Il dolore
strage di Viareggio
Via Ponchielli 28
Letto da Valeria Giglioli
3 MINUTI DI LETTURA
Mi chiamo Valeria, abito, o meglio abitavo, in via Ponchielli, al 28, con mio marito Massimo e nostro figlio Ludovico.
Quella sera eravamo in casa.
Il piccolino ha la febbre, ed è a letto da un po'.
Io e mio marito stiamo per andare a dormire, è quasi mezzanotte.
Mi avvicino alla finestra per chiuderla e sento un forte odore di gas.
Lo dico subito a mio marito, lui guarda fuori, vede una grossa nuvola e chiude la finestra.
Da qui comincia il delirio.
Massimo mi dice di staccare la luce, ma io non arrivo al generale, che è troppo in alto.
La puzza di gas è sempre più forte, mio marito mi dice di chiamare i pompieri.
Prendo il telefono, sono confusa, e invece che fare il 115, faccio il 113.
Saliamo in mansarda dove dorme Ludovico.
Chiudiamo la porta, passa qualche secondo e poi sentiamo uno scoppio.
Ci siamo fermati, ci siamo abbracciati ed abbiamo pensato che quell'abbraccio sarebbe stato l'ultimo.
Apriamo la porta della mansarda, e vediamo il nostro salotto bruciare.
Da giù non possiamo passare allora Massimo mi dice: "Seguimi, proviamo ad uscire dalla mansarda e a passare attraverso i tetti.
Saliamo, usciamo dal lucernaio e tramite una grondaia ci caliamo sul tetto dei nostri vicini".
Da qui in poi i miei ricordi sono confusi.
Massimo ha in braccio Ludovico, tutto intorno a noi fuoco e fiamme!
È un inferno.
Arriviamo sul cornicione, e lui vede che una delle case di fronte alla nostra è crollata.
A quel punto ci siamo davvero spaventati.
Ad un certo punto, sento un urlo, è Massimo,lo ricordo come un flash: mi volto e li vedo sul pavimento della terrazza sotto di me.
Sono scivolati. Comincio a gridare, a chiamarli.
Massimo si rialza, mi passa il bambino, ma lui non riesce a arrampicarsi.
Mi dice di andare.
Gli rispondo: "Senza di te non mi muovo."
Dopo qualche tentativo riesce ad arrampicarsi e insieme proseguiamo.
Arriviamo sul terrazzo di una famiglia che sta sull'Aurelia, loro sono in casa, ci guardano fermi, immobili, sembrano impietriti.
Solo quando siamo arrivati su quel balcone ho pensato che ci saremmo potuti salvare.
Da lì siamo scesi sulla via Aurelia, dove regnava il caos, ma il pericolo sembrava lontano.
La mattina, dopo una notte insonne in ospedale, consapevoli di stare tutti bene, abbiamo provato un'emozione unica nel poter rivedere la luce del sole.
Quella sera eravamo in casa.
Il piccolino ha la febbre, ed è a letto da un po'.
Io e mio marito stiamo per andare a dormire, è quasi mezzanotte.
Mi avvicino alla finestra per chiuderla e sento un forte odore di gas.
Lo dico subito a mio marito, lui guarda fuori, vede una grossa nuvola e chiude la finestra.
Da qui comincia il delirio.
Massimo mi dice di staccare la luce, ma io non arrivo al generale, che è troppo in alto.
La puzza di gas è sempre più forte, mio marito mi dice di chiamare i pompieri.
Prendo il telefono, sono confusa, e invece che fare il 115, faccio il 113.
Saliamo in mansarda dove dorme Ludovico.
Chiudiamo la porta, passa qualche secondo e poi sentiamo uno scoppio.
Ci siamo fermati, ci siamo abbracciati ed abbiamo pensato che quell'abbraccio sarebbe stato l'ultimo.
Apriamo la porta della mansarda, e vediamo il nostro salotto bruciare.
Da giù non possiamo passare allora Massimo mi dice: "Seguimi, proviamo ad uscire dalla mansarda e a passare attraverso i tetti.
Saliamo, usciamo dal lucernaio e tramite una grondaia ci caliamo sul tetto dei nostri vicini".
Da qui in poi i miei ricordi sono confusi.
Massimo ha in braccio Ludovico, tutto intorno a noi fuoco e fiamme!
È un inferno.
Arriviamo sul cornicione, e lui vede che una delle case di fronte alla nostra è crollata.
A quel punto ci siamo davvero spaventati.
Ad un certo punto, sento un urlo, è Massimo,lo ricordo come un flash: mi volto e li vedo sul pavimento della terrazza sotto di me.
Sono scivolati. Comincio a gridare, a chiamarli.
Massimo si rialza, mi passa il bambino, ma lui non riesce a arrampicarsi.
Mi dice di andare.
Gli rispondo: "Senza di te non mi muovo."
Dopo qualche tentativo riesce ad arrampicarsi e insieme proseguiamo.
Arriviamo sul terrazzo di una famiglia che sta sull'Aurelia, loro sono in casa, ci guardano fermi, immobili, sembrano impietriti.
Solo quando siamo arrivati su quel balcone ho pensato che ci saremmo potuti salvare.
Da lì siamo scesi sulla via Aurelia, dove regnava il caos, ma il pericolo sembrava lontano.
La mattina, dopo una notte insonne in ospedale, consapevoli di stare tutti bene, abbiamo provato un'emozione unica nel poter rivedere la luce del sole.
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