Sicurezza
La forza di Ibi: ho perso tutto ma resto
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Il manifesto della Misericordiaper il bambino eroe
Davanti al container della morte il messaggio di speranza della giovane marocchina
dall'inviato Mario Lancisi
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VIAREGGIO. «Il mio futuro? Farò quello che papà sognava per me: finirò la scuola per diventare pasticcera, mi formerò una famiglia e rimarrò per sempre a vivere a Viareggio». Questo è il sogno che Ibitzen Ayade, 21 anni, ha confidato a Roberta Natucci, la responsabile degli psicologi dell’Asl versiliese. Hanno stretto un patto la psicologa e «Ibi». Le notizie sui familiari le avrebbe fornite la Natucci. «Ibi» non avrebbe dovuto star dietro alle voci. La giovane ha cominciato a fidarsi solo di lei. E’ stata la psicologa a dirle della morte della sorellina Iman, 4 anni, mercoledì pomeriggio. «Ha cominciato a gridare forte per il dolore, la disperazione...», racconta la Natucci. Per salvare la piccola, nell’apocalisse viareggina, lunedì notte, era morto Hamza, il fratello più grande, 17 anni.
Ieri mattina, all’alba, la psicologa è tornata di nuovo a trovare «Ibi». Lei deve aver avuto qualche sinistro presagio perchè ha subito chiesto: «Roberta, il babbo come sta?». E lei: «Purtroppo non ce l’ha fatta, è morto all’ospedale di Cesena».
Il babbo di «Ibi» si chiamava Mohammed, era giunto in Italia ormai da diversi anni. Veniva da Casablanca, e da lì la famiglia lo aveva raggiunto 4 anni fa a Viareggio. Non restava a «Ibi» che la mamma Aziza, ricoverata in rianimazione all’ospedale versiliese. Ieri è morta anche lei. «Ibi» è rimasta sola. I suoi amici marocchini (ieri dalla Francia è arrivato anche lo zio Abdelilah) fanno la spola tra il reparto dove «Ibi» è ricoverata (piccole ferite da nulla) e l’obitorio dove si trovano i genitori, il fratello e la sorellina. Quattro salme depositate in lettighe nel container frigorifero dei morti Senza Nome, che si trova adiacente alle sale mortuarie.
La polizia scientifica e i medici legali (Marco Di Paolo, Stefano Perotti, Luigi Papi e Ranieri Domenici dell’università di Pisa) prelevano uno alla volta i cadaveri, eseguono l’autopsia per verificarne le cause di morte e la prova del Dna per accertare l’identità. Operazione lunga, complessa che ritarderanno i funerali: «Non prima della fine della prossima settimana», ipotizza il sindaco di Viareggio Luca Lunardini.
Dei diciannove morti accertati solo dieci hanno un nome e un cognome certo, ma quelli già sottoposti alla prova del Dna sono quattro: Maria Luisa Carmazzi, Ilaria Mazzoni, Elena Iacopini e Luca Piagentini. Di altre sei vittime si conosce l’identità attraverso il riconoscimento dei parenti, ma anche loro, ha spiegato il direttore dell’Asl versiliese Giancarlo Sassoli, saranno sottoposte alla prova del Dna. Si tratta dei quattro componenti della famiglia Ayade, di Lorenzo Piagentini e Boumalahaf Noureddin. L’obitorio dell’ospedale si trova al lato estremo rivolto a nord. L’ospedale è stretto tra la pineta e le Apuane incombenti. Il perimetro che lo delimita è pieno di cartelloni pubblicitari. Spot surreali a contrasto con il luogo funereo. Tipo: «Parrucchiere e non solo: solarium, trifacciale e doccia» oppure «Il nostro lavoro è la vostra serenità». Dal mare spira un leggero venticello in una giornata afosa, umida come l’anima dei parenti che fanno la processione nell’Obitorio dei Senza Nome.
Ecco un’ambulanza con i fiori. «Per chi sono?». «Non per loro, è per un morto normale. Loro sono nel container», risponde l’autista. La tragedia di Viareggio ha reso «normali» anche i morti di tutti i giorni.
Entro nelle sale mortuarie. Sono cinque stanze. Fino a martedì erano occupate dai Senza Nome. Ieri invece c’erano due bare di «normali». Mi inoltro in un corridoio del piano sotterraneo. E’ un luogo spettrale, una sorte di binario trasporta pacchi, medicine, vivande. Dalla stanza di medicina legale esce un poliziotto della scientifica per fumare una sigaretta nella rampa riservata allo scarico delle merci. Parla lento. Un tiro di sigaretta, due parole. «Sono corpi carbonizzati», racconta. Altro giro di fumo. «Preleviamo il Dna e lo compariamo con quello dei parenti presunti».
All’improvviso smette di parlare e mi fissa negli occhi: «Lei sa che non dovrebbe stare qui?». «Scusi, sto cercando il container dei Senza Nome», rispondo. Lui: «Eccolo, è davanti a lei». E’ un container, mi spiegherà più tardi il direttore Sassoli, preso a noleggio perché le celle frigorifere dell’ospedale sono soltanto cinque. «Occorreva un container rimorchio grande. Lì potranno entrarci tutti i morti», spiega. Tutti quanti? Sassoli allarga le braccia: «I sei ricoverati nel nostro ospedale non sono in gravi condizioni. Gli altri diciannove sparsi tra Torino e Milano sono in prognosi riservata. Sono tutti in pericolo di vita».
Un passo indietro, saluto il poliziotto della sigaretta: «Ha mai visto qualcosa di simile?». Lui a bassa voce: «Ho visto anche di peggio. Ho visto i morti dello Tsunami...». Intanto all’obitorio soggiornano i parenti dei due fratelli Piagentini morti - Luca, 5 anni, e Lorenzo, 2 anni e mezzo -. Il terzo fratello, Leonardo, 8 anni, il più grande, è sopravvissuto ed è ricoverato, qui, al Versilia. Piangono, e fanno domande. Se è possibile ad esempio mettere in un’unica bara i due fratellini. Se è possibile vederli. «Lascia perdere, cosa vuoi vedere. Meglio ricordarceli così come erano», dice un parente ad una zia.
Meglio ricordarli così come erano, sorridenti, vispi. Prima del Grande Fuoco. Che non sarà stato uno Tsunami, ma è stato ugualmente un inferno. Da dimenticare. Perché, come dice «Ibi», c’è ancora un futuro da sognare. Anche Leonardo Piangentini, nonostante i suoi 8 anni, i genitori in gravi condizioni e due fratellini morti, fa coraggio ai parenti. Nella tragedia dei Senza Nome, «Ibi» e Leonardo sono due nomi che non dimenticheremo. Li porteremo nel cuore come gli angeli che volano in questo inferno viareggino per indicare la vita oltre la morte. Il sogno oltre il fuoco.
Ieri mattina, all’alba, la psicologa è tornata di nuovo a trovare «Ibi». Lei deve aver avuto qualche sinistro presagio perchè ha subito chiesto: «Roberta, il babbo come sta?». E lei: «Purtroppo non ce l’ha fatta, è morto all’ospedale di Cesena».
Il babbo di «Ibi» si chiamava Mohammed, era giunto in Italia ormai da diversi anni. Veniva da Casablanca, e da lì la famiglia lo aveva raggiunto 4 anni fa a Viareggio. Non restava a «Ibi» che la mamma Aziza, ricoverata in rianimazione all’ospedale versiliese. Ieri è morta anche lei. «Ibi» è rimasta sola. I suoi amici marocchini (ieri dalla Francia è arrivato anche lo zio Abdelilah) fanno la spola tra il reparto dove «Ibi» è ricoverata (piccole ferite da nulla) e l’obitorio dove si trovano i genitori, il fratello e la sorellina. Quattro salme depositate in lettighe nel container frigorifero dei morti Senza Nome, che si trova adiacente alle sale mortuarie.
La polizia scientifica e i medici legali (Marco Di Paolo, Stefano Perotti, Luigi Papi e Ranieri Domenici dell’università di Pisa) prelevano uno alla volta i cadaveri, eseguono l’autopsia per verificarne le cause di morte e la prova del Dna per accertare l’identità. Operazione lunga, complessa che ritarderanno i funerali: «Non prima della fine della prossima settimana», ipotizza il sindaco di Viareggio Luca Lunardini.
Dei diciannove morti accertati solo dieci hanno un nome e un cognome certo, ma quelli già sottoposti alla prova del Dna sono quattro: Maria Luisa Carmazzi, Ilaria Mazzoni, Elena Iacopini e Luca Piagentini. Di altre sei vittime si conosce l’identità attraverso il riconoscimento dei parenti, ma anche loro, ha spiegato il direttore dell’Asl versiliese Giancarlo Sassoli, saranno sottoposte alla prova del Dna. Si tratta dei quattro componenti della famiglia Ayade, di Lorenzo Piagentini e Boumalahaf Noureddin. L’obitorio dell’ospedale si trova al lato estremo rivolto a nord. L’ospedale è stretto tra la pineta e le Apuane incombenti. Il perimetro che lo delimita è pieno di cartelloni pubblicitari. Spot surreali a contrasto con il luogo funereo. Tipo: «Parrucchiere e non solo: solarium, trifacciale e doccia» oppure «Il nostro lavoro è la vostra serenità». Dal mare spira un leggero venticello in una giornata afosa, umida come l’anima dei parenti che fanno la processione nell’Obitorio dei Senza Nome.
Ecco un’ambulanza con i fiori. «Per chi sono?». «Non per loro, è per un morto normale. Loro sono nel container», risponde l’autista. La tragedia di Viareggio ha reso «normali» anche i morti di tutti i giorni.
Entro nelle sale mortuarie. Sono cinque stanze. Fino a martedì erano occupate dai Senza Nome. Ieri invece c’erano due bare di «normali». Mi inoltro in un corridoio del piano sotterraneo. E’ un luogo spettrale, una sorte di binario trasporta pacchi, medicine, vivande. Dalla stanza di medicina legale esce un poliziotto della scientifica per fumare una sigaretta nella rampa riservata allo scarico delle merci. Parla lento. Un tiro di sigaretta, due parole. «Sono corpi carbonizzati», racconta. Altro giro di fumo. «Preleviamo il Dna e lo compariamo con quello dei parenti presunti».
All’improvviso smette di parlare e mi fissa negli occhi: «Lei sa che non dovrebbe stare qui?». «Scusi, sto cercando il container dei Senza Nome», rispondo. Lui: «Eccolo, è davanti a lei». E’ un container, mi spiegherà più tardi il direttore Sassoli, preso a noleggio perché le celle frigorifere dell’ospedale sono soltanto cinque. «Occorreva un container rimorchio grande. Lì potranno entrarci tutti i morti», spiega. Tutti quanti? Sassoli allarga le braccia: «I sei ricoverati nel nostro ospedale non sono in gravi condizioni. Gli altri diciannove sparsi tra Torino e Milano sono in prognosi riservata. Sono tutti in pericolo di vita».
Un passo indietro, saluto il poliziotto della sigaretta: «Ha mai visto qualcosa di simile?». Lui a bassa voce: «Ho visto anche di peggio. Ho visto i morti dello Tsunami...». Intanto all’obitorio soggiornano i parenti dei due fratelli Piagentini morti - Luca, 5 anni, e Lorenzo, 2 anni e mezzo -. Il terzo fratello, Leonardo, 8 anni, il più grande, è sopravvissuto ed è ricoverato, qui, al Versilia. Piangono, e fanno domande. Se è possibile ad esempio mettere in un’unica bara i due fratellini. Se è possibile vederli. «Lascia perdere, cosa vuoi vedere. Meglio ricordarceli così come erano», dice un parente ad una zia.
Meglio ricordarli così come erano, sorridenti, vispi. Prima del Grande Fuoco. Che non sarà stato uno Tsunami, ma è stato ugualmente un inferno. Da dimenticare. Perché, come dice «Ibi», c’è ancora un futuro da sognare. Anche Leonardo Piangentini, nonostante i suoi 8 anni, i genitori in gravi condizioni e due fratellini morti, fa coraggio ai parenti. Nella tragedia dei Senza Nome, «Ibi» e Leonardo sono due nomi che non dimenticheremo. Li porteremo nel cuore come gli angeli che volano in questo inferno viareggino per indicare la vita oltre la morte. Il sogno oltre il fuoco.
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