Sicurezza
Pietrasanta
Sfratto dal Comune:chiude i battentil'ultimo calzolaio
Da oltre sessant'anni Giuliano Bartolomei era in vicolo S. Biagio
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PIETRASANTA. Per 62 anni chinato a sistemare tacchi scheggiati, cucire rifiniture saltate, risuolare scarpe usurate dal tempo e dalle mode. 62 anni, forse una vita. Poi un giorno arriva un avviso che ti avverte che da lì a poco dovrai lasciare quel 'buco' di 21 mq dove custodisci, celati nell'anfratto della tua memoria, ricordi, progetti, amarezze. E soddisfazioni. «Questo posto, questi pochi metri quadrati sono tutto per me. Però il Comune, che è proprietario del locale, mi ha dato lo sfratto ed io, che non ho la forza per oppormi, me ne andrò». Giuliano Bartolomei ha 78 anni e dall'età di 16 fa il calzolaio.
«Ero un ragazzo, andai a imparare il mestiere. E non ho più smesso di farlo. Calzolaio, ciabattino, faccia lei: va basta fare il proprio lavoro con passione».
Vicolo San Biagio, cuore del centro storico: la bottega di Bartolomei è crocevia da 23 anni, «ho esercitato ovunque, poi nel 1986 ho preso in affitto questo spazio», di clienti che di disfarsene delle proprie scarpe non ne vogliono sapere. «In tempi di crisi, come quelli che stiamo vivendo, prima di comprare un paio di scarpe nuove, uno ci pensa non una, ma 5 volte. E allora ben venga il calzolaio. La gente è particolare: anche chi ha il portafoglio pieno abbandona con fatica la vecchia scarpa. Questione di abitudine, comodità, non so. Però è così».
Nelle casse comunali il denaro sembra scarseggiare, e allora anche i 65mila euro che la vendita del locale dovrebbe portare in dote, tramite un'asta, sono ritenuti interessanti. «Ma qui - dice Bartolomei - è tutto da sistemare. Fino a quando ci sta un ciabattino, va bene, ma se lo compri, dopo devi spendere. E poi, scusi, ma che ci potranno mai aprire in un negozio piccolo come questo?».
Forse la vetrina dell'ennesima agenzia immobiliare. O forse ci inaugureranno la sede della nuova galleria d'arte, quella 'che fa tendenza'. Difficilmente un ristorante... Sorride Bartolomei. «Un ristorante no davvero, a meno che non mettano un tavolino sopra l'altro! Pensavo di trascorrere gli ultimi anni della mia vita in questo negozio. Ho pensato male. Eppure ho ancora bisogno di lavorare, di "strafottere", come diciamo noi versiliesi. Comprare io? Alla mia età non è possibile e poi tutti quei soldi: via, come faccio?».
La bottega è un ricettacolo di polvere e sudore, strumenti arrugginiti, vecchie scarpe, appartenenti a chissà chi, mai ritirate. Un fascino antico: il tempo si è fermato e mai andrà oltre. «Di tanto in tanto arriva qualcuno e mi chiede: "oh Giuliano, ma ti mandano via davvero?". Certo, rispondo, ho lo sfratto. Nel settembre 2010 dovrò chiudere. E andare a parlare con quelli del Comune servirebbe a poco. Mi prende già male: lavoro, da 62 anni tutti i giorni, eccetto le feste. Quelle si rispettano. Ma davvero la mia storia interessa al vostro giornale?».
Entra una ragazza straniera: ritira un sandalo. Fa per pagare. «Non mi devi dare nulla, era una cosa da poco. La prossima volta, dai» dice Bartolomei sempre chinato su stesso a lavorare sulla scarpa successiva. «Ci vuole anche il cuore per fare questo mestiere. Poi, è chiaro, bisogna essere capaci. Continuare altrove? Ma no, ho tutto qui dentro. Tutte le mie cose sono qui, mi sentirei perso da un'altra parte». Alza la testa per guardare fuori, in quel vicolo dove due bambini giocano rincorrendosi. E ha come un sussulto. «Dove andranno tutti i miei clienti una volta chiuso il negozio? A certe cose bisogna pensarci prima, c'è da avvertirli». Poi torna a chinarsi, a inventare splendide imperfezioni.
«Ero un ragazzo, andai a imparare il mestiere. E non ho più smesso di farlo. Calzolaio, ciabattino, faccia lei: va basta fare il proprio lavoro con passione».
Vicolo San Biagio, cuore del centro storico: la bottega di Bartolomei è crocevia da 23 anni, «ho esercitato ovunque, poi nel 1986 ho preso in affitto questo spazio», di clienti che di disfarsene delle proprie scarpe non ne vogliono sapere. «In tempi di crisi, come quelli che stiamo vivendo, prima di comprare un paio di scarpe nuove, uno ci pensa non una, ma 5 volte. E allora ben venga il calzolaio. La gente è particolare: anche chi ha il portafoglio pieno abbandona con fatica la vecchia scarpa. Questione di abitudine, comodità, non so. Però è così».
Nelle casse comunali il denaro sembra scarseggiare, e allora anche i 65mila euro che la vendita del locale dovrebbe portare in dote, tramite un'asta, sono ritenuti interessanti. «Ma qui - dice Bartolomei - è tutto da sistemare. Fino a quando ci sta un ciabattino, va bene, ma se lo compri, dopo devi spendere. E poi, scusi, ma che ci potranno mai aprire in un negozio piccolo come questo?».
Forse la vetrina dell'ennesima agenzia immobiliare. O forse ci inaugureranno la sede della nuova galleria d'arte, quella 'che fa tendenza'. Difficilmente un ristorante... Sorride Bartolomei. «Un ristorante no davvero, a meno che non mettano un tavolino sopra l'altro! Pensavo di trascorrere gli ultimi anni della mia vita in questo negozio. Ho pensato male. Eppure ho ancora bisogno di lavorare, di "strafottere", come diciamo noi versiliesi. Comprare io? Alla mia età non è possibile e poi tutti quei soldi: via, come faccio?».
La bottega è un ricettacolo di polvere e sudore, strumenti arrugginiti, vecchie scarpe, appartenenti a chissà chi, mai ritirate. Un fascino antico: il tempo si è fermato e mai andrà oltre. «Di tanto in tanto arriva qualcuno e mi chiede: "oh Giuliano, ma ti mandano via davvero?". Certo, rispondo, ho lo sfratto. Nel settembre 2010 dovrò chiudere. E andare a parlare con quelli del Comune servirebbe a poco. Mi prende già male: lavoro, da 62 anni tutti i giorni, eccetto le feste. Quelle si rispettano. Ma davvero la mia storia interessa al vostro giornale?».
Entra una ragazza straniera: ritira un sandalo. Fa per pagare. «Non mi devi dare nulla, era una cosa da poco. La prossima volta, dai» dice Bartolomei sempre chinato su stesso a lavorare sulla scarpa successiva. «Ci vuole anche il cuore per fare questo mestiere. Poi, è chiaro, bisogna essere capaci. Continuare altrove? Ma no, ho tutto qui dentro. Tutte le mie cose sono qui, mi sentirei perso da un'altra parte». Alza la testa per guardare fuori, in quel vicolo dove due bambini giocano rincorrendosi. E ha come un sussulto. «Dove andranno tutti i miei clienti una volta chiuso il negozio? A certe cose bisogna pensarci prima, c'è da avvertirli». Poi torna a chinarsi, a inventare splendide imperfezioni.
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