Italia
«Spiegatemi perché è morta»
Claudio Vecoli
◗
Le condizioni di mia sorella sono peggiorate nei pochissimi giorni in cui è stata ricoverata all'ospedale Versilia
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VIAREGGIO. «Non riesco a capire, non riesco proprio a capire. La sera prima Elisa aveva soltanto un po' di febbre. E invece non è arrivata al mattino seguente...». Wilmer è il fratello di Elisabeth Silva. Per quasi sei mesi è stato a fianco della sorella facendo la spola fra Viareggio e l'ospedale di Cisanello. Una missione, la sua. Tanto da lasciare il lavoro che aveva trovato a Firenze («Ho chiesto il congedo per calamità all'azienda della quale ero dipendente», racconta) per poterle stare ancor più vicino. Del resto nella casa di via Ponchielli in cui la sorella viveva in affitto, quella sera maledetta doveva esserci anche lui. «Persi il treno per Viareggio e restai a Firenze. Altrimenti sarei morto anch'io. Insieme a lei e insieme ai quattro amici che dividevano con lei la casa».
Adesso la sua Elisabeth non c'è più. A poco meno di sei mesi di distanza dal 29 giugno, quando la strada di una lenta guarigione sembrava definitivamente imboccata, si è arresa. E Wilmer non riesce a farsene una ragione. «I medici mi hanno parlato di un'ischemia polmonare. Una complicazione imprevista. Adesso aspettiamo l'autopsia per capire cosa è successo davvero».
A Wilmer, però, qualcosa non torna. E, insieme al dolore, non nasconde anche la propria rabbia per una morte che sembra difficilmente comprensibile. «Qualcuno dovrà spiegarmi cosa è successo», ripete. Il «buco nero» da chiarire riguarda soprattutto il trasferimento di Elisabeth dello scorso settembre dal centro grandi ustioni di Cisanello all'ospedale Versilia, prima tappa di un viaggio che avrebbe dovuto riportarla a casa. «In quei pochi giorni al Versilia me l'hanno nuovamente rovinata. Era stata trasferita da Pisa in netta ripresa. Non appena ha messo piede all'ospedale di Lido di Camaiore è immediatamente regredita. La medicavano senza sedarla, le hanno riaperto le ferite e in quei pochi giorni è come se fosse tornata indietro di mesi». Tant'è che nel giro di poco è stata nuovamente trasferita a Pisa. Dove ieri è morta. «Mi sono rivolto ad un avvocato e adesso si occuperà lui della cosa. Ma voglio capire perché mia sorella è morta a distanza di quasi sei mesi dalla tragedia. Voglio arrivare fino in fondo a questa storia».
A Viareggio, a parte Wilmer, non ci sono altri parenti di Elisabeth. I genitori e le altre tre sorelle sono rimasti in Ecuador, ad Atahualpa, città vicina a Quito, la capitale dello stato sudamericano. E oltre oceano sono rimasti anche Jessica Elisabeth e Damian, rispettivamente sedici e undici anni, i due figli di Elisabeth. «Viste le sue condizioni - racconta ancora Wilmer - avevamo deciso di non far venire nessuno, in attesa di poter far tornare Elisabeth non appena fosse stato possibile. In estate era arrivata in Italia per una breve visita soltanto nostra sorella minore. Poco fa li ho avvisati per telefono. E potete immaginarvi lo strazio...».
A Viareggio, Elisabeth si era trovata benissimo. Assunta come baby sitter, aveva trovato casa in affitto al 17 di via Ponchielli. Qui, per dividere le spese, viveva con Oliva Magdalena Cruz Ruiz, 40 anni, anche lei dell'Ecuador, e con altri tre giovani marocchini: Rachid Moussafar, 25 anni, e i suoi cugini Abdellatif Boumalhaf, 33 anni, e Nouredine Boumalhaf, 29 anni. Nessuno di loro si è salvato.
«Ci eravamo conosciuti ad un corso di lingua italiana per stranieri al liceo scientifico di Viareggio. Era nata una amicizia che presto si era trasformata in qualcosa di più. Eravamo come una famiglia. Malgrado noi ecuadoregni fossimo cattolici e i marocchini musulmani, festeggiavamo insieme le nostre e le loro feste religiose. Fino a quella maledetta notte».
Effettuata l'autopsia, giovedì mattina è previsto un rito funebre nella chiesa di Sant'Antonio. I funerali veri e propri, però, si terranno tra qualche giorno in Ecuador, a Atahualpa, dove Elisabeth sarà sepolta. «Che cosa farò io una volta concluso tutto? Voglio tornare a Viareggio. Anche se nel disastro ho perso le persone più care, vorrei che la mia vita continuasse qui».
Adesso la sua Elisabeth non c'è più. A poco meno di sei mesi di distanza dal 29 giugno, quando la strada di una lenta guarigione sembrava definitivamente imboccata, si è arresa. E Wilmer non riesce a farsene una ragione. «I medici mi hanno parlato di un'ischemia polmonare. Una complicazione imprevista. Adesso aspettiamo l'autopsia per capire cosa è successo davvero».
A Wilmer, però, qualcosa non torna. E, insieme al dolore, non nasconde anche la propria rabbia per una morte che sembra difficilmente comprensibile. «Qualcuno dovrà spiegarmi cosa è successo», ripete. Il «buco nero» da chiarire riguarda soprattutto il trasferimento di Elisabeth dello scorso settembre dal centro grandi ustioni di Cisanello all'ospedale Versilia, prima tappa di un viaggio che avrebbe dovuto riportarla a casa. «In quei pochi giorni al Versilia me l'hanno nuovamente rovinata. Era stata trasferita da Pisa in netta ripresa. Non appena ha messo piede all'ospedale di Lido di Camaiore è immediatamente regredita. La medicavano senza sedarla, le hanno riaperto le ferite e in quei pochi giorni è come se fosse tornata indietro di mesi». Tant'è che nel giro di poco è stata nuovamente trasferita a Pisa. Dove ieri è morta. «Mi sono rivolto ad un avvocato e adesso si occuperà lui della cosa. Ma voglio capire perché mia sorella è morta a distanza di quasi sei mesi dalla tragedia. Voglio arrivare fino in fondo a questa storia».
A Viareggio, a parte Wilmer, non ci sono altri parenti di Elisabeth. I genitori e le altre tre sorelle sono rimasti in Ecuador, ad Atahualpa, città vicina a Quito, la capitale dello stato sudamericano. E oltre oceano sono rimasti anche Jessica Elisabeth e Damian, rispettivamente sedici e undici anni, i due figli di Elisabeth. «Viste le sue condizioni - racconta ancora Wilmer - avevamo deciso di non far venire nessuno, in attesa di poter far tornare Elisabeth non appena fosse stato possibile. In estate era arrivata in Italia per una breve visita soltanto nostra sorella minore. Poco fa li ho avvisati per telefono. E potete immaginarvi lo strazio...».
A Viareggio, Elisabeth si era trovata benissimo. Assunta come baby sitter, aveva trovato casa in affitto al 17 di via Ponchielli. Qui, per dividere le spese, viveva con Oliva Magdalena Cruz Ruiz, 40 anni, anche lei dell'Ecuador, e con altri tre giovani marocchini: Rachid Moussafar, 25 anni, e i suoi cugini Abdellatif Boumalhaf, 33 anni, e Nouredine Boumalhaf, 29 anni. Nessuno di loro si è salvato.
«Ci eravamo conosciuti ad un corso di lingua italiana per stranieri al liceo scientifico di Viareggio. Era nata una amicizia che presto si era trasformata in qualcosa di più. Eravamo come una famiglia. Malgrado noi ecuadoregni fossimo cattolici e i marocchini musulmani, festeggiavamo insieme le nostre e le loro feste religiose. Fino a quella maledetta notte».
Effettuata l'autopsia, giovedì mattina è previsto un rito funebre nella chiesa di Sant'Antonio. I funerali veri e propri, però, si terranno tra qualche giorno in Ecuador, a Atahualpa, dove Elisabeth sarà sepolta. «Che cosa farò io una volta concluso tutto? Voglio tornare a Viareggio. Anche se nel disastro ho perso le persone più care, vorrei che la mia vita continuasse qui».
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