Il dolore
I tre errori costati una brutta figura
PIETRASANTA. Premessa: che senso ha la legge Severino? Perché un cittadino che ha subito una condanna in primo grado - e che quindi secondo la costituzione italiana è innocente fino a quando la sentenza non passa in giudicato - se viene eletto sindaco deve essere sospeso per 18 mesi? E come è possibile che la legge consideri quel cittadino allo stesso tempo candidabile, eleggibile però poi sospendibile? Sono interrogativi che Massimo Mallegni - non da solo - in questi giorni si sarà fatto e continuerà a farsi tante volte. Difficile dargli torto.
Detto questo il sindaco di Pietrasanta ha almeno tre errori da recriminare a se stesso. Tre sbagli che vale la pena sottolineare per capire meglio il come e il perché di questa vicenda politico-giudiziaria che lo vede protagonista.
Primo errore: visto il decreto di sospensione scattato venerdì, evidentemente Mallegni non avrebbe dovuto dare per oro colato quello che gli dicevano i suoi - per quanto bravissimi - legali: dallo studio pisano a cui nell’inverno scorso aveva chiesto un parere pro veritate all’avvocato Sandro Guerra che fino a ieri definiva chiacchiere da bar l’ipotesi che il sindaco potesse incappare nella legge Severino. I pareri e le valutazioni giuridiche sono, per definizione, opinabili. Chi ha passato quello che ha passato lui - carcere, isolamento, arresti domiciliari - per accuse che si sono rivelate infondate dovrebbe saperlo: nessun giurista, qualunque ruolo interpreti nella disputa legale, è portatore di verità assolute.
Secondo errore: la negazione dell’evidenza dei fatti. In una posizione del tutto analoga a quella del governatore della Campania Vincenzo De Luca - su cui per settimane si è concentrato il dibattito pubblico nazionale con prese di posizione a tutti i livelli sia politici che giuridici - Mallegni ha preferito sostenere che il problema semplicemente non esisteva, che la legge Severino con lui non c’entrava nulla, che chi si fosse permesso di sollevare la questione andava diffidato. Evidentemente sbagliava.
Il terzo errore è un po' la somma dei precedenti: è la tattica adottata per superare l’ostacolo che aveva davanti. Il 30 giugno doveva iniziare il processo di appello chiesto da lui stesso contro la sentenza di primo grado che lo aveva condannato per tre reati minori tra i tanti che formavano l'impianto accusatorio crollato di fronte al tribunale. Tutti e tre i reati - abuso d’ufficio, violenza privata e corruzione impropria - sono caduti da anni in prescrizione. Ciò significa che il sindaco, non rinunciando più alla prescrizione, il 30 giugno avrebbe non solo cancellato il processo di appello ma anche la condanna di primo grado. Eletto il 15 giugno, due settimane dopo la spada della legge Severino sarebbe sparita da sola.
Chiarissima la strategia di Mallegni: negare il problema, evitare di parlarne, attendere il 30 giugno, cantare vittoria facendo prendere atto a tutti che aveva ragione lui. Non aveva previsto però che qualcosa - o qualcuno - potesse far slittare il processo. È quello che è avvenuto: senza neppure avvertirlo - fino alla scorsa settimana l’avvocato Guerra non aveva ancora ricevuto la notifica del rinvio - il tribunale di Firenze ha rimandato l’udienza nientemeno che al 17 giugno 2016. E così è scattata la procedura prevista dalla Severino.
Se Mallegni avesse ammesso fin dall’inizio che sì, quella legge poteva riguardarlo in qualche modo ma che siccome l’imminente processo di appello avrebbe annullato qualunque conseguenza, oggi potrebbe gridare allo scandalo per un rinvio che sembra fatto apposta per inchiodarlo. Avendo però sempre negato - con diffide e risate in faccia a chi poneva dubbi e domande - che il problema lo riguardasse, adesso non può accusare niente e nessuno.
La sospensione di Mallegni durerà assai meno dei 18 mesi previsti, se non altro perché questa legge assurda verrà modificata. Nel frattempo lui potrà dettare la linea all'amministrazione, avendo più tempo per quegli incarichi politici nazionali che lo attendono. Tutto sommato, dunque, non ne esce poi così male. Tranne per un aspetto: l’aver fatto la figura di chi, invece di dire all’opinione pubblica le cose come stanno, ha preferito nascondere la realtà. Una brutta figura.
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