Il Tirreno

Versilia

Il cane che salvò il bambino

<strong>BRAVISSIMO. </strong> Max, cane-soccorritore che ha salvato il bambino, si fa coccolare da Giancarlo Zoppi
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BRAVISSIMO. Max, cane-soccorritore che ha salvato il bambino, si fa coccolare da Giancarlo Zoppi

Il suo padrone è un dentista da anni volontario della Misericordia a Forte dei Marmi

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di Chiara Sillicani
Un giorno Max e Leonardo si incontreranno. Un golden retriever e un bambino. Chissà se il piccolo Leonardo Piagentini, dimesso giovedì sera dall'ospedale, dopo aver perso la mamma e i due fratellini, si ricorda di quel cane che non se ne andava dalle macerie la notte tra il 29 e il 30 giugno. Non muoveva le zampe di un centimetro. E abbaiava. Forte. Perché al piano di sopra di quella casa sventrata c'era qualcuno che aveva bisogno di aiuto.
Si voltava di tanto in tanto a cercare il viso di Giancarlo Zoppi, il suo padrone, perché insistesse con i soccorritori. Perché, Max ne era certo, il piccolo Leonardo era lì.
È notte fonda quando a casa Zoppi, a Massa, squilla il telefono: Viareggio va a fuoco e la Misericordia di Forte dei Marmi chiede aiuto a Giancarlo, volontario da anni, e al suo cane. Un secondo per vestirsi e di corsa a Viareggio, alla sala operativa dei vigili del fuoco. Poi, là, all'inferno: in via Ponchielli.
«Non siamo intervenuti subito - racconta Giancarlo - perché i pompieri hanno valutato che la situazione fosse pericolosa». Tratti sicuri, corporatura forte, Giancarlo è schivo e abbassa lo sguardo quando le lacrime gli scendono dagli occhi: «Peggio che all'Aquila. Ho visto uomini e donne carbonizzate chiedere aiuto».
Tra le case esplose, Giancarlo arriva con il golden retriever, la squadra cinofila della Misericordia di Forte, e Hali, la cagnetta di suo figlio Nicola. Poi il via libera dei vigili del fuoco: «Cercate là, in quella casa». Nella casa della famiglia Piagentini, tra le macerie, dove il fuoco ha violato l'intimità e i sogni di una famiglia. «Le pareti erano sventrate - ricorda con gli occhi gonfi Gianfranco - e c'era ancora un focolaio; l'aria era irrespirabile».
Su quella che una volta era la porta, c'è Max con la sua pettorina da volontario. Sente qualcosa, capisce che lì, in un angolo, c'è stato qualcuno e i soccorritori confermano: è appena stato estratto un corpo. Ma Max si ostina, entra. Il terreno è bollente, rischia di bruciarsi le zampe, ma lui, appena 2 anni e mezzo, è coraggioso. Si muove tra i resti di vite cancellate e poi, al centro dell'appartamento, si blocca. E abbaia, guardando verso l'alto. È sicuro: sopra c'è qualcuno da salvare e lui non se ne va da lì. Insiste, è il suo modo di dire: «Venite, correte, c'è bisogno di voi». Fuori un vigile del fuoco e con lui il nonno di Leonardo. Disperato.
Il pompiere si fida di Max. Non ci sono più scale, salire ancora è difficile: Max non ce la fa. Il pompiere sì. Ed esce, con un fagottino tra le mani. Il bambino è vivo. Si salva dall'esplosione che uccide la mamma e i fratellini. Il babbo Marco ancora combatte tra la vita e la morte nel reparto ustionati di Padova.
Max e Giancarlo sono dall'altra parte della strada: vedono tutto, in silenzio e appartati. «Un volontario non si espone mai, non è mosso dal desiderio di notorietà, ma dalla fede e dalla volontà di essere un uomo migliore». Anche Max vede e comprende, «lui sa di essere utile agli altri, capisce quando fa del bene. Lo ha sentito anche quella notte».
Max è stanco e respira male: i suoi polmoni faticano, gli arti tremano, la lingua si gonfia. Ha respirato troppo gas tra le macerie, ma ha salvato Leonardo. Ora sta bene: Giancarlo si prende cura di lui ed è tornato un cane normale di un uomo normale. Max nel giardino di casa, con Hali, dispotica e gelosa. Giancarlo al suo ambulatorio da dentista. Normali: «Perché dare una mano non è da eroi».

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