La manifestazione
IL RACCONTO
Sconfitti e marchiatida quel mostro di fuoco
Giampaolo Simi - viareggino, scrittore e giallista
Inizia luglio, ma la strada è deserta e il semaforo è nero e disciolto, sembra lo stecchino di liquirizia di un ghiacciolo che andava forte tante estati fa. Inizia luglio, ma il grande calore ha cancellato tutti i cartelloni dell’estate
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Inizia luglio, ma la strada è deserta e il semaforo è nero e disciolto, sembra lo stecchino di liquirizia di un ghiacciolo che andava forte tante estati fa. Inizia luglio, ma il grande calore ha cancellato tutti i cartelloni dell’estate. E la plastica fusa rende già decrepito il bikini mozzafiato della modella su un pannello poco lontano. In mezzo a uno sparuto gruppetto, un ragazzo racconta con gli occhi sgranati. Lui si è svegliato di colpo e ha afferrato due coltelli dalla cassettiera.
Gli sembrava che qualcuno stesse cercando di buttare giù la porta di casa a spallate. È sceso con il cuore in gola, ha aperto con i suoi coltelli pronti, ma in strada non c'era nessuno. L'onda d'urto è un aggressore senza volto, che in casi estremi può risucchiarti via i vestiti dalla pelle e la carne dalle ossa. A nemmeno duecento metri dai vagoni deragliati, alla Pubblica Assistenza Croce Verde l'onda d'urto sembra aver provocato un tifone. Alluminio e acciaio piegati come fossero di cartone, vetri in briciole come dopo una mitragliata, locali dei volontari devastati, un paio di ambulanze sbilenche, come masticate a metà da un mostro svogliato.
Mostri. Qualcun altro racconta che se ne stava al cinema, a vedere "Transformers", lo danno in una sala giusto a pochi metri in linea d'aria dall'esplosione. Potenza del dolby surround, è arrivato alla fine del film senza accorgersi di niente. Quando è uscito avrà pensato, vedendo il cielo illuminato a giorno, di non essere davvero uscito dal film. Un'allucinazione. Magari.
Una mia amica che abita in Darsena, al botto ha pensato che alcune misteriose (quanto del tutto consuete, mi racconta) esercitazioni notturne di tiro con la pistola in Pineta fossero passate agli esplosivi. Sono imprevedibili, tremendi e subdoli i modi con cui si tenta di riassorbire, nonostante tutto, una tragedia imprevista nei pericoli del nostro immaginario o nelle piccole assurdità del quotidiano. Poi però ci butta giù dal letto, una sera di inizio estate, ci sbatte fuori dalle nostre case e ci costringe ad arrenderci.
Nell'ingresso della Croce Verde, su una sedia, c'è un casco da motociclista coperto di bolle e di croste marroni. È lì da stanotte, nessuno lo tocca, nessuno lo sposta. Sotto, stracci anneriti di un giubbotto di pelle. Li indossava la ragazza che hanno visto correre in strada, avvolta dalle fiamme.
Mi mostrano il segno sull'asfalto dove l'hanno "spenta". Non dicono salvata, ma "spenta". Forse per scaramanzia, forse per quella spietata concretezza che ci contraddistingue da sempre. Forse perché la violenza di tragedie così retrocede noi esseri umani a rango di oggetti fisici, materia più o meno ignifuga, più o meno resistente. Cerchi di non pensarci, ma dopo certe scene, non ce la fai.
Si gela al solo pensiero. Anche se sta iniziando luglio. Si gela a vedere, dall'alto, lo scenario iracheno del treno deragliato.
Ma il vero perché lo capisco dopo qualche secondo. Il perché non lo vorrei scrivere e forse nemmeno pensare, ma la ragione fa i suoi conti: il convoglio è deragliato nel bel mezzo del punto in cui il fascio dei binari è più ampio. Percorro a memoria il percorso a ritroso: la stazione e i palazzi di piazza Dante, la strettoia di quello che si chiamava una volta il passaggio a livello della Rondinella, la centrale elettrica, il nuovo supermercato, i condomini a un tiro di schioppo da entrambe i lati, il cavalcavia Barsacchi e la nuova zona residenziale a ovest dell'Aurelia. Si gela a pensare a tutte le persone addormentate nei letti, tranquille sui divani o sui terrazzi a frescheggiare, sfiorate nella notte dalle quattordici cisterne piene di Gpl, con il loro asse pronto a cedere da un attimo all'altro. Da un attimo all'altro.
La ferrovia a Viareggio è stato sempre un confine fisico e mentale, che fino a trent'anni fa delimitava la città vera e propria dall'entroterra in maniera netta. Ora ti accorgi che ne attraversa il cuore denso e pulsante. Da lunedì notte porterà anche un marchio di dolore impresso con il fuoco.
Gli sembrava che qualcuno stesse cercando di buttare giù la porta di casa a spallate. È sceso con il cuore in gola, ha aperto con i suoi coltelli pronti, ma in strada non c'era nessuno. L'onda d'urto è un aggressore senza volto, che in casi estremi può risucchiarti via i vestiti dalla pelle e la carne dalle ossa. A nemmeno duecento metri dai vagoni deragliati, alla Pubblica Assistenza Croce Verde l'onda d'urto sembra aver provocato un tifone. Alluminio e acciaio piegati come fossero di cartone, vetri in briciole come dopo una mitragliata, locali dei volontari devastati, un paio di ambulanze sbilenche, come masticate a metà da un mostro svogliato.
Mostri. Qualcun altro racconta che se ne stava al cinema, a vedere "Transformers", lo danno in una sala giusto a pochi metri in linea d'aria dall'esplosione. Potenza del dolby surround, è arrivato alla fine del film senza accorgersi di niente. Quando è uscito avrà pensato, vedendo il cielo illuminato a giorno, di non essere davvero uscito dal film. Un'allucinazione. Magari.
Una mia amica che abita in Darsena, al botto ha pensato che alcune misteriose (quanto del tutto consuete, mi racconta) esercitazioni notturne di tiro con la pistola in Pineta fossero passate agli esplosivi. Sono imprevedibili, tremendi e subdoli i modi con cui si tenta di riassorbire, nonostante tutto, una tragedia imprevista nei pericoli del nostro immaginario o nelle piccole assurdità del quotidiano. Poi però ci butta giù dal letto, una sera di inizio estate, ci sbatte fuori dalle nostre case e ci costringe ad arrenderci.
Nell'ingresso della Croce Verde, su una sedia, c'è un casco da motociclista coperto di bolle e di croste marroni. È lì da stanotte, nessuno lo tocca, nessuno lo sposta. Sotto, stracci anneriti di un giubbotto di pelle. Li indossava la ragazza che hanno visto correre in strada, avvolta dalle fiamme.
Mi mostrano il segno sull'asfalto dove l'hanno "spenta". Non dicono salvata, ma "spenta". Forse per scaramanzia, forse per quella spietata concretezza che ci contraddistingue da sempre. Forse perché la violenza di tragedie così retrocede noi esseri umani a rango di oggetti fisici, materia più o meno ignifuga, più o meno resistente. Cerchi di non pensarci, ma dopo certe scene, non ce la fai.
Si gela al solo pensiero. Anche se sta iniziando luglio. Si gela a vedere, dall'alto, lo scenario iracheno del treno deragliato.
Ma il vero perché lo capisco dopo qualche secondo. Il perché non lo vorrei scrivere e forse nemmeno pensare, ma la ragione fa i suoi conti: il convoglio è deragliato nel bel mezzo del punto in cui il fascio dei binari è più ampio. Percorro a memoria il percorso a ritroso: la stazione e i palazzi di piazza Dante, la strettoia di quello che si chiamava una volta il passaggio a livello della Rondinella, la centrale elettrica, il nuovo supermercato, i condomini a un tiro di schioppo da entrambe i lati, il cavalcavia Barsacchi e la nuova zona residenziale a ovest dell'Aurelia. Si gela a pensare a tutte le persone addormentate nei letti, tranquille sui divani o sui terrazzi a frescheggiare, sfiorate nella notte dalle quattordici cisterne piene di Gpl, con il loro asse pronto a cedere da un attimo all'altro. Da un attimo all'altro.
La ferrovia a Viareggio è stato sempre un confine fisico e mentale, che fino a trent'anni fa delimitava la città vera e propria dall'entroterra in maniera netta. Ora ti accorgi che ne attraversa il cuore denso e pulsante. Da lunedì notte porterà anche un marchio di dolore impresso con il fuoco.
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