Finanza
Il pianto di un'intera città
Giorgio Billeri
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Parenti, amici, familiari: la solidarietà nella tragediaAlle 8 del mattino c'era già la coda. Sacerdoti, psicologi e volontari hanno portato conforto ai parenti disperati
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VIAREGGIO. Proprio non ce la fai a trattenere la commozione, dentro a questo scatolone vuoto trasformato in tempio del dolore. Nel palasport senti soltanto il fruscìo lieve di migliaia di passi sulla moquette azzurra che copre il parquet, il leggero ruotare delle pale appese al soffitto per dare un'illusione di refrigerio. Vedi i parenti delle vittime, stretti stretti con la loro incredibile forza dietro al feretro che porta il nome del proprio caro che non c'è più, sotto il grande crocefisso portato dalla chiesa della Misericordia, così forti e dignitosi da confortare - loro - le centinaia di viareggini (alla fine della giornata saranno stimati in 25mila) che si fermano di fronte alle bare, i fazzoletti che coprono gli occhi rossi. Vedi i ragazzi pieni di tatuaggi e dalle braccia abbronzate che si fermano, sulla via della spiaggia, e diventano vecchi tutto d'un colpo guardando le due piccole bare bianche che custodiscono i resti di Luca e Lorenzo Piagentini, le vittime bambine dell'apocalisse su ferrovia. Ti commuovi anche davanti agli anziani che arrivano qui a piedi, sfidando la canicola e le gambe gonfie, e che restano in piedi per minuti e minuti, prima di compiere a testa bassa tutto il tracciato delimitato dai nastri e uscire con gli occhi rossi, loro che nella vita hanno visto tutto, dopo aver firmato tremanti il librone delle presenze.
Proprio non ce la fai ad essere forte, qui dentro, dove regna un dolore meno straziante rispetto ai primi giorni, ma adesso più consapevole, più intimo. Basta l'incontro con un amico, con chi ha conosciuto le vittime perchè le barriere dell'autocontrollo cadano come carta, ma le lacrime e i singhiozzi durano un attimo perchè l'amore, la solidarietà, la vicinanza è enorme dentro la camera ardente. Un posto dove, per dodici ore, si sono alternati decine di sacerdoti a portare conforto, dieci psicologi, ragazzi con le bottigliette d'acqua, medici e volontari delle associazioni pronti, anche con le ambulanze, a far fronte a qualunque cedimento. Tutti hanno una gran voglia di abbracci e vicinanza fisica: anche loro, quelli della politica, i sette sindaci della Versilia che percorrono commossi tutta la via Crucis del dolore, abbracciando, baciando, confortando chi sta affrontando la prova più difficile.
Le bare sono lì, una accanto all'altra. Quelle di Ilaria e Michela Mazzoni, presidiate da ragazze con le lacrime dietro gli occhialoni neri; poi la botta al cuore, con i feretri bianchi dei bambini Luca e Lorenzo Piagentini seppelliti da bigliettini, oggettini, lettere scritte con grafia incerta. In mezzo, come se li sorvegliasse ancora, la bara della madre, Stefania Maccioni. Poi Mario Pucci: qualcuno ha realizzato un cartello con un pensiero e una foto degli anni belli.
Di fianco stanno i resti di Ana Habic, la cassa avvolta da qualcuno in una bandiera della Romania. Foto, tante foto incorniciate sul feretro di Maria Luisa Carmazzi, lei che sorride. Poi Nadia Bernacchi, Claudio Bonuccelli, e la piccola via dello strazio continua con Emanuela Milazzo, ritratta con i suoi capelli rossi e un sorriso non più giovane, ma pieno di gioia di vivere. Quasi non si vede la bara di Elena Iacopini, seppellita dalle corone di fiori: della famiglia, dei suoceri, degli amici della Vaibus, delle amiche. L'immagine quasi mozza il respiro: la ragazza, bionda, che sorride nel giorno delle sue nozze, vestita da sposa. La bandiera con i colori dell'Ecuador sorveglia i resti di Oliva Magdalena Cruz Ruiz, qualcuno ha messo un fiore, uno solo. Quattro amici e una donna, immobili e composti, presidiano ciò che resta di Rosario Campo, qualcuno ha appoggiato sulla bara di legno chiaro alcune foto e un cappellino verde. Infine Antonio Farnocchia: in mezzo a fiori e corone anche un gagliardetto dell'Inter, sua passione sportiva.
A fine della mattinata, duemila viareggini avevano firmato il librone. «Alle otto, quando abbiamo aperto, in attesa c'erano cento persone che volevano rendere il loro omaggio prima di andare a lavorare», spiega Eugenio Vassalle, uno dei coordinatori. E il pomeriggio una fila senza fine che si è snodata fino a notte. C'è chi resta sul piazzale, chi vuole restare a parlarne ancora, a metabolizzare la violenta emozione di questo tuffo nella disperazione. Il giorno sfiorisce, e nessuno fa più finta di trattenere le lacrime.
Proprio non ce la fai ad essere forte, qui dentro, dove regna un dolore meno straziante rispetto ai primi giorni, ma adesso più consapevole, più intimo. Basta l'incontro con un amico, con chi ha conosciuto le vittime perchè le barriere dell'autocontrollo cadano come carta, ma le lacrime e i singhiozzi durano un attimo perchè l'amore, la solidarietà, la vicinanza è enorme dentro la camera ardente. Un posto dove, per dodici ore, si sono alternati decine di sacerdoti a portare conforto, dieci psicologi, ragazzi con le bottigliette d'acqua, medici e volontari delle associazioni pronti, anche con le ambulanze, a far fronte a qualunque cedimento. Tutti hanno una gran voglia di abbracci e vicinanza fisica: anche loro, quelli della politica, i sette sindaci della Versilia che percorrono commossi tutta la via Crucis del dolore, abbracciando, baciando, confortando chi sta affrontando la prova più difficile.
Le bare sono lì, una accanto all'altra. Quelle di Ilaria e Michela Mazzoni, presidiate da ragazze con le lacrime dietro gli occhialoni neri; poi la botta al cuore, con i feretri bianchi dei bambini Luca e Lorenzo Piagentini seppelliti da bigliettini, oggettini, lettere scritte con grafia incerta. In mezzo, come se li sorvegliasse ancora, la bara della madre, Stefania Maccioni. Poi Mario Pucci: qualcuno ha realizzato un cartello con un pensiero e una foto degli anni belli.
Di fianco stanno i resti di Ana Habic, la cassa avvolta da qualcuno in una bandiera della Romania. Foto, tante foto incorniciate sul feretro di Maria Luisa Carmazzi, lei che sorride. Poi Nadia Bernacchi, Claudio Bonuccelli, e la piccola via dello strazio continua con Emanuela Milazzo, ritratta con i suoi capelli rossi e un sorriso non più giovane, ma pieno di gioia di vivere. Quasi non si vede la bara di Elena Iacopini, seppellita dalle corone di fiori: della famiglia, dei suoceri, degli amici della Vaibus, delle amiche. L'immagine quasi mozza il respiro: la ragazza, bionda, che sorride nel giorno delle sue nozze, vestita da sposa. La bandiera con i colori dell'Ecuador sorveglia i resti di Oliva Magdalena Cruz Ruiz, qualcuno ha messo un fiore, uno solo. Quattro amici e una donna, immobili e composti, presidiano ciò che resta di Rosario Campo, qualcuno ha appoggiato sulla bara di legno chiaro alcune foto e un cappellino verde. Infine Antonio Farnocchia: in mezzo a fiori e corone anche un gagliardetto dell'Inter, sua passione sportiva.
A fine della mattinata, duemila viareggini avevano firmato il librone. «Alle otto, quando abbiamo aperto, in attesa c'erano cento persone che volevano rendere il loro omaggio prima di andare a lavorare», spiega Eugenio Vassalle, uno dei coordinatori. E il pomeriggio una fila senza fine che si è snodata fino a notte. C'è chi resta sul piazzale, chi vuole restare a parlarne ancora, a metabolizzare la violenta emozione di questo tuffo nella disperazione. Il giorno sfiorisce, e nessuno fa più finta di trattenere le lacrime.
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