Il dolore
«Pagami o racconto che sei omosessuale»
Giorgio Billeri
Processo per estorsione ai danni di un quindicenne a scuola
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VIAREGGIO. «Devi darmi dei soldi, ogni volta che te lo chiederò. Altrimenti andrò a raccontare a tutta la scuola che sei un omosessuale». Una minaccia che aveva assunto contorni intollerabili per un ragazzino di 15 anni, M.A., che alla reazione preferì sottostare al ricatto. Anche perchè l’altro aveva diciotto anni, era più grande e soprattutto era spalleggiato da altri compagni di una scuola superiore viareggina. Un incubo che si è protratto per oltre due mesi (dall’ottobre al Natale del 2003) per quel ragazzino gentile ma un pò isolato dal branco e con qualche difficoltà sul piano relazionale. Un periodo nel quale il quindicenne (che oggi ha quasi diciannove anni) si vide costretto a incontrare l’altro, a consegnare piccole somme (quasi sempre dieci o venti euro) derivanti dalla paghetta settimanali della nonna o dei genitori.
Ieri M.A., che abita con la famiglia nella zona del Varignano, è stato ascoltato come parte civile (si è costituito sotto la tutela dell’avvocato Paulgros) nella prima udienza del processo per estorsione a carico di B.A., oggi ventiduenne. Incalzato dalle domande del giudice Nidia Genovese e dei legali della difesa, Graziano Pancetti e Nunzia Castellano, il ragazzo ha faticosamente ripercorso quella brutta avventura, dimostrando comunque una certa padronanza di sè e della propria memoria. Ha raccontato che l’altro lo agganciò fuori dalla scuola per metterlo davanti a una scelta difficile per un ragazzino: evitare una pubblica umiliazione, e magari il dileggio dei compagni a fronte del pagamento di piccole somme di denaro. In tutto 80 euro nel giro di due mesi, tanti per chi vive con i genitori e non ha altre entrate se non, appunto, la paghetta. «Mi disse che avrebbe raccontato a tutti che avevo avuto rapporti con un altro ragazzino - ha detto M.A. sulla sedia dei testimoni - e alla fine ho accettato di pagare.
Mi ha lasciato il suo numero di cellulare, ero io che dovevo contattarlo quando avevo la disponibilità dei soldi. Una volta è venuto anche a suonare a casa mia accompagnato da altri due ragazzi, e lì ho avuto paura che volessero farmi qualcosa di male. Per un certo periodo di tempo mi sono trasferito a casa di mia nonna perchè avevo difficoltà anche a uscire di casa, era diventato un vero e proprio incubo per me. Magari adesso ci farei una risata sopra, ma all’epoca ero davvero piccolo e tutto mi spaventava». La vicenda diviene pubblica pochi giorni prima di Natale: subito dopo il pagamento degli ultimi 20 euro (effettuato nonostante il ragazzino avesse raccontato tutto alla madre), il padre di M.A. si decide a portare il figlio dai carabinieri per presentare denuncia contro il ragazzo più grande. La Procura lavora sulle intercettazioni dei due telefoni cellulari e riscostruisce l’ora esatta e la durata delle conversazioni tra i due ragazzi. Alla fine arriva il rinvio a giudizio per estorsione.
Nel corso dell’udienza di ieri è stata ascoltata anche la dottoressa Annamaria Sassoli, psicologa che ebbe in cura per diversi anni la presunta vittima dell’estorsione. «L’ho avuto in cura già dal 2001 e 2002 - ha riferito - e si trattava di un ragazzo con parecchie difficoltà a stare con i coetanei, a relazionarsi. I genitori lo riportarono da me alla fine del 2003, dicendo che erano mancati dei soldi in casa e che lui non voleva parlarne. Seduta dopo seduta mi raccontò cos’era accaduto, ma in modo abbastanza distaccato e asettico, non mi sembrava particolarmente turbato». Il processo riprenderà il 22 gennaio 2008 con l’audizione della mamma e del papà di M.A e quindi dei testimoni citati dalla parte civile e dalla difesa.
Ieri M.A., che abita con la famiglia nella zona del Varignano, è stato ascoltato come parte civile (si è costituito sotto la tutela dell’avvocato Paulgros) nella prima udienza del processo per estorsione a carico di B.A., oggi ventiduenne. Incalzato dalle domande del giudice Nidia Genovese e dei legali della difesa, Graziano Pancetti e Nunzia Castellano, il ragazzo ha faticosamente ripercorso quella brutta avventura, dimostrando comunque una certa padronanza di sè e della propria memoria. Ha raccontato che l’altro lo agganciò fuori dalla scuola per metterlo davanti a una scelta difficile per un ragazzino: evitare una pubblica umiliazione, e magari il dileggio dei compagni a fronte del pagamento di piccole somme di denaro. In tutto 80 euro nel giro di due mesi, tanti per chi vive con i genitori e non ha altre entrate se non, appunto, la paghetta. «Mi disse che avrebbe raccontato a tutti che avevo avuto rapporti con un altro ragazzino - ha detto M.A. sulla sedia dei testimoni - e alla fine ho accettato di pagare.
Mi ha lasciato il suo numero di cellulare, ero io che dovevo contattarlo quando avevo la disponibilità dei soldi. Una volta è venuto anche a suonare a casa mia accompagnato da altri due ragazzi, e lì ho avuto paura che volessero farmi qualcosa di male. Per un certo periodo di tempo mi sono trasferito a casa di mia nonna perchè avevo difficoltà anche a uscire di casa, era diventato un vero e proprio incubo per me. Magari adesso ci farei una risata sopra, ma all’epoca ero davvero piccolo e tutto mi spaventava». La vicenda diviene pubblica pochi giorni prima di Natale: subito dopo il pagamento degli ultimi 20 euro (effettuato nonostante il ragazzino avesse raccontato tutto alla madre), il padre di M.A. si decide a portare il figlio dai carabinieri per presentare denuncia contro il ragazzo più grande. La Procura lavora sulle intercettazioni dei due telefoni cellulari e riscostruisce l’ora esatta e la durata delle conversazioni tra i due ragazzi. Alla fine arriva il rinvio a giudizio per estorsione.
Nel corso dell’udienza di ieri è stata ascoltata anche la dottoressa Annamaria Sassoli, psicologa che ebbe in cura per diversi anni la presunta vittima dell’estorsione. «L’ho avuto in cura già dal 2001 e 2002 - ha riferito - e si trattava di un ragazzo con parecchie difficoltà a stare con i coetanei, a relazionarsi. I genitori lo riportarono da me alla fine del 2003, dicendo che erano mancati dei soldi in casa e che lui non voleva parlarne. Seduta dopo seduta mi raccontò cos’era accaduto, ma in modo abbastanza distaccato e asettico, non mi sembrava particolarmente turbato». Il processo riprenderà il 22 gennaio 2008 con l’audizione della mamma e del papà di M.A e quindi dei testimoni citati dalla parte civile e dalla difesa.
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