Il Tirreno

Versilia

La strage di Viareggio
STRAGE DI VIAREGGIO

118

Di Stefano Buzzigoli, letto da Stefano Buzzigoli

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Sono Primario dell' Unità Operativa Complessa di Anestesia e Rianimazione dal 2003 e dal Febbraio  2009 Direttore del Dipartimento Emergenza Urgenza e Terapie Intensive  dell' Azienda USL 12 di Viareggio.

Poco dopo quest' ultima nomina avevo ritenuto opportuno rivedere alcuni punti del piano "Maxi-emergenza" della nostra Azienda. Avevo deciso  ed informato il Direttore Generale l' intento di organizzare due esercitazioni in autunno: una programmata e una a sorpresa

Ho sempre pensato che progetti come quello del piano disastri vadano visti e rivisti, provati e riprovati sul campo: averli pronti sulla carta, ma non averli mai provati è perfettamente inutile.

È come il pit-stop nelle gare automobilistiche: devi allenarti e perfezionarti di continuo per poi essere pronto nel momento del bisogno.

Quella notte... La mia famiglia sta dormendo, io sono solo sul divano, quasi addormentato, davanti la tv. Alle 23:55 ricevo la telefonata di Nicolini, il Direttore del 118. Mi dice: "Corri subito in Ospedale, c'è stata un'esplosione. È una maxi emergenza."

Salgo sullo scooter, ma prima faccio allertare tutti,  reperibili e non reperibili,  medici e infermieri della mia Unità Operativa. Mentre mi avvicino all' Ospedale, penso che sto vivendo esattamente quello che avevo immaginato, ma che non avrei mai pensato possibile accadere a noi, al mio Ospedale, alla mia Viareggio.

Durante il tragitto incontro un fiume di ambulanze che vanno in senso contrario sul luogo del disastro e nei pochissimi minuti che mancano all'arrivo, penso a dove possiamo sistemare le persone che arriveranno. I letti di rianimazione non basteranno mai. Arrivo in ospedale. Trovo l'apocalisse. Faccio chiamare anche tutti i reperibili  e non della Sale Operatorie. Ci sono persone nude e ustionate.

Volti sfigurati e corpi martoriati. Intorno a me odore di amuchina e in sottofondo le sirene che creano un rumore continuo. Sul posto c'è già tutto il personale disponibile. Ordino di dividere i pazienti: i più gravi, quelli che non respirano, in rianimazione, quelli in condizioni meno gravi negli spazi davanti alle sale operatorie dove pure ci sono i ventilatori polmonari.

Infine i meno gravi in reparto dermatologico. Raduno tutti gli infermieri disponibili, recupero tutti i ventilatori della rianimazione  e ventiliamo i pazienti dopo averli finalmente sedati dall'inferno che stanno vivendo.

Sono in costante contatto con il dott. Milletti che assiste i pazienti già degenti in Pronto Soccorso prima dell'evento e cerca anche di registrare gli ustionati e poi con il dott. Nicolini del 118 che coordina i trasporti e gli spostamenti, dirottando i pazienti    a seconda delle condizioni, per decongestionare la rianimazione e le sale operatorie dai più gravi e permettere il trattamento degli altri ustionati.

Allertiamo gli ospedali specializzati per i grandi ustionati e riceviamo immediata disponibilità da:
l'ospedale Bambin Gesù di Roma, dall'ospedale Meyer di Firenze e poi ancora dagli ospedali di Torino, Cesena, Milano, Genova, Pisa, Parma e Pavia. Effettuiamo gli spostamenti con gli elisoccorsi di Grosseto e del Riguarda, efficientissimi e disponibilissimi, e con l'aereonautica militare per la tratta  Pisa-Torino.

Aspettiamo ancora altri feriti, quelli sotto le macerie, si parla di persone disperse, i numeri nessuno può prevedere, sapere. Poi dal luogo dell'apocalisse non arriva più nessuno, purtroppo o per fortuna.

Alle 5 l'emergenza è placata. Proviamo ad occuparci dei parenti, ma in situazioni come questa il riconoscimento dei pazienti non è cosa facile, corpi trasformati e scomposti da un destino spietato..

Sono rimasto meravigliato, stupito, commosso dal nostro lavoro. Abbiamo ottenuto ottimi risultati grazie al potenziamento istituzionale o spontaneo, immediato dei dipendenti di tutta l'Azienda, alla disponibilità, alla grande collaborazione di tutti.

Eravamo lì tutti con il medesimo intento: aiutare. Il reparto di rianimazione è un po' "una sfida all'immortalità!" e forse per questa motivazione inconscia, spesso mi sento coinvolto dai pazienti che mi trovo davanti. Ma questa tragedia mi ha particolarmente colpito.

Non ho mai creduto di potermi trovare davanti ad una simile catastrofe. La mente è andata lontano, ai disastri di altri luoghi, alle vittime degli attentati, all' uomo che soffre quando è proprio l'uomo che si trasforma nel più grande nemico di se stesso.

Le simulazioni che avevo pensato di organizzare erano solo uno scrupolo per fare bene il mio lavoro. Ma in cuor mio ho sempre sperato che si trattasse del mio senso del dovere. In cuor mio ho sempre sperato di non averne mai bisogno.

In fondo siamo sempre tutti portati a pensare che le cose capitino agli altri e invece, a volte, ci troviamo in mezzo all'inferno e non abbiamo la più pallida idea di come sia potuto succedere proprio a noi.

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