Il Tirreno

Versilia

La strage di Viareggio
STRAGE DI VIAREGGIO

Il fuoco, come l’uomo nero

Il fuoco, come l’uomo nero

Luca aveva cinque anni: è bruciato nell’auto

dal nostro inviato Mariella Bertuccelli

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VIAREGGIO. Hamza aveva 16 anni e veniva da Casablanca. Luca ne aveva cinque, e a Viareggio c’era nato. Hamza e Luca sono, tra gli undici corpi trasportati all’obitorio dell’ospedale Versilia, i due che per primi hanno avuto un nome. Luca è tra loro l’unico bambino.

Hamza lo ha riconosciuto la sorella ventenne da un braccialetto, o forse una catenina. Hamza e Luca non si conoscevano, anche se abitavano a pochi passi di distanza. Non si conoscevano le loro famiglie, gli Ayad e i Piagentini. Ma il gas, le fiamme, l’esplosione, sono entrati nelle case di notte, sorprendendo le famiglie nel sonno, i più piccoli nei loro letti, accomunando gli Ayad e i Piagentini in un unico destino, in questa strage che non guarda in faccia a nazionalità e religione.

Babbo, mamma, un maschio e due femmine gli Ayad. Babbo, mamma e tre maschietti i Piagentini. Roberto Piagentini, il nonno del piccolo Luca, è fuori sul marciapiede, perché la palazzina in cui abita - in via IV Novembre - ieri pomeriggio non riusciva a contenere tutto il dolore che è piombato sulla sua famiglia dalla mezzanotte dell’apocalisse.

«Non ho più lacrime», dice, e anche le lacrime sono un lusso perché ora bisogna pensare ai vivi, al figlio Marco, di 42 anni, ricoverato in gravissime condizioni a Padova, alla nuora Stefania Maccioni, 40 anni, ricoverata a Pisa, al piccolo Lorenzo, due anni, ricoverato al Meyer con le mani gravemente ustionate. E a Leonardo, otto anni, il più grande dei tre nipotini, ora a casa dei nonni, uscito praticamente illeso dall’incendio e dall’esplosione della casa di via Ponchielli.
Ieri Viareggio, sotto un cielo che a tratti minacciava pioggia, era divisa in due: di qua e di là dalla ferrovia. Di là case sventrate, ululati di sirene, l’odore acre degli incendi domati, la ricerca - ancora - dei corpi sotto le macerie.

Di qua la città che continuava a vivere, il mare, i negozi, il cambio dei villeggianti nelle case in affitto, il traffico reso appena più convulso dall’arrivo del presidente del Consiglio Berlusconi e dei ministri Maroni, Matteoli e Sacconi. Roberto Piagentini l’altra notte era di là, nell’inferno, mentre i soccorritori scavavano alla luce delle fotoelettriche. Ha visto tirar fuori dalle macerie il figlio Marco. Ha gridato il nome di Luca, morto avvolto dalle fiamme nell’auto dei genitori che così avevano creduto di metterlo in salvo dal mostro di fuoco che avanzava dalla ferrovia. Volevano andarsene con la macchina, scappare via.

Prima Luca, poi sono tornati in casa per portar fuori gli altri due bambini. Non ce l’hanno fatta. Tutto intorno è esploso, le fiamme hanno divorato l’auto, la casa è crollata. Leonardo, racconta il nonno, si è salvato perché il soffitto della cameretta dove dormiva se n’è volato via, sollevato in alto dall’esplosione. Roberto Piagentini lo sapeva, lo sentiva che Leonardo, il più grande, non era sotto le macerie. Lo gridava ai soccorritori che scavavano.

Gli altri due bambini no, non c’erano nella cameretta. Perché erano i più piccoli ed erano andati a dormire nel lettone di mamma Stefania e papà Marco. «Leonardo l’ho visto - racconta Roberto Piagentini - mi ha riconosciuto, mi ha buttato le braccia al collo, mi ha chiamato nonno».
E’ sola la famiglia Piagentini, qui l’unità di crisi non è arrivata, o ha dimenticato. Fuori dalla casa, vicini a Roberto e ad un amico, ci sono un altro figlio ed un genero. Marco è stato trasportato a Padova, Stefania è ricoverata a Pisa, Lorenzo al Meyer. Non sanno come dividersi, come fare ad essere vicini ai loro cari.

A Marco che lavorava alla Gifas di Pian del Quercione, un’azienda di materiali elettrici. A Stefania che - racconta Roberto - «fino a poco tempo fa lavorava in una stireria. Poi la stireria ha chiuso e lei non lavorava più, d’altronde con tre bambini...». La voce si spezza e l’incubo irrompe di nuovo. «Uno non c’è più - dice sommessamente Roberto - la famiglia non c’è più».
Come l’altra, babbo, mamma e i figli, tre figli come i Piagentini. Mohammed e la moglie Aziza, Hamza di 16 anni, una sorella di 20 anni e la piccolina, Iman, quattro anni.

Hamza, che amava il mare e il gioco del calcio, che sognava di aiutare la gente e appena lunedì aveva fatto un corso di volontario sulle ambulanze, è morto per cercare di salvare la sorellina, ora ricoverata in gravissime condizioni al Bambin Gesù. Hamza è all’obitorio dell’ospedale Versilia. L’ha riconosciuto la sorella, anche lei ricoverata al Versilia, da un braccialettino. La mamma Aziza è ricoverata in rianimazione al Versilia, il babbo è stato trasportato a Cesena, con il 90 per cento di ustioni sul corpo.

Mohammed era in Italia da diversi anni. Veniva da Casablanca, e da lì la famiglia lo aveva raggiunto quattro o cinque anni fa a Viareggio. La crisi che ha messo in ginocchio il settore in cui lavorava, la nautica, lo ha costretto alla cassa integrazione e la casa di via Ponchielli, nella via che è simbolo ed epicentro della strage, gli Ayad l’avevano avuta in assegnazione dal Comune.

Si sentivano un po’ come a casa gli Ayad, perché al piano di sopra abitava un’altra famiglia di marocchini, tre persone, uno di loro tornato proprio ieri pomeriggio alle 4 da Marrakesh, anche loro tra i feriti. Viareggio li aveva accolti, la ragazza di vent’anni lavorava in un ristorante, la più piccolina frequentava l’asilo nido della Migliarina e per Iman c’era la prospettiva di passare altri due mesi al nido estivo. Hamza sognava, un giorno, di guidare le ambulanze.

Haiad, il vostro ricordo
| Luca, il vostro ricordo

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