Il Tirreno

Versilia

Lutto. Sulla bara la bandiera della Giamaica, in ricordo dell’indimenticabile viaggio fatto insieme al figlio

Alessandro, volontario che amava la moda

Donatella Francesconi
<strong>ULTIMO SALUTO.</strong> Tre immagini dei funerali di Alessandro Farnocchia. Sulla bara la bandiera della Giamaica
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ULTIMO SALUTO. Tre immagini dei funerali di Alessandro Farnocchia. Sulla bara la bandiera della Giamaica

La bandiera della Giamaica, posata a coprire la bara, è il simbolo di una vita. Quella di Alessandro Farnocchia, legato al figlio proprio dalla passione per il paese lontano dove i due avevano trascorso una vacanza lunga ed indimenticabile

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VIAREGGIO. La bandiera della Giamaica, posata a coprire la bara, è il simbolo di una vita. Quella di Alessandro Farnocchia, legato al figlio proprio dalla passione per il paese lontano dove i due avevano trascorso una vacanza lunga ed indimenticabile. Familiari e amici del quarantaquattrenne che della passione per la moda aveva fatto un lavoro (era direttore della boutique di Hugo Boss a Forte dei Marmi) hanno deciso di ricordalo così: vivo, felice, al sole dei Caraibi. Invece che tra le fiamme di via Ponchielli e poi, moribondo, in ospedale.
E vivo ha voluto raccontare Alessandro anche il vicario del vescovo Castellani, arrivato da Lucca. «Facciamo un poco di silenzio - è stata l'esortazione di don Marcello Brunini - per ascoltare cos'è accaduto, per ascoltare le vittime, il dolore dei familiari, il gemito di noi tutti. E dare alle vittime il primato che spetta loro».
Ascoltare una città in lutto ed il ricordo di Alessandro Farnocchia che della sua città era parte attiva, da volontario della Croce Verde prima ancora che da operatore della moda. «Non conoscevo Alessandro - ha detto il vicario officiando un rito molto "laico" - ma due cose mi hanno colpito della sua storia: che fosse direttore di un negozio di moda ed impegnato nel volontariato. Bellezza e solidarietà sono le due realtà che la vita di Alessandro pone davanti a noi. E io voglio ricordare Alessandro come una persona bella, capace di farsi avvolgere dalla vita e dalle persone».
Da uomo di chiesa, don Brunini non ha mancato di mandare un messaggio forte e chiaro in un monito risuonato pesante come un macigno tra i singhiozzi di una parrocchia di San Paolino affollatissima anche di istituzioni: «Facciamoci catturare dalla memoria delle vittime. Allora sapremo costruire opere più umane e più sicure».
È questo il «rispetto» che si deve a chi ha perso la vita nella strage di via Ponchielli e a tutti i loro cari. Ed il motivo per cui è necessario «ricostruire il futuro partendo proprio dalla solidarietà per le vittime».
Quando, inginocchiandosi, il vicario dedica «un forte abbraccio» ad Alessandro in chiesa si leva un lunghissimo applauso. Perché «il fuoco ha bruciato il suo corpo ma non la sua anima ed il suo cuore», come viene ricordato negli interventi dal pulpito: «Il tuo amore - è il saluto a Farnocchia - non sarà bruciato. E lo Spirito Santo dia forza a questa città». La forza di svegliarsi ogni mattina e di ritrovarsi a piangere uno dei suoi figli, uno di quelli che la maledetta notte del 29 giugno erano in casa propria, certi di essere al sicuro...
La bara lascia la chiesa, portata a spalla dai volontari della Croce Verde. E dall'interno della parrocchia si levano singhiozzi strazianti. È il pianto senza fine dei familiari, il suono che dovrebbe arrivare fin dove si deciderà quale trattamento economico meriterà la strage che mai nessuno avrebbe immaginato tra Apuane e spiaggia. Là dove oggi c'è una città intera che «porterà nella memoria e nel cuore - per dirla ancora con l'omelia del vicario - coloro che ci sono stati strappati con la violenza». E quelli che, come Marina Galano - la compagna di Alessandro Farnocchia - lottano ancora in ospedale per tornare a vivere.

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