Gioco
Un italiano vestito da nazista ammazzò la mia mamma
In un libro le voci dei superstiti. La storia di Cesira Pardini, scampata all’eccidio nazista di Stazzema
Pubblichiamo un capitolo del libro di PierVittorio Buffa “Io ho visto” edito da Nutrimenti (pgg 365, euro 19,50); è una intensa, drammatica e minuziosa raccolta di testimonianze di sopravvissuti delle stragi nazifasciste; in molti casi all’epoca erano dei bambini. Questo estratto è dedicato a Cesira Pardini che aveva 18 anni nel 1944. A Sant’Anna di Stazzema scampò all’eccidio nazista.
di Pier Vittorio Buffa
Gli occhi dell'uomo che ha sparato alla mia mamma non li ho potuti vedere. Aveva la divisa da tedesco e la faccia coperta da una di quelle retine che fanno sembrare mascherati, che servono per non farsi riconoscere. Se ne stava appoggiato a un palo, senza parlare, era l'unico a stare zitto, non aveva parlato neanche qualche minuto prima quando mi aveva spinta a calci fino qui, al muro, dove ci hanno messo tutti quanti. Non ha parlato perché non poteva, l'avremmo riconosciuto tutti. Era italiano, ne sono sicura.
Ascolta il brano interpretato da Pamela Villoresi
Siamo in ventotto davanti al muro, la conta non l'ho fatta io ma quelli che poi hanno portato via i cadaveri. Io sono accanto alla mia mamma che ha in braccio la piccolina, nata venti giorni prima, a destra c'è la mia sorella di sedici anni, davanti a me le altre due, di dieci e di quattro anni. A un passo da noi la Maria, con il figlio di quattordici mesi, malato, tanto malato. È lei a parlare con l'uomo mascherato, gli chiede di avere pietà del bimbo, è malato. Quell'uomo, ma mi fa ancora fatica chiamarlo uomo, tira fuori la pistola dalla fondina e iniziano i colpi. Forti, assordanti. Il mio ricordo è confuso e preciso allo stesso tempo...
La mamma grida: «Salvatevi, salvatevi se potete». Lo grida proprio un attimo prima di cadermi addosso insieme alla piccolina. Ho la mamma sul petto e il suo peso mi fa cadere all'indietro.
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È tutto rumore intorno a noi, un rumore che non mi fa pensare... Cado indietro ma non c'è il muro a fermarmi, la porta della stalla davanti alla quale ci avevano messe non è chiusa, si apre spinta dal mio peso, mi lascio cadere all'indietro e trascino con me le mie tre sorelle. Rotoliamo nella stalla e restiamo ferme ferme. La porta si richiude da sola, ruotando sui cardini, e il rumore continua, stringo a me le tre sorelle, non sento dolore alla gamba ma solo al braccio, trapassato dalle pallottole.
Non vedo il sangue sui loro corpi. Il silenzio arriva lento, preceduto da qualche colpo singolo, sonoro come un colpo di frusta. Poi più nulla. Mi muovo piano dall'angolo nel quale ci eravamo strette, sotto le gabbie dei conigli, guardo attraverso la fessura della porta. Ma più che vedere, tanto era piccola la fessura, sento il silenzio dell'aia e le voci tedesche che si allontanano, sono già alla teleferica.
Torno dove stanno accucciate le mie sorelle, vedo il sangue di Maria, la più grande, quella con la quale devo decidere cosa fare. Maria, per il sangue che ha addosso, penso che abbia tante ferite, ma mi guarda nella penombra e risponde lucida alle domande. Le dico quello che ho visto e sentito e le chiedo cosa è meglio fare: se restarcene nascoste nella stalla o scappare via, a cercare aiuto. Decidiamo di uscire.

Apro la porta e qui, proprio qui, per terra, c'è la mia mamma con la sorellina appena nata, ha venti giorni l'Annina. Solo in quel momento, quando abbasso lo sguardo verso di lei, mi accorgo di cosa ho sul petto. Ho il sangue della mia mamma e del bianco, il bianco del suo cervello. Gli aveva sparato alla testa quel mascherato, l'italiano, gliel'ha spaccata, ma la mamma ci ha fatto il suo ultimo dono. Cadendomi addosso ha salvato le sue quattro figlie, le ha fatte cadere nella stalla.
Quando ripenso a quello che ho visto là fuori, e ci ripenso spesso, ogni giorno, anche più volte in un giorno, capisco che è stato un miracolo a salvarci, ma capisco anche perché è potuto succedere. Ci sono mucchi di corpi lì davanti, uno sull'altro, donne con i loro piccoli tra le braccia, sdraiate, come sedute lungo il muro. E tanti, tanti bossoli, proiettili. Devono essere stati secondi di grande confusione. Urla, pezzi di muro che volano, terra che si alza. Nessuno si è probabilmente accorto della porta che si è aperta e chiusa e di quattro femmine sparite nella stalla.
La mia sorellina appena nata non è morta. È ancora in braccio alla mamma e quello che sento venire da lei non so se è un lamento o un vagito, un piccolo pianto o un piccolo grido. Apro le braccia della mamma, c'è sangue e latte. Prendo la piccolina, cerco di pulirle la bocca, aiutarla a respirare. Lilia, la mia sorella di dieci anni, ha solo una ferita alla testa, si carica in braccio, e non so come fa, Maria, quella di sedici anni, che è proprio ferita e non riesce a stare dritta. Anche Adele, quattro anni, è stata colpita. Alla testa, di striscio. Iniziamo, per come possiamo, a correre.
I tedeschi ci vedono da lontano e sparano. È un attimo, ora ci ammazzano proprio, penso. Lo urlo alle mie sorelle e cominciamo a correre verso la vigna lì vicino, anche se non so se si può chiamare correre il nostro arrancare: io con la gamba maciullata e la bimba in braccio, Lilia con il sangue che le esce dalla testa e Maria attaccata al collo, Adele piccola com'è. Ci buttiamo tra i filari e di proiettili non ne arrivano più. Restiamo per un po' ferme lì in mezzo, ma so che non è un posto sicuro... Ancora tedeschi, sei o sette. Sono a non più di dieci metri. Guardano verso l'alto, ci vedono senz'altro, non possono non vederci. Ricordo, almeno mi sembra di ricordare, solo il battito del mio cuore, batte sul petto forte forte, e stringo ancora più a me la sorellina, questo lo ricordo bene perché ho pensato che non dovevo stringerla troppo per non farle male.
Ma i tedeschi se ne vanno, ci hanno viste ma se ne vanno per la loro strada.
La Clelia la vediamo dopo poco. Aveva sentito tutto e si era nascosta in una specie di buca. È la prima persona che incontriamo, non serve raccontare, dico solo che lì dovrebbero essere tutti morti e che voglio tornare a vedere se ce n'è rimasto qualcuno. Le do la sorellina: la Clelia mi racconterà che, quando le ha tolto le fasce per pulirla, c'ha trovato in mezzo sette proiettili, io non so come faceva quella bimbina a essere ancora viva. Era tutta a pezzi. Le braccine staccate, solo la pelle a tenerle attaccate al corpo, non aveva più un calcagno, le gambine spezzate, le cosce con i buchi delle pallottole.
A casa torno da sola, per vedere se c'è ancora qualcuno vivo. Un uomo anziano, l'unico uomo che c'era, è tutto sventrato, ma respira ancora. Cerco di tirarlo su. Una, due, tre volte, ma non ce la faccio... Il respiro dell'uomo anziano svanisce.
Poi un lamento, debolissimo, proprio un filo di voce. Mi guardo intorno, dove ci sono tutti quei corpi: non si muove nulla, sono proprio tutti morti.Vedo il bimbo quando sto per tornare giù, dalla Clelia. È sotto il corpo della mamma e della sorella: le hanno colpite proprio in faccia. Piange piano piano, devo liberarlo ma non ce la faccio a sollevare i corpi che gli stanno sopra. Allora infilo una gamba, spingo, si muove, ecco il bimbo, riesco ad afferrarlo, tiro, è fuori. Gli pulisco la bocca, faccio in modo che possa respirare bene, vado a cercare aiuto.
Il bimbo si chiamava Paolo, aveva un proiettile in una gamba e ce l'ha ancora, perché è vivo e ci siamo incontrati dopo sessant'anni...
Trovo il babbo e non riesco a dire quello che è successo, siamo in mezzo a tanta altra gente, soprattutto uomini scappati per non essere presi dai tedeschi. Ho sangue addosso e tutti mi fanno domande, vogliono sapere. Perché capiscono che io so, che io ho visto... «Andiamo su, andiamo su a vedere…», sussurro.
Poco prima di arrivare a casa incontriamo un gruppetto di persone, quindici-venti in tutto. Sono lì, immobili, accanto a una grotta.Vicino a loro delle pecore morte, uccise a colpi di mitraglia, c'è sangue tutto intorno. Raccontano che è stato un giovane tedesco a ucciderle, ma per salvarli. Dovevano essere loro, donne e bambini, a essere ammazzati, ma quel ragazzo gli ha detto di stare fermi e zitti, l'ha detto con gesti che tutti capiscono e ha sparato alle pecore. Poi, portando il dito al naso e facendo ssshhh, se n'è andato... Lì, davanti alle pecore morte e a quelle donne vive, racconto quello che è successo. Lo racconto a loro e al mio babbo.
L'ultima volta che vedo la mia mamma per terra c'è un pollo sulla sua testa. Lo mando via e prendo tra le mani la testa della mia mamma, quasi non la riconosco, gliela rimetto a posto, così… a posto con le mie mani, alla mia mamma…
Poi la portano dentro, la mettono per terra nella sala e nell'altra stanza c'è mia sorella Maria, quella con le ferite più gravi. La piccolina, quella che stava in braccio alla mia mamma, muore dopo venti giorni, il 2 settembre. La mettono in una scatola di cartone e la seppelliscono al cimitero, accanto alla mamma. La Maria muore il giorno dell'arrivo degli americani a Valdicastello, il 19 settembre.
Io li sogno ogni notte, tutti quei morti.
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