Il Tirreno

Versilia

Giannini, medico dei record: primo al mondo a trapiantare una spalla

Giannini, medico dei record: primo al mondo a trapiantare una spalla

Sandro Giannini, viareggino, ha varcato diverse frontiere della chirurgia: ora per primo ha trapiantato una spalla

6 MINUTI DI LETTURA





E' viareggino, da ragazzo militava in serie D e gioca ancora a calcio con Marcello Lippi, il chirurgo che ha spostato in avanti la frontiera dei trapianti. Sandro Giannini, direttore della clinica ortopedica dell'Istituto Rizzoli di Bologna, è il primo al mondo ad avere rivitalizzato l'intera articolazione della spalla a un paziente, ex sollevatore di pesi, che soffriva di una grave artrosi post traumatica.
 Una situazione gravemente invalidante, fino a ieri risolta solo con una protesi meccanica dalla durata limitata. Ora invece l'osso e la cartilagine prelevati da un donatore saranno in grado di "rivivere" e di integrarsi perfettamente nel quarantasettenne Giampiero Cocchini, che subito dopo l'intervento ha esultato: «Tornerò a giocare a tennis».
 Un ottimismo forse eccessivo. Ci vorrà un anno per essere certi che il trapianto sia riuscito e che la spalla di Cocchini sia tornata come nuova. Ma l'entusiasmo del paziente è giustificato dal medagliere appuntato sul petto del chirurgo Giannini: primo in Europa ad eseguire il trapianto ad una caviglia, primo al mondo a trapiantare la cartilagine del ginocchio, e un anno più tardi, dell'alluce. Oltre cinquanta interventi riusciti e una percentuale minima di delusioni.
 Quando è nata la passione per la chirurgia ortopedica?
 «Da ragazzino e deriva dalla mia passione per lo sport. Giocavo mediano nel Viareggio che allora militava in serie D, l'attuale C 2, ma ancora adesso, alla mia età gioco a calcio, non a calcetto, durante i weekend o le vacanze assieme ad ex calciatori, tra i quali talvolta appare l'amico e superallenatore Marcello Lippi. Da giovane mi trovai costretto a scegliere. O lo sport o lo studio e la laurea».
 Non fu una cattiva scelta, visto che in campo medico non ha poi avuto una vita da mediano... Ma con lei un po' tutta l'Italia si è accorta che in certi settori, nonostante i tagli alla ricerca e le fughe dei cervelli all'estero, siamo ancora all'avanguardia. Come mai?
 «Nel settore ortopedico noi siamo all'avanguardia non soltanto per i trapianti, ma anche per l'oncologia, per le bioingegnerie, per la ricostruzione di tessuti, di cartilagine. Da che dipende? Oggi gli interscambi scientifici sono molto frequenti, ma occorre aggiungere un po' di ideazione e di estro. Gli italiani hanno molta inventiva, a patto che siano messi in condizione di poter lavorare. Nel mio caso presso l'istituto Rizzoli di Bologna le condizioni esistono tutte».
 Sembra che in quell'istituto lei non sia l'unico ortopedico toscano...
 «Negli anni ottanta arrivammo in diversi dall'Università di Pisa. L'amico e collega Marcacci, che ora dirige un'altra divisione, e poi Faldini che fa parte della mia équipe, Girolami e un altro paio».
 Come si è arrivati a varcare questa nuova frontiera? Quali sono state le tappe?
 «Quattro anni fa iniziai con il trapianto alla caviglia. I primi in Europa. All'inizio effettuammo pochi interventi. Prima di noi ci aveva provato qualcuno solo negli Stati Uniti e dovevamo ottenere rassicurazioni dai risultati. Che arrivarono, permettendoci di compiere altri interventi. A tutt'oggi sono stati più di quaranta».
 E i pazienti camminano tutti benissimo? Qualcuno è tornato a correre?
 «Un paziente ha voluto camminare prima del tempo e quindi ha schiacciato la cartilagine impiantata. In un altro caso non si è verificato il consolidamento del trapianto. Quando si parla di chirurgia poi non ci si riferisce mai a un cento per cento di recupero funzionale. Esistono anche le complicanze, le piccole sofferenze. Per verificare la validità di una metodica contano le medie, e la media è alta. Diversi tornano a una vita perfettamente normale. Nonostante io lo sconsigli, e nonostante io raccomandi sempre prudenza, qualcuno ha provato a saltare o a correre e mi ha persino confidato di aver disputato una partitina a tennis... insomma, un comportamento da ragazzi discoli...»
 Lei è poi stato il primo al mondo ad eseguire trapianti al ginocchio e all'alluce. Quanti ne ha eseguiti? E quali problemi risolvono i trapianti?
 «Otto al ginocchio e quattro all'alluce rigido, quello che non si muove e ostacola la possibilità di camminare. L'indicazione per l'intervento è uno stato di grave artrosi, che si verifica quando l'articolazione del paziente è consumata. In questi casi l'alternativa è di bloccarla o di sostituirla. Se la si blocca e la si fonde con l'osso, il paziente perde il movimento. La sostituzione che gli permetteva di riacquistarlo finora veniva eseguita con protesi articolari meccaniche, che hanno una durata limitata: al massimo quindici anni. Per un paziente anziano quella protesi può essere definitiva, ma per i giovani, vista la lunga prospettiva di vita, esistono altissime probabilità di dovere rivisitare la protesi con altri interventi».
 Che cosa cambia in meglio il trapianto?
 «La novità del trapianto è che la cartilagine e l'osso provengono da un donatore fresco. Per questo deve essere effettuato entro dieci giorni, in modo tale che le cellule siano ancora vitali. Una caratteristica è la dimensione: la protesi biologica non deve superare il centimetro così che l'osso possa essere completamente rivascolarizzato dall'organismo e riconosciuto come proprio. Il risultato è di riavere praticamente l'articolazione come prima dell'incidente.
 Se l'impianto non attecchisce e non si riforma il tessuto osseo, che succede?
 «Continua ad essere possibile l'evento della protesi meccanica. Esiste una via d'uscita. Chi pratica la chirurgia deve sempre prevedere una soluzione alternativa».
 E' stato lungo il salto da caviglia, ginocchio e alluce alla spalla?
 «Era un intervento un po' più complesso, ma sostanzialmente si è trattato di una traslazione della stessa tecnica. Ci tengo a precisare che l'invasività operatoria non è eccessiva e neppure il trauma al paziente molto elevato, tanto che il signor Cocchini poteva già essere dimesso, ed è rimasto ancora qualche giorno solo perché ha preferito rimandare il viaggio di trasferimento fino a Pescara».
 Quali le frontiere del futuro?
 «Ulteriori studi sulla tematica, su eventuali mini reazioni immunitarie, se è utile associare certi farmaci per aiutare l'evoluzione, e poi problemi tecnici per valutare l'estensione dei trapianti ad altre articolazioni. L'anca è una delle possibili... Poi quelle della mano, del braccio del gomito, del polso, delle vertebre. Esistono tante altre frontiere...»
 Sarà possibile il trapianto di un intero arto? Quando si arriverà a questo?
 «Oltre al problema tecnico qui esiste un grosso problema immunologico. Se l'innervazione e la vascolarizzazione possono anche essere risolte, la vera difficoltà è costituita dal trattamento con i farmaci al quale ci si deve sottoporre per tutta la vita. Di fronte a questi tipi di interventi i pazienti, provati da serie problematiche come la chemioterapia o la sensibilità sull'arto, hanno addirittura preteso che gli fosse ritolto.. Chissà che un domani si riuscirà a superare tutto questo con nuovi farmaci e nuove tecniche chirurgiche...»
 E che cosa c'è all'orizzonte in un domani più immediato?
 «Domani c'è da trapiantare l'osso e la cartilagine dello stesso donatore di Cocchini su un altro paziente di trentasei anni».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Toscana

Camaiore, addio a Giuseppe Vecoli: conosciuto commerciante con la passione per le moto

di Roy Lepore