Il Tirreno

La lettera di Sara

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Ciao sono Sahara, una donna che viene dal Marocco. Ho dovuto cambiare paese, lasciare la mia famiglia, solo per guadagnare un po’ di soldi, per sopravvivere, perché tanto in questo mondo contano solo i soldi. Sono alta, bruna, una bella donna per la mia età, ma come potete immaginare sono di pelle scura. Cercherò di scrivere questa lettera senza errori, ma dopotutto sono in Italia da solo un anno, e non ho ancora imparato bene la lingua italiana. Mentre sono in giro, vedo le persone che mi squadrano e quasi mi fanno vergognare di provenire dal mio paese.

Questi italiani fanno di ogni erba un fascio, e io continuo a chiedermi se cambierebbe qualcosa se io avessi la pelle più chiara e se parlassi meglio l’italiano. A quanto pare cambierebbe molto, perché quando cerchi un lavoro o anche solo vai a fare la spesa, tutti stanno particolarmente attenti a te. Ma non è un attenzione che ti fa stare bene: è un attenzione che ti fa sentire in gabbia, ti fa chiedere che cosa stia pensando quella persona davanti a te. Magari per un attimo pensi che quella persona stia pensando di venirti ad aiutare. Poi, invece, capisci che è venuta lì solo per controllare che tu non stia rubando qualcosa. La sera mentre preparo da mangiare a Giovanna, la signora di cui faccio la badante, accendo la tv e vedo notizie del tipo “Ragazza violentata da due ragazzi neri” e “Ragazza bruciata perché era di colore”.

Nel primo caso io non difendo i due ragazzi, perché si devono vergognare di togliere la verginità ad una ragazza che è la cosa più intima e pura che essa abbia. Nel secondo provo a immaginare se quella ragazza fossi stata io, e che cosa avrebbe pensato la gente, se avrebbe in fondo giustificato un atto così odioso. Continuo a pensare che la mentalità oggi è questa: i neri devono stare con i neri e i bianchi con i bianchi, pianeti paralleli che non si incontreranno mai. Io penso che Dio ha creato gli uomini perché stessero uniti, non per dividersi a seconda del colore della pelle o dei gusti. Voi questo lo chiamate Umanità? Io no! La parola Umanità vuol dire essere uniti, anche guardare gli altri, sì, ma solo dentro.

Ma forse questo è solo un sogno, un sogno dove potrei essere me stessa, un sogno che non si avvererà mai. Avevo iniziato a scrivere questa lettera principalmente per raccontarvi cosa ho letto l’altra volta su internet insieme alla signora Giovanna. Una mia amica mi aveva mandato dei documenti che contenevano alcuni dati del ministero degli Interni sulla criminalità in Italia. Nelle prime schede c’era scritto che gli omicidi erano diminuiti notevolmente negli ultimi quindici anni. Dal 1991, anno in cui si registra il picco più alto con 1.901 omicidi, al 2005 il minimo storico di 601 unità. Davanti al mio schermo apparivano schermate piene di numeri.

Spiegavano anche che negli ultimi anni gli omicidi sono di tipo passionale, avvengono principalmente in famiglia o all’interno della coppia. A cosa porta l’Amore! Magari il giorno prima ti sembra di aver trovato il cosiddetto “principe azzurro”, l’uomo che vorresti accanto per tutta la vita, che magari non è bellissimo ma a te piace così com’è, e poi te lo ritrovi con un coltello o una pistola pronto a toglierti la vita, per chissà quale ragione. Ma torniamo a tutti quei dati che stavo cercando di capire. Un’altra scheda mostrava i dati sui furti e i borseggi alle persone che negli ultimi decenni sono diminuiti come quelli degli autoveicoli. Ma una scheda mi ha incuriosito in particolare, era un articolo intitolato “La paura a telecomando”.

Diceva che le notizie dei media sulla criminalità aumentano, anche se i reati sono diminuiti. Anche se non capisco fino in fondo il significato di questi dati, mi chiedo perché la televisione faccia pensare che i reati siano aumentati anche se non è vero, quando la televisione dovrebbe essere il nostro occhio sul mondo. Infine trovai un testo che parlava di noi immigrati. Spiegava che 6 italiani su dieci pensano che gli immigrati siano i portatori dei reati. Ma il reato più comune commesso dagli stranieri è la violazione della legge sull’immigrazione.

Ma per il resto gli stranieri non commettono più reati degli italiani. Francesco Pittau della Caritas dice “è esagerato insistere sull’emergenza criminalità, sono affermazioni da cui gli italiani escono male. E’ falso dire che il tasso di criminalità degli immigrati è di 5-6 volte superiore a quello degli italiani”. Io non so bene se questo ricercatore è bianco o nero, ma so solo che lui si basa sulle fonti, sui numeri e non sul sentito dire ed è questo che dovrebbero fare tutti. Ma fra tutti i testi che guardavo più di tutti mi ha colpito questo. «Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane.

Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro.

I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali». All’inizio ho pensato, come forse ogni persona, che un testo del genere parlava di noi, di noi immigrati, noi uomini di colore. Dopotutto noi siamo spesso descritti così da tutte le persone che ci vedono passare. Ma con grande sorpresa ho scoperto che questo testo era riferito a voi italiani, quando siete andati in America, quando eravate immigrati, quando vi sentivate in gabbia, quando non potevate essere voi stessi! Adesso devo andare a letto, è tardi, devo prima accompagnare Giovanna a letto. Domani sarà un’altra giornata come le altre, piena di sorrisi e paure, che vedrà i neri con i neri, i bianchi con i bianchi. Vado a letto con una domanda: “Potrò mai essere me stessa in un mondo dove non mi accetterà mai nessuno, solo a causa dl colore della mia pelle, della mia provenienza?”

(Sara Pagni è un’alunna della III B, scuola media dell’IC Gereschi di Pontasserchio - Pisa)

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