Il Tirreno

Versilia

La strage di Viareggio
STRAGE DI VIAREGGIO

Il manovratore

Sergio Cosentino. Letto da Marco Columbro

3 MINUTI DI LETTURA





Mi chiamo Giovanni Cosentino, ho cinquantadue anni e faccio il manovratore. Sono nato a Napoli, ma dal 1985 vivo in Toscana. Ho lavorato a Pietrasanta per circa vent'anni, poi, lo scorso Dicembre sono stato trasferito a Viareggio.

Quella sera ero di servizio. Ero a casa con mia moglie Luigina e mia figlia Nunzia, con suo marito Andrea e il piccolo Daniele. Ho mangiato con loro, poi sono sceso. Alle 21 sono entrato in servizio.

Di solito le notti sono tranquille: quando passa un treno si va su, all'ufficio dirigenti e si controlla che tutto sia regolare. Verso le 23:40 salgo all'ufficio dirigenti, è l'ora del merci... Sono nell'ufficio, quando all'improvviso sento il rumore come di uno sfregamento.

Esco e vedo le scintille e le fiamme sotto il vagone. Rientro per avvertire il dirigente Carmine Magliacano. Ma lui ha visto tutto e ha già provveduto.  Sono in arrivo due treni:

L'intercity Napoli-Sestri Levante delle 23:20, in ritardo di venti minuti. Ll regionale da Firenze delle 23:49. Riusciamo a fermarli entrambi. Tutto intorno si crea una nube bianca come fumo, è il gas. Dopo due o tre minuti è arrivato il primo scoppio. Scappo lungo il binario, c'è fumo, c'è il fuoco dappertutto, tutto intorno, ma riesco a sfuggirlo.

Io non so come sia stato possibile. Sui binari c'ero solo io. Corro in stazione, ci sono una decina di persone, io grido: "scappate" e tutti si allontanano. Poi vedo la mia casa bruciare. Comincio a correre. Ho paura, ho paura di aver perso tutto. Ma mia figlia ha sentito il rumore, si è affacciata alla finestra e ha visto il disastro.

Ha preso subito in braccio Daniele e sono scappati tutti. Anna, l'altra mia figlia, per fortuna era al lavoro. E Andrea, il maschio, era a casa della fidanzata. La facciata della casa è rovinata, ma dentro non è successo nulla.

Io non so come sia stato possibile. Mentre scappavano hanno provato a chiamarmi, ma io non potevo rispondere, anche loro avevano paura di aver perso me. Il giorno dopo un ragazzo marocchino mi ha rivisto e mi ha ringraziato, era in stazione e mi ha detto: "Sei stato grande, mi hai salvato la vita."

Ma io non ho fatto niente. È il mio lavoro. Io quella sera ero di servizio. Giovanni Cosentino, quando ci ha parlato, non solo non ha cercato di prendersi meriti personali che, forse, giustamente gli si possono attribuire, ma ha anche sottolineato più volte la stima e la fiducia verso la società per cui lavora. Noi oggi, qui, abbiamo scelto di raccontare soltanto la sua personale storia. Sua e del suo coraggio.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Finanza

Pisa, sequestrati oltre 118mila prodotti falsi: dalle carte da gioco alle griffe della moda - Valore 650mila euro

di Redazione Pisa