Sicurezza
STARBENE
Si beve più latte e si consuma meno formaggio
Gian Ugo Berti
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VIAREGGIO. I toscani bevono più latte (4%, un dato in controtendenza a quello nazionale), ma consumano meno formaggi (l'11% come il resto del Paese). Ai minimi storici il burro, mentre reggono a fatica quelli a denominazione d'origine protetta, come parmigiano, gorgonzola, mozzarella di bufala (solo un terzo è fatto con latte italiano). Crescono, invece, yogurt, probiotici, formaggi freschi e molli. I costi lievitano (la spesa media annua di ogni famiglia è 106 euro, con 61 litri di consumo individuale per il latte e 243 per formaggio, con 23 kg a testa, accanto ai soli 3 kg di burro). Il settore si dimostra in crisi, eppure, trainante, rimane la filiera lattiero-casearia. In una parola, il "made in Italy" fa i conti con la globalizzazione e la concorrenza straniera. Da qui, l'incontro a Roma, nell'ambito di "Milk in progress", promosso da Pfizer Animal Health, dalle varie componenti il mondo agroalimetare nazionale. E c'è di più, è emerso da Assolatte: il 60% del latte acquistato è a lunga conservazione, 40% fresco è a media conservazione. Si tratta della conseguenza dei mutati stili di vita, con gli italiani che fanno sempre meno colazione a casa, scelgono di riempire la dispensa con latte a lunga conservazione, mentre i familiari preferiscono succhi di frutta e merendine. Quali le soluzioni? Secondo la Sivar, occorre definire la moderna figura professionale del veterinario aziendale, destinata a dare una svolta alla filiera, sia in veste di consulente sanitario dell'allevatore, sia come tramite fra la stalla ed i servizi di controllo ufficiali, garantendo così la salute dell'animale produttore di latte (sono oltre 400 i veterinari pubblici nella nostra Regione). A giudizio dell'Ismea è anche una questione di prezzi, fra i più alti in Europa, mentre quasi la metà del patrimonio bovino del latte è concentrato in un numero esiguo di allevamenti, con un'industria di trasfornazionbe alla ricerca del prodotto di nicchia, quindi, una filiera di valore, ma spezzettata. Altro problema è l'etichetta: a giudizo di Altroconsuno, quella ideale non esiste, ma l'offerta eccessivamente variegata disorienta, i prezzi crescono e non facile è il percorso dell'informazione. La crescita del prodotto italiano, quindi, dipenderà sempre più da quanto allevatori, veterinari, industria e distribuzione sapranno confrontarsi in tema di filiera integrata.
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