Il Tirreno

Versilia

29 giugno

«Nel mondo che vorrei c'è giustizia»

Donatella Francesconi
«Nel mondo che vorrei c'è giustizia»

«Nel mondo che vorrei non dovrei stare trentadue ore davanti ad un Tribunale per sperare di avere giustizia». Nel mondo che vorremmo insieme ad Andrea Maccioni, sua sorella Stefania con i piccoli Luca e Lorenzo giocherebbero al sole nel parco giochi davanti casa. Quella casa che non c'è più

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VIAREGGIO. «Nel mondo che vorrei non dovrei stare trentadue ore davanti ad un Tribunale per sperare di avere giustizia». Nel mondo che vorremmo insieme ad Andrea Maccioni, sua sorella Stefania con i piccoli Luca e Lorenzo giocherebbero al sole nel parco giochi davanti casa. Quella casa che non c'è più, dalla maledetta notte di gas e fuoco che si è portata via le facce belle dei bimbi Piagentini, la loro mamma ed altre 29 vite per un totale di 32 morti.  «È stata una bomba, una bomba». Ragazze spagnole in gita tra le mura di Lucca e la sua arte. Guardano i manifesti, l'italiano non lo sanno. Non sanno che la bomba viaggiava sui binari, sotto forma di un treno che alla partenza, da Trecate, «non presentava alcuna anomalia» come ha dichiarato l'amministratore delegato di Fs, Mauro Moretti, in un'audizione in Senato tre giorni dopo il disastro. Tre giorni che fanno, ormai, nove mesi. Ed un'intera città che da allora non ha smesso di chiedere verità e giustizia. «Mi sembra una lotta contro il nulla», è ancora la voce di Andrea Maccioni. Se gli chiedete come si sente ogni mattina nella quale si alza e vede suo cognato che lotta con le ustioni e suo nipote Leonardo senza mamma e fratellini, lui risponde con una sola parola: «Arrabbiato». Proprio così. Marco non dice parolacce. La dignità con la quale si porta appesa al collo la foto di sua sorella con i bambini, sorridenti e ignari, paralizza. «Nel mondo che vorrei cose come quella successa a Viareggio non accadrebbero».  Al presidio in piazzale San Donato, davanti ad uno degli ingressi del Tribunale di Lucca, si raccolgono le firme per chiedere le dimissioni di Mauro Moretti. Rolando Pellegrini abitava in via Ponchielli. Ma da nove mesi vive, insieme alla moglie, in un ex studio medico di dimensioni minuscole, alloggio di fortuna trovato dal Comune nei giorni successivi al disastro. Firma la richiesta di dimissioni, poi posa la penna e chiede: «Posso prendere i moduli? Voglio raccogliere altre firme, in tanti mi hanno dato la disponibilità».  Attaccato ad uno striscione c'è un cartello che riassume la rabbia e le sgomento dei sopravvissuti e di chi piange i propri cari: «Spiacevole episodio è una definizione che ha offeso il nostro dolore». Il riferimento è all'audizione di Moretti del febbraio scorso, davanti all'ottava commissione del Senato. Una frase di troppo - spiegano i parenti delle vittime - «che niente può cancellare».  Passano i politici. Manuela Granaiola, senatrice Pd ed Eugenio Baronti, assessore regionale uscente, firmano la richiesta di dimissioni. Mentre Andrea Antonioli, per la Cgil Versilia, chiede: «L'inchiesta passi da Lucca alla Procura generale della Toscana. Alla quale chiediamo di avere maggior coraggio».

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