Sicurezza
STRAGE DI VIAREGGIO
Il presidente e il bambino Nonno Giorgio ti piace il disegno?
Donatella Francesconi
◗
Napolitano in ospedale i fratelli Piagentini e il disegno4 MINUTI DI LETTURA
VIAREGGIO. La manina tende il foglio di carta al "nonno" alto e compito che si materializza poco prima di pranzo nel reparto di pediatria del Versilia. E gli adulti, rimasti fuori dalla stanza, capiscono e si paralizzano. Mamma e papà, in quel disegno preparato "per il signor presidente" non ci sono. Accanto alla casetta, tracciata con poche righe, un bambino se ne sta tutto solo. Col naso rivolto al cielo. Dove, sulle nuvolette meticolosamente sparpagliate per tutta la pagina, siedono altri due bambini, più piccoli. Tenuti a bada dal sole che sorride ma solo con la bocca. Perché gli occhi sono chiusi e bui.
Pochi tratti di matita, un po' di colore. Senza bisogno di parole, come son capaci solo i bambini, Leonardo Piagentini - 8 anni, sopravvissuto alla strage di via Ponchielli insieme al padre Marco che lotta per la vita in ospedale - mostra al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il dramma di una famiglia distrutta per sempre. E di un'intera città che intorno alle vittime fa quadrato da una settimana.
Poco prima, sull'erba verde dello stadio dei Pini, due piccole bare bianche si erano strette per l'ultima volta ad una più grande, color legno. Luca e Lorenzo, i fratellini di Leonardo, non ce l'hanno fatta. Divorati, a 2 e 5 anni, dalle fiamme della strage di via Ponchielli. Mentre i genitori tentavano invano di salvarli dall'inferno. A distanza di pochi giorni da quella notte maledetta li ha seguiti mamma Stefania.
«Il disegno regalato a Napolitano - racconta il sindaco Luca Lunardini - ci ha gelato il sangue. I bambini intuiscono e capiscono. Anche quando non parlano». Come nel caso di Leonardo che, per tutto il tempo della visita, «non ha mai pronunciato la parola fratellini».
Intorno a lui, giorno e notte, si danno il turno tantissimi parenti sostenuti dal personale del reparto di pediatria e dagli psicologi. Il piccolo non incontra altri bambini e ha trascorso molto tempo sotto sedazione per far fronte al dolore delle ustioni: «Ma sembrava che sapesse», continua il sindaco. E non c'è fascia tricolore che tenga, o carica dello Stato per quanto alta sia: di fronte a tanta tragedia «si è comunque nudi».
A Leonardo Piagentini - «uno dei simboli della tragedia di Viareggio», come lo ha definito monsignor Castellani quasi gridando il nome del bambino - il presidente della Repubblica ha strappato una promessa importante: «Mi devi venire a trovare». Aggiungendo, rivolto al sindaco: «Mi raccomando: me lo accompagni al Quirinale». Un invito, quello per la visita a Roma, che Napolitano ha voluto rinnovare con decisione anche ad una delle zie del bambino, incontrata nei corridoi dell'ospedale mentre rientrava dalla cerimonia.
Nel lasciare il reparto, Napolitano è stato apostrofato da un altro piccolo ricoverato: «Ehi, ma da me non vieni?». Così, siccome il miracolo dell'infanzia è farci tornare a galla anche quando «la morte sembra farci dubitare della vita», come ha detto l'arcivescovo Italo Castellani, il presidente ha accolto la "protesta" e si è trattenuto anche con gli altri bambini ricoverati, per poi incontrare i due feriti adulti meno gravi. In un abbraccio dedicato a tutti quanti ancora lottano, e lotteranno a lungo, per uscire dall'incubo della strage.
Un attimo prima di lasciare la cerimonia allo stadio, nel momento in cui la fila dei carri funebri si snodava lungo la pista d'atletica, tutte le autorità intervenute erano state investite dal grido che si era levato, alto e forte, dal prato: «Ministro Matteoli, non vi dimenticate di questo. Fatela pagare ai responsabili». Una sola voce, quella di un uomo, a rappresentare un pensiero collettivo scritto sugli striscioni che hanno trovato posto dentro e fuori lo stadio.
Ai cronisti che lo incalzavano fuori dall'ospedale, il presidente della Repubblica ha dichiarato che «si deve fare chiarezza. Prima ancora di verificare se ci sono delle responsabilità».
Mentre nei colloqui con i rappresentanti della città, Napolitano è tornato più volte a sottolineare come la strage di via Ponchielli «non sia stata un evento naturale». E come, così testimonia il sindaco Lunardini del colloquio col capo dello Stato, «ci sia una grossa differenza tra un terremoto ed una cisterna piena di gas che si rovescia sulla ferrovia e porta fiamme e morte dentro le case, tra persone a letto, in salotto, davanti alla tv».
Proprio come racconta Leonardo. Nel disegno che Giorgio Napolitano, lasciando l'ospedale, gira e rigira tra le mani, mostrando a tutti quelli che incontra. Testimonianza di una quotidianità fatta delle piccole cose di sempre, spazzate via dal fuoco assassino. Il pallone, i fratellini, i giochi con mamma e papà, i sandalini per il mare che ancora ieri se ne stavano senza più piedini da proteggere sul ciglio delle macerie della casa di via Ponchielli.
Da dove l'infanzia - quella di Luca e Lorenzo, così come di Iman e Hamza - è stata spazzata via, travolta da una strage i cui colpevoli non potranno restare oscuri e impuniti. A chiedere giustizia, anche quando Viareggio non avrà più voce per farlo, resterà quel disegno di bambino. Che troverà posto tra le grandi opere ospitate al Quirinale e griderà per sempre lo strazio di una città e dei suoi figli.
Pochi tratti di matita, un po' di colore. Senza bisogno di parole, come son capaci solo i bambini, Leonardo Piagentini - 8 anni, sopravvissuto alla strage di via Ponchielli insieme al padre Marco che lotta per la vita in ospedale - mostra al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il dramma di una famiglia distrutta per sempre. E di un'intera città che intorno alle vittime fa quadrato da una settimana.
Poco prima, sull'erba verde dello stadio dei Pini, due piccole bare bianche si erano strette per l'ultima volta ad una più grande, color legno. Luca e Lorenzo, i fratellini di Leonardo, non ce l'hanno fatta. Divorati, a 2 e 5 anni, dalle fiamme della strage di via Ponchielli. Mentre i genitori tentavano invano di salvarli dall'inferno. A distanza di pochi giorni da quella notte maledetta li ha seguiti mamma Stefania.
«Il disegno regalato a Napolitano - racconta il sindaco Luca Lunardini - ci ha gelato il sangue. I bambini intuiscono e capiscono. Anche quando non parlano». Come nel caso di Leonardo che, per tutto il tempo della visita, «non ha mai pronunciato la parola fratellini».
Intorno a lui, giorno e notte, si danno il turno tantissimi parenti sostenuti dal personale del reparto di pediatria e dagli psicologi. Il piccolo non incontra altri bambini e ha trascorso molto tempo sotto sedazione per far fronte al dolore delle ustioni: «Ma sembrava che sapesse», continua il sindaco. E non c'è fascia tricolore che tenga, o carica dello Stato per quanto alta sia: di fronte a tanta tragedia «si è comunque nudi».
A Leonardo Piagentini - «uno dei simboli della tragedia di Viareggio», come lo ha definito monsignor Castellani quasi gridando il nome del bambino - il presidente della Repubblica ha strappato una promessa importante: «Mi devi venire a trovare». Aggiungendo, rivolto al sindaco: «Mi raccomando: me lo accompagni al Quirinale». Un invito, quello per la visita a Roma, che Napolitano ha voluto rinnovare con decisione anche ad una delle zie del bambino, incontrata nei corridoi dell'ospedale mentre rientrava dalla cerimonia.
Nel lasciare il reparto, Napolitano è stato apostrofato da un altro piccolo ricoverato: «Ehi, ma da me non vieni?». Così, siccome il miracolo dell'infanzia è farci tornare a galla anche quando «la morte sembra farci dubitare della vita», come ha detto l'arcivescovo Italo Castellani, il presidente ha accolto la "protesta" e si è trattenuto anche con gli altri bambini ricoverati, per poi incontrare i due feriti adulti meno gravi. In un abbraccio dedicato a tutti quanti ancora lottano, e lotteranno a lungo, per uscire dall'incubo della strage.
Un attimo prima di lasciare la cerimonia allo stadio, nel momento in cui la fila dei carri funebri si snodava lungo la pista d'atletica, tutte le autorità intervenute erano state investite dal grido che si era levato, alto e forte, dal prato: «Ministro Matteoli, non vi dimenticate di questo. Fatela pagare ai responsabili». Una sola voce, quella di un uomo, a rappresentare un pensiero collettivo scritto sugli striscioni che hanno trovato posto dentro e fuori lo stadio.
Ai cronisti che lo incalzavano fuori dall'ospedale, il presidente della Repubblica ha dichiarato che «si deve fare chiarezza. Prima ancora di verificare se ci sono delle responsabilità».
Mentre nei colloqui con i rappresentanti della città, Napolitano è tornato più volte a sottolineare come la strage di via Ponchielli «non sia stata un evento naturale». E come, così testimonia il sindaco Lunardini del colloquio col capo dello Stato, «ci sia una grossa differenza tra un terremoto ed una cisterna piena di gas che si rovescia sulla ferrovia e porta fiamme e morte dentro le case, tra persone a letto, in salotto, davanti alla tv».
Proprio come racconta Leonardo. Nel disegno che Giorgio Napolitano, lasciando l'ospedale, gira e rigira tra le mani, mostrando a tutti quelli che incontra. Testimonianza di una quotidianità fatta delle piccole cose di sempre, spazzate via dal fuoco assassino. Il pallone, i fratellini, i giochi con mamma e papà, i sandalini per il mare che ancora ieri se ne stavano senza più piedini da proteggere sul ciglio delle macerie della casa di via Ponchielli.
Da dove l'infanzia - quella di Luca e Lorenzo, così come di Iman e Hamza - è stata spazzata via, travolta da una strage i cui colpevoli non potranno restare oscuri e impuniti. A chiedere giustizia, anche quando Viareggio non avrà più voce per farlo, resterà quel disegno di bambino. Che troverà posto tra le grandi opere ospitate al Quirinale e griderà per sempre lo strazio di una città e dei suoi figli.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

