Il Tirreno

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Il comandante: io non c'entro

Giorgio Billeri
<strong>DRAMMA.</strong> Il ponteggio dal quale cadde il marinaio nel febbraio 2007
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DRAMMA. Il ponteggio dal quale cadde il marinaio nel febbraio 2007

Iniziato il processo per la morte del giovane marinaio caduto dal «Romanza» Quattro alla sbarra

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 VIAREGGIO. «Vede, signor giudice, io quel maledetto giorno non c'ero. Mi trovavo in vacanza in Thailandia con i miei familiari: guardi, qui c'è il passaporto, basta soltanto vedere le date sui timbri». James Verity, trentacinquenne comandante inglese dello yacht «Romanza» dal quale precipitò il giovane marinaio Joubert Thomson, morto sull'asfalto della Polo Nautico la mattina del 22 febbraio 2007, con una dichiarazione spontanea ha aperto di fatto la pagina giudiziaria sulla morte del ragazzo sudafricano. Un discorso secco, breve, asciutto, con il quale il comandante si chiama fuori da qualsiasi responsabilità. «Sono rientrato a Viareggio solo il 24 febbraio, due giorni dopo, appena saputo di questa tragedia», ha chiarito. Poi, insieme suo legale, il genovese Raimondo, si è allontanato dall'aula facendo sapere che lui, a Viareggio, non tornerà più.
 Insieme al comanante Verity sono tre le persone accusate a vario titolo di omicidio colposo e mancata applicazione delle misure di sicurezza: Fornile, 58 anni, spezzino, legale rappresentante della Euroservizi 2001, ditta che venne incaricata dell'installazione del ponteggio; Mohamed Sai, algerino di 39 anni, addetto al montaggio del ponteggio (gli ultimi due sono difesi dall'avvocato Andrea Bagatti) e di Bartolomeo Giangrasso, 42 anni, viareggino, dipendente del gruppo Azimut Benetti e coordinatore dei lavori di allestimento del ponteggio accanto alla barca (avvocati Enrico Marzaduri e Riccardo Carloni).
 Nel processo si è costituita parte civile da Fiom Cgil ed è stata citata anche l'Azimut Benetti. Le posizioni sono ovviamente differenti: il comandante Verity avrebbe disposto le opere di refitting a bordo del «Romanza» senza adottare le precauzioni necessarie. Ma è il ponteggio ad essere al centro dell'interesse del Pm Garofalo: dalle varie ispezioni è emerso infatti che era stato montato a una distanza di sessanta centimetri dal bordo della poppa, e per giunta senza alcuna protezione laterale. Proprio in quel «buco» largo sessanta centimetri il ventitreenne marinaio sarebbe precipitato da un'altezza di sette metri, andandosi a schiantare al suolo. Un altro aspetto rilevato dalla Procura è che erano presenti dei grandi teli di nylon, utilizzati per proteggere la barca da eventuali «scorie» di verniciatura, che avrebbero concorso a rendere meno visibile e percettibile il pericolo, ovvero la presenza dello spazio vuoto tra la barca e il ponteggio. Per quanto concerne Sai, installatore della Euroservice 2001, avrebbe montato il ponteggio pur in assenza di un progetto che tenesse conto delle misure di sicurezza.
 Giangrasso, infine, è finito nell'inchiesta per non aver promosso adeguate misure di prevenzione e protezione dai rischi presenti. Joubert Thomson nella caduta riportò lesioni gravissime alla testa e agli arti inferiori e morì qualche ora dopo il trasporto all'ospedale Versilia.
 Ieri mattina l'udienza è stata rinviata al 28 ottobre quando saranno escussi i primi testimoni: è stata rilevato anche un errore di notifica ad Azimut, con un errore nell'invio dei documenti.

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