Sicurezza
Due condanne per la morte sul lavoro di Ilir
Sabrina Tomè
L'operaio precipitò dal tetto di un'azienda: otto mesi a due imprenditori viareggini
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VIAREGGIO. Era arrivato in Italia a quindici anni, con un gommone di clandestini albanesi. E a Viareggio aveva trovato una famiglia e un lavoro che gli avevano dato la speranza di un futuro. I sogni di Ilir Prenga sono finiti il 22 marzo dello scorso anno, quando l'operaio trentenne precipitò dal tetto della ditta «Chiari & Forti», alle porte di Treviso, in Veneto, su cui stava lavorando senza protezioni. Per quella morte, ieri, ci sono state due condanne a otto mesi.
Il drammatico incidente risale al 22 marzo dello scorso anno. Ilir Prenga, dipendente dell'azienda General Works che stava sistemando i capannoni in disimissione della Chiari & Forti di Silea, era sul terrazzo dello stabilimento, cosparso di lucernari in parte danneggiati e coperti con plastica, e doveva spostare alcuni tubi. Verso le 15.30 chiamò in aiuto un collega che stava lavorando al piano inferiore: i due impugnarono un tubo, ma l'albanese mise i piedi su un lucernario che cedette. Il giovane fece un volo nel vuoto di otto metri. Le sue condizioni apparvero subito disperate: Prenga lottò disperatamente per tre giorni contro la morte, ma il 25 marzo il suo cuore cedette. La Procura aprì un'inchiesta per far luce sull'accaduto.
Alla sbarra, ieri mattina in tribunale a Treviso, c'erano Mauro Malagia, quarantanove anni e Aldo Barbieri, sessantacinque anni, entrambi di Viareggio, rispettivamente amministratore unico e capocantiere della General Works srl. I due erano accusati di omicidio colposo, di aver consentito al dipendente Ilir Prenga di lavorare sul tetto dei capannoni senza dotarsi delle necessarie misure di sicurezza. E, in particolare, senza l'imbragatura e le cinture che erano state prescritte e previste per operare su quel terrazzo. «Le cinture c'erano, ma noi non le abbiamo messe», ha detto ieri in aula Alberto Marchetti, l'operaio che stava aiutando Prenga sul terrazzo. Che ha inoltre assicurato la presenza nell'area dei ganci dove poter allacciare le cinture.
Una versione smentita però da un altro teste, l'ispettore dello Spisal Aldo Toffolon, intervenuto subito dopo l'incidente: «Mancava il cavo a cui collegare i moschettoni», ha affermato, affermando inoltre che il tetto era sprovvisto di qualsiasi forma di parapetto.
Al termine dell'udienza, il giudice Francesco Sartorio ha così condannato i due imputati a otto mesi di reclusione con la sospensione della pena. I due dovranno inoltre versare un risarcimento danni (da liquidare in separata sede) alla famiglia viareggina che accolse Ilir Prenga quand'era appena un ragazzino sbarcato dal gommone di disperati proveniente dall'Albania. Il magistrato, con un'ordinanza, ha infatti ammesso la famiglia Benedetti in qualità di parte civile, pur non essendoci vincoli di sangue e considerandola una sorta di «famiglia di fatto».
Il drammatico incidente risale al 22 marzo dello scorso anno. Ilir Prenga, dipendente dell'azienda General Works che stava sistemando i capannoni in disimissione della Chiari & Forti di Silea, era sul terrazzo dello stabilimento, cosparso di lucernari in parte danneggiati e coperti con plastica, e doveva spostare alcuni tubi. Verso le 15.30 chiamò in aiuto un collega che stava lavorando al piano inferiore: i due impugnarono un tubo, ma l'albanese mise i piedi su un lucernario che cedette. Il giovane fece un volo nel vuoto di otto metri. Le sue condizioni apparvero subito disperate: Prenga lottò disperatamente per tre giorni contro la morte, ma il 25 marzo il suo cuore cedette. La Procura aprì un'inchiesta per far luce sull'accaduto.
Alla sbarra, ieri mattina in tribunale a Treviso, c'erano Mauro Malagia, quarantanove anni e Aldo Barbieri, sessantacinque anni, entrambi di Viareggio, rispettivamente amministratore unico e capocantiere della General Works srl. I due erano accusati di omicidio colposo, di aver consentito al dipendente Ilir Prenga di lavorare sul tetto dei capannoni senza dotarsi delle necessarie misure di sicurezza. E, in particolare, senza l'imbragatura e le cinture che erano state prescritte e previste per operare su quel terrazzo. «Le cinture c'erano, ma noi non le abbiamo messe», ha detto ieri in aula Alberto Marchetti, l'operaio che stava aiutando Prenga sul terrazzo. Che ha inoltre assicurato la presenza nell'area dei ganci dove poter allacciare le cinture.
Una versione smentita però da un altro teste, l'ispettore dello Spisal Aldo Toffolon, intervenuto subito dopo l'incidente: «Mancava il cavo a cui collegare i moschettoni», ha affermato, affermando inoltre che il tetto era sprovvisto di qualsiasi forma di parapetto.
Al termine dell'udienza, il giudice Francesco Sartorio ha così condannato i due imputati a otto mesi di reclusione con la sospensione della pena. I due dovranno inoltre versare un risarcimento danni (da liquidare in separata sede) alla famiglia viareggina che accolse Ilir Prenga quand'era appena un ragazzino sbarcato dal gommone di disperati proveniente dall'Albania. Il magistrato, con un'ordinanza, ha infatti ammesso la famiglia Benedetti in qualità di parte civile, pur non essendoci vincoli di sangue e considerandola una sorta di «famiglia di fatto».
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