Il Tirreno

Versilia

Joubert, il giallo della macchia

<b>TRAGEDIA.</b> Il luogo ai piedi della barca dove cadde il marinaio sudafricano
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TRAGEDIA. Il luogo ai piedi della barca dove cadde il marinaio sudafricano

I difensori: era sulla murata, poteva essere sangue. Dubbi sulla ricostruzione

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 VIAREGGIO. Cosa è successo sul ponte del "Romanza" poco prima della caduta fatale del marinaio Joubert Thomson? La risposta sembra essere sempre più complicata: nell'ultima udienza del processo ha fatto la sua "apparizione" una macchia che potrebbe essere sangue.  Una macchia che non era in posto qualsiasi: si trovava, infatti - come ha spiegato un agente della scientifica intervenuto per i rilievi - sulla murata di prua, in corrispondenza del punto da dove (con tutta probabilità) cadde nel febbraio 2007 il giovane sudafricano.  Un punto sottolineato soprattutto dall'avvocato Andrea Bagatti, che difende Attilio Fornile e Mohamed Sai, rispettivamente titolare e dipendente dell'Euroservizi 2001, la ditta che montò il ponteggio intorno alla barca. Dall'esame del teste è emerso che «la traccia venne acquisita ma non analizzata». Rimane, dunque, un dubbio sulla natura della macchia. Ma tanto basta perché le difese mettano anche questa carta sul piatto del processo, che vede come altri imputati il capitano dello yacht James Verity e Bartolomeo Giangrasso, dipendente Azimut (il cantiere che aveva commissionato i lavori, svolti presso l'area di Polo Nautico).  Tutto può servire, infatti, per instillare nella mente del giudice il "ragionevole dubbio" che può segnare il discrimine fra assoluzione e condanna. E di dubbi, in questa storia, ce n'è più d'uno. Già era emerso, infatti, il mistero del "secondo uomo": quello che, stando ad alcuni verbali resi di fronte alla polizia giudiziaria stava lavorando con Joubert sul ponte. Testimonianze che poi, però, non sono state confermate in aula.  E - di mistero in mistero - c'è anche la contraddizione emersa in aula fra due dipendenti di Azimut-Benetti. Secondo il primo, il responsabile del servizio prevenzione e protezione, Leonardo Raffaelli, a bordo del Romanza «non c'erano membri dell'equipaggio», almeno quando l'uomo salì sul motoryacht per un sopralluogo. Versione capovolta dall'ingegnere Silvana Mariotti. Che ha raccontato come, anche con lo scafo tirato in secca, i marinai (una decina in tutto) rimanevano a bordo, occupandosi dei lavori di manutenzione. Una contraddizione rilevata dal pubblico ministero Sergio Garofalo, che ha anche chiesto alla Mariotti se la "promiscuità" fra le ditte appaltatrici dei lavori e l'equipaggio, dopo l'incidente mortale, sia stata in qualche maniera regolata da Azimut Benetti. «Le persone dedicate alla sicurezza - ha risposto Mariotti - stanno cercando di limitare la presenza di personale estraneo, come l'equipaggio, durante i lavori».  Una conferma implicita di come, a bordo del Romanza, non mancava un po' di "confusione": anche se non lavoravano tutte contemporaneamente, infatti, erano ben 13 le aziende che avevano ricevuti subappalti per i lavori di ripristino.  Il giudice Gerardo Boragine ha rinviato il processo al 12 di maggio. L.C.  

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