Dolore e macerieLa strage vista da un treno in corsa
Gabriele Noli
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VISTO DAL TRENO. Sui binari i segni della tragediaUn viaggio in treno. Direzione Lucca. Partenza alle 12.11, dal binario 6, nuovamente attivo da qualche giorno, dopo i necessari lavori di ripristino.
I cumuli di macerie, le case annerite dalle fiamme, la passerella che non c'è più. Tutto è lì, ben visibile, a pochissima distanza
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VIAREGGIO. Un viaggio in treno. Direzione Lucca. Partenza alle 12.11, dal binario 6, nuovamente attivo da qualche giorno, dopo i necessari lavori di ripristino.
I cumuli di macerie, le case annerite dalle fiamme, la passerella che non c'è più. Tutto è lì, ben visibile, a pochissima distanza.
Il tratto ferroviario è breve, si arriva a Lucca in venti minuti. Quanto basta per raccogliere una serie di testimonianze. Ognuno racconta la sua esperienza, il suo 29 giugno.
Jamel Zaghojani è un ragazzo tunisino. Un collega di lavoro gli ha telefonato per comunicargli la notizia della morte di Aziza Abou Talib e Abdelaitif Boumalhaf, di cui era amico. I due lavoravano con lui ai cantieri navali in darsena. «Ci ritrovavamo sempre durante la pausa pranzo - dice Jamel - e parlavamo dei nostri problemi, delle nostre aspirazioni, della speranza di una vita migliore».
Jamel ricorda con affetto Abdelaitif, l'amico scomparso: «A lavoro non ha mai avuto problemi con nessuno, tutti lo rispettavano e gli volevano molto bene. E'stato vittima di un'ingiustizia».
Jeanette è una signora francese, residente a Lucca ma che lavora a Viareggio. Ci descrive la vita del pendolare nei giorni successivi alla tragedia: «Per motivi di lavoro sono dovuta venire a Viareggio tutti i giorni. Ho dovuto prendere il bus sostitutivo fino a che non sono tornati a circolare i primi treni per Lucca».
Tornare a viaggiare in treno le ha provocato un certo effetto: «Fa impressione vedere i pezzi bruciati a pochi metri di distanza. Il pensiero va sempre ai disastrati, che non hanno più nulla. C'è solo da sperare che chi ha promesso di aiutarli, mantenga al più presto l'impegno preso».
Michel Torres è cubano. Risiede a Montecatini. Ha preso il treno per tornare a casa. Il 29 giugno era a Cuba, a trovare la sua famiglia. Un amico di Viareggio gli ha mandato un messaggio per metterlo al corrente dell'accaduto.
«Anche se non abito a Viareggio, conosco molte persone. Per fortuna nessuno tra amici e conoscenti è rimasto coinvolto, ma nonostante questo, sono profondamente addolorato».
Michel racconta poi come ha vissuto la tragedia: «Pur essendo a Cuba, i telegiornali nazionali hanno dedicato molto spazio a questo evento, sono stato sempre davanti alla televisione per seguire gli sviluppi della tragedia».
Anna Maccari vive a Bolzano, ma è nata a Viareggio. Il 29 giugno si trovava a casa sua, in Alto Adige. Profondamente scossa per il deragliamento, è tornata nella sua città natale per prendere parte alla cerimonia funebre del 7 luglio, allo stadio dei Pini.
«Il senso di forte cittadinanza, mi ha fatto sentire in dovere di venire a Viareggio, per commemorare chi non c'è più. Pur non vivendo più qui, sono sempre rimasta legata alla mia città, e sapere di questa tragedia mi ha fatto molto male. Mi ha colpita nel profondo. È stato devastante».
Arriviamo a Lucca, in attesa del treno di ritorno. Partenza fissata per le 12.59. Altre persone ci raccontano il loro 29 giugno.
Alan e Christie sono due coniugi inglesi, di Leeds. Sono a Viareggio per il terzo anno consecutivo. Quando avevano deciso di tornare in Versilia per le loro vacanze, il giorno maledetto non era ancora arrivato.
Con molta tristezza nel cuore, non hanno comunque voluto rinunciare al viaggio: «Vedere con i propri occhi quello che avevamo visto in televisione fino a pochi giorni fa è impressionante. All'inizio non pensavamo di trovare uno scenario così spettrale. La realtà è più dura di quanto si immagini. La vita comunque va avanti, continuiamo la nostra vacanza, ma con uno spirito diverso».
Elena Codecasa abita in via Pacinotti. Non è rimasta coinvolta in prima persona. Ci racconta la vicenda di Marco Domenici, che in via Ponchielli abitava e lavorava, nella carrozzeria di famiglia.
«Ci portavo l'auto molto spesso - racconta la Codecasa - dal giorno seguente il deragliamento ho provato a chiamarlo per due giorni ininterrottamente. In tanti lo credevano morto».
Poi, il lieto evento: «Stavo facendo una passeggiata e casualmente lo ho incontrato. È stata una grande gioia, appena me lo sono trovato davanti l'ho abbracciato. Sono molto affezionata a lui». Pur essendo nel pieno della lingua di fuoco, Domenici si è salvato perchè istintivamente è andato subito a sincerarsi delle condizioni dei genitori, anziché uscire di casa, come hanno fatto invece tanti altri residenti di via Ponchielli.
Il treno arriva alle 13.28, stavolta al binario 5. Il viaggio finisce. Nel mezzo, tante storie. Con e senza lieto fine.
I cumuli di macerie, le case annerite dalle fiamme, la passerella che non c'è più. Tutto è lì, ben visibile, a pochissima distanza.
Il tratto ferroviario è breve, si arriva a Lucca in venti minuti. Quanto basta per raccogliere una serie di testimonianze. Ognuno racconta la sua esperienza, il suo 29 giugno.
Jamel Zaghojani è un ragazzo tunisino. Un collega di lavoro gli ha telefonato per comunicargli la notizia della morte di Aziza Abou Talib e Abdelaitif Boumalhaf, di cui era amico. I due lavoravano con lui ai cantieri navali in darsena. «Ci ritrovavamo sempre durante la pausa pranzo - dice Jamel - e parlavamo dei nostri problemi, delle nostre aspirazioni, della speranza di una vita migliore».
Jamel ricorda con affetto Abdelaitif, l'amico scomparso: «A lavoro non ha mai avuto problemi con nessuno, tutti lo rispettavano e gli volevano molto bene. E'stato vittima di un'ingiustizia».
Jeanette è una signora francese, residente a Lucca ma che lavora a Viareggio. Ci descrive la vita del pendolare nei giorni successivi alla tragedia: «Per motivi di lavoro sono dovuta venire a Viareggio tutti i giorni. Ho dovuto prendere il bus sostitutivo fino a che non sono tornati a circolare i primi treni per Lucca».
Tornare a viaggiare in treno le ha provocato un certo effetto: «Fa impressione vedere i pezzi bruciati a pochi metri di distanza. Il pensiero va sempre ai disastrati, che non hanno più nulla. C'è solo da sperare che chi ha promesso di aiutarli, mantenga al più presto l'impegno preso».
Michel Torres è cubano. Risiede a Montecatini. Ha preso il treno per tornare a casa. Il 29 giugno era a Cuba, a trovare la sua famiglia. Un amico di Viareggio gli ha mandato un messaggio per metterlo al corrente dell'accaduto.
«Anche se non abito a Viareggio, conosco molte persone. Per fortuna nessuno tra amici e conoscenti è rimasto coinvolto, ma nonostante questo, sono profondamente addolorato».
Michel racconta poi come ha vissuto la tragedia: «Pur essendo a Cuba, i telegiornali nazionali hanno dedicato molto spazio a questo evento, sono stato sempre davanti alla televisione per seguire gli sviluppi della tragedia».
Anna Maccari vive a Bolzano, ma è nata a Viareggio. Il 29 giugno si trovava a casa sua, in Alto Adige. Profondamente scossa per il deragliamento, è tornata nella sua città natale per prendere parte alla cerimonia funebre del 7 luglio, allo stadio dei Pini.
«Il senso di forte cittadinanza, mi ha fatto sentire in dovere di venire a Viareggio, per commemorare chi non c'è più. Pur non vivendo più qui, sono sempre rimasta legata alla mia città, e sapere di questa tragedia mi ha fatto molto male. Mi ha colpita nel profondo. È stato devastante».
Arriviamo a Lucca, in attesa del treno di ritorno. Partenza fissata per le 12.59. Altre persone ci raccontano il loro 29 giugno.
Alan e Christie sono due coniugi inglesi, di Leeds. Sono a Viareggio per il terzo anno consecutivo. Quando avevano deciso di tornare in Versilia per le loro vacanze, il giorno maledetto non era ancora arrivato.
Con molta tristezza nel cuore, non hanno comunque voluto rinunciare al viaggio: «Vedere con i propri occhi quello che avevamo visto in televisione fino a pochi giorni fa è impressionante. All'inizio non pensavamo di trovare uno scenario così spettrale. La realtà è più dura di quanto si immagini. La vita comunque va avanti, continuiamo la nostra vacanza, ma con uno spirito diverso».
Elena Codecasa abita in via Pacinotti. Non è rimasta coinvolta in prima persona. Ci racconta la vicenda di Marco Domenici, che in via Ponchielli abitava e lavorava, nella carrozzeria di famiglia.
«Ci portavo l'auto molto spesso - racconta la Codecasa - dal giorno seguente il deragliamento ho provato a chiamarlo per due giorni ininterrottamente. In tanti lo credevano morto».
Poi, il lieto evento: «Stavo facendo una passeggiata e casualmente lo ho incontrato. È stata una grande gioia, appena me lo sono trovato davanti l'ho abbracciato. Sono molto affezionata a lui». Pur essendo nel pieno della lingua di fuoco, Domenici si è salvato perchè istintivamente è andato subito a sincerarsi delle condizioni dei genitori, anziché uscire di casa, come hanno fatto invece tanti altri residenti di via Ponchielli.
Il treno arriva alle 13.28, stavolta al binario 5. Il viaggio finisce. Nel mezzo, tante storie. Con e senza lieto fine.
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