passeggiata, ci sedevamo ad un tavolino, giocavamo a carte e parlavamo di tutto: pittura, letteratura, politica. Era il nostro piccolo cenacolo sul mare». Le faccio qualche altro nome: Cesare Garboli e Manlio Cancogni. «Due personaggi affascinanti che è stato un privilegio conoscere ed ancor più poter annoverare fra gli amici. Con loro è sempre stato stimolante discutere di qualsiasi argomento». Adesso lo faccia lei un nome che lega alla Versilia. «A sorpresa le dico Chet Baker, il grande musicista jazz. L'ho frequentato quando usciva dal Bussolotto, il privée della Bussola, dove si esibiva in estate. Andavamo insieme sulla spiaggia a farci lunghe passeggiate in riva al mare. Era un personaggio di grande carisma». La sua è stata - ed è tutt'ora - una famiglia che si è legata al Carnevale di Viareggio: Francesco, suo padre, costruiva carri; lei ha realizzato per alcuni anni delle mascherate; suo figlio Gionata è uno dei costruttori più apprezzati fra quelli in attività. «Il Carnevale? È stata la rovina della nostra famiglia... Battute a parte, ricordo ancora quando feci vedere una fotografia di Follie di Broadway, un carro realizzato nel 1938 da mio padre, ad un grande architetto come Michelucci. Ne rimase assolutamente impressionato. E questo la dice lunga sulle potenzialità del Carnevale». Cinquant'anni d'arte. E poi? «E poi il viaggio continua. La prossima tappa? Probabilmente a Parigi, dove forse sarà allestita la mia prossima mostra». Claudio Vecoli
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