Il Tirreno

L’età della prepotenza, Dassù: “Usa e Cina usano l’economia come un’arma”

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(Adnkronos) - La globalizzazione dei mercati “piatti” è finita. Stati Uniti e Cina utilizzano ormai le proprie leve economiche come armi e la competizione fra le grandi potenze è diventata, prima di tutto, una competizione tecnologica. Ma il risultato non sarà necessariamente la nascita di nuovi imperi capaci di spartirsi il mondo. Piuttosto, un lungo periodo di “non ordine”: un multipolarismo frammentato, nel quale le regole condivise perdono peso e il potere si distribuisce fra Stati, potenze medie e nuovi attori privati, a cominciare dalle big tech. È questa la cornice che Marta Dassù traccia parlando con l’Adnkronos di L’età della prepotenza. Perché i nuovi imperi sono destinati a fallire, il nuovo libro scritto con Edoardo Campanella per Mondadori e presentato al Centro Studi Americani di Roma, in una sala strapiena, con la prima fila occupata dai più importanti ambasciatori italiani, in servizio e in pensione, impossibile fare i nomi senza offendere qualcuno. “Nel nostro primo libro erano già visibili alcuni trend che si intravedevano dalla crisi finanziaria del 2008. Oggi quei trend si sono consolidati”, spiega Dassù all’Adnkronos. “Le grandi potenze, in particolare la Cina e gli Stati Uniti, non guardano più a una globalizzazione orizzontale, all’illusione dei mercati piatti, ma stanno usando le rispettive leve economiche come delle armi, in una competizione che ha al suo centro la competizione tecnologica”. La tesi del libro, però, non è che da questa sfida emergerà semplicemente un nuovo equilibrio tra imperi. Al contrario. “Non ci sarà in realtà né una collisione né una collusione imperiale”, dice Dassù. Il concetto scelto dagli autori è un-order, assenza di ordine: qualcosa di più radicale del semplice disordine, perché non indica una crisi temporanea del sistema ma “la messa in discussione dell’idea che un ordine internazionale fondato sulle regole serva”. Il rischio è dunque “un periodo di frammentazione caotica, un multipolarismo caotico”. Dassù richiama la definizione di ordine internazionale di Henry Kissinger: servono un equilibrio relativamente stabile delle forze e un insieme di standard e regole almeno in parte condivisi. Oggi, nella sua lettura, mancano entrambi. Il potere è più diffuso non soltanto fra gli Stati ma anche verso soggetti privati, dalle grandi piattaforme tecnologiche alle big tech, mentre il consenso sulle regole si indebolisce. È qui che entra in scena l’Europa, il soggetto più difficile da collocare nella nuova geografia descritta da Dassù e Campanella. Non è un impero e ha costruito buona parte della propria identità internazionale proprio sulla capacità di produrre regole. Ma, avverte Dassù, questo non basta più. Le regole europee “dovrebbero essere più intelligenti di quelle che in effetti sono” e l’Unione deve capire che alla capacità normativa vanno aggiunte “leve strategiche” con cui utilizzare i punti di forza di cui già dispone. L’obiettivo, sintetizza, è permettere all’Europa di conquistarsi un posto nel nuovo mondo: “non solo sul menù ma anche al tavolo”. È attorno a questa domanda — come sopravvivere e contare nell’“età della prepotenza” — che si è sviluppato il confronto al Centro Studi Americani, moderato dalla giornalista di La7 Alessandra Sardoni, con Giampiero Massolo, Lorenzo Bini Smaghi, Carolina De Stefano e Michele Valensise. Sardoni ha sintetizzato uno dei punti di partenza del libro nella fine della pax americana e nella progressiva erosione di due idee che hanno accompagnato l’Occidente per decenni: gli Stati Uniti come assicuratore ultimo dell’ordine internazionale e l’interdipendenza economica come forza capace, almeno potenzialmente, di ridurre il conflitto. Per Giampiero Massolo, la distinzione fra “disordine” e “non ordine” è il passaggio essenziale. Nel disordine, ha osservato, le regole continuano a esistere anche quando vengono violate. Nel mondo descritto dal libro viene invece messo in discussione “il concetto di regola” stesso. La logica dominante diventa allora l’affermazione dell’interesse nazionale attraverso la forza o la sua esibizione. Ma proprio qui emerge il paradosso della “prepotenza”: essere più forti non significa automaticamente riuscire a ottenere il risultato desiderato. Stati Uniti, Cina e Russia dispongono di strumenti incomparabilmente superiori a quelli della maggior parte degli altri attori, ma sono costretti a confrontarsi con asimmetrie, dipendenze e capacità di interdizione che riducono l’efficacia della forza tradizionale. È un mondo, nella lettura di Massolo, nel quale diventa inoltre sempre più difficile distinguere nettamente un centro da una periferia. Anche attori molto meno potenti possono bloccare, rallentare o rendere più costose le strategie delle grandi potenze. E gli stessi Stati che in teoria avrebbero la capacità di trasformare una crisi in un conflitto globale cercano contemporaneamente di evitare lo scontro diretto fra loro. Da qui un sistema nel quale proliferano il ricatto reciproco e le geometrie variabili. Per le potenze medie la risposta diventa sempre più spesso il multi-allineamento: non scegliere una volta per tutte uno schieramento, ma cooperare con interlocutori diversi a seconda degli interessi e dei dossier. Ne emerge un multipolarismo senza poli realmente fissi, nel quale alle alleanze stabili tendono a sostituirsi convergenze temporanee. Se Massolo ha letto il libro attraverso la distribuzione del potere, Lorenzo Bini Smaghi, ex Bce, lo ha fatto partendo dai costi economici dell’impero. La sua tesi è che un impero possa produrre vantaggi per il proprio centro politico ed economico, ma abbia costi crescenti per mantenere la propria posizione. Più aumenta la competizione fra potenze, più quei costi diventano difficili da sostenere. E per Bini Smaghi la sfida attuale fra Washington e Pechino mostra già questo problema. Gli Stati Uniti, nella sua analisi, hanno potuto per decenni importare più di quanto esportassero e finanziare dall’esterno una parte crescente della propria economia. La competizione con la Cina ha però aumentato enormemente le esigenze finanziarie americane. Pechino presenta una vulnerabilità opposta: per mantenere la propria centralità nelle catene del valore deve sostenere produzione ed esportazioni e comprimere relativamente i consumi interni. “Le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno il pianeta d’argilla”, ha sintetizzato Bini Smaghi: la competizione fra i due sistemi sta diventando, nella sua lettura, “una gara a debito” che pone per entrambi problemi di sostenibilità. Ed è proprio da qui che l’economista ricava una lettura meno pessimistica dell’Europa. Il mercato europeo e il risparmio europeo costituiscono infatti risorse necessarie tanto agli Stati Uniti quanto alla Cina. Il problema è trasformare questo peso potenziale in capacità di azione. La ricetta proposta da Bini Smaghi passa soprattutto dalla creazione di veri operatori continentali: non soltanto intervento pubblico, quindi, ma capitale privato europeo in grado di finanziare imprese europee. Il modello evocato è Airbus: servirebbero, sostiene, “tanti Airbus” nella tecnologia, nella farmaceutica, nella finanza e negli altri settori strategici. L’Europa, insomma, “si fa anche dal basso, non solo dall’alto”. È questo il punto sul quale si è innestato l’intervento di Michele Valensise, presidente dello Iai. Se Stati Uniti, Cina e Russia rappresentano nel libro tre differenti declinazioni della logica imperiale, l’Europa è qualcosa di diverso: non semplicemente un impero incompiuto, ma un progetto costruito su un’altra idea di potere. Valensise ha invitato a non trasformare le debolezze europee in una sorta di lamento permanente. “L’Europa esiste eccome”, ha osservato, sottolineando come nel libro siano presenti anche elementi di fiducia nella possibilità di una reazione europea, a condizione di rafforzare l’integrazione e di non ripiegare sulle sole politiche nazionali. Il problema, secondo Valensise, non è soltanto che le potenze revisioniste contestano l’ordine esistente, ma che alla sua demolizione non corrisponde un progetto credibile di ordine alternativo. Al posto di un nuovo sistema condiviso rischia di affermarsi semplicemente la capacità di chi dispone della forza di imporre, almeno temporaneamente, la propria agenda. Da qui l’interesse per le medie potenze e per una parte di quello che viene definito Sud globale: Paesi che non si riconoscono necessariamente né nell’agenda occidentale né in quella dei suoi competitori e che possono costruire cooperazioni variabili. Valensise ha indicato tra i riferimenti possibili anche il Canada di Mark Carney e la possibilità di nuove convergenze fra potenze medie interessate a preservare cooperazione e regole. Ma la partita, ha aggiunto, non si combatte più soltanto con strumenti militari e commerciali. Passa anche dalla tecnologia e in particolare dall’AI. Per Valensise l’Europa non può trattare l’AI come un capitolo settoriale dell’agenda: sarà uno dei terreni decisivi della competizione tra Stati Uniti e Cina e Bruxelles deve trovare un equilibrio fra innovazione e governo della tecnologia, senza limitarsi né alla deregolazione né a una regolazione che finisca per soffocare la capacità industriale europea. A riportare la discussione sulla Russia è stata Carolina De Stefano, docente alla Luiss. La Russia, ha osservato, appare insieme come un “rebus” e come un Paese nel quale alcune continuità storiche sono particolarmente visibili. Il punto centrale della sua lettura riguarda il passaggio dall’ambiguità post-sovietica a una scelta imperiale molto più esplicita sotto Vladimir Putin. Negli anni Novanta, secondo De Stefano, la Russia aveva mantenuto aperta la questione della propria identità: Stato nazionale oppure erede di un impero. Quell’ambiguità consentiva di tenere insieme il rapporto con le numerose componenti etniche della Federazione, le relazioni con le ex repubbliche sovietiche e la pretesa di continuità internazionale con l’Urss. Con Putin, nella sua analisi, quella ambiguità si è progressivamente ridotta e Mosca ha scelto in maniera molto più netta la dimensione imperiale, fondata anche sulla protezione delle popolazioni russofone oltreconfine e su una definizione più marcatamente russa e ortodossa dell’identità nazionale. Una scelta che, secondo la studiosa, può generare contraddizioni anche all’interno della stessa Federazione russa. Il “fallimento” evocato nel sottotitolo del libro, nella lettura di De Stefano, non va quindi inteso soltanto come eventuale crisi interna dei sistemi imperiali. Riguarda anche la loro capacità di proporre agli altri un modello sufficientemente credibile e attraente: un insieme di idee, regole, istituzioni e strumenti capace davvero di sostituire quello che viene contestato. Alla fine è questo il filo che attraversa tanto il libro quanto la discussione romana: la forza è tornata al centro delle relazioni internazionali proprio mentre è diventato più difficile trasformarla in controllo. Le grandi potenze possiedono strumenti militari, economici e tecnologici senza precedenti, ma devono fare i conti con costi crescenti, dipendenze reciproche, nuovi attori privati, potenze medie meno disposte ad allinearsi e una tecnologia che distribuisce capacità un tempo riservate agli Stati. Per Dassù e Campanella, dunque, l’“età della prepotenza” non annuncia necessariamente il ritorno di tre grandi imperi capaci di dividersi ordinatamente il pianeta. Può produrre l’esatto contrario: un mondo nel quale nessuno riesce davvero a dettare le regole a tutti gli altri. Ed è proprio in quello spazio che, secondo Dassù, l’Europa deve decidere che cosa vuole diventare. Continuare a essere soprattutto la potenza delle regole, oppure imparare a trasformare il proprio mercato, la propria tecnologia, il proprio risparmio e la propria capacità industriale in altrettante leve strategiche. Per evitare, nella formula utilizzata dall’autrice parlando con l’Adnkronos, di ritrovarsi “sul menù” e riuscire invece a sedersi “al tavolo”.

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