Sicurezza
Mo: Massolo (Ispi), 'ora tutto è appeso alla reazione di Israele'
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Roma, 9 ott. (Adnkronos) - Molto, se non tutto, dipenderà dalla reazione di Israele. La promessa del governo di Benjamin Netanyahu è che sarà senza precedenti, ma il modo in cui verrà condotta sembra essere decisivo per determinare l’impatto della crisi. La sua eco avrà conseguenze più o meno dirette anche per l’Occidente, che vede aprirsi un altro, pericoloso fronte di battaglia. Se quello ucraino ha comportato un rialzo immediato dei prezzi dell’energia, quello israeliano farà lo stesso. La storia d’altronde insegna: l’analogia con lo Yom Kippur non è solamente temporale, ma è giustificata anche dal primo aumento del costo del petrolio (+4%, per ora). Se sarà un fenomeno a breve termine oppure una costante per il prossimo futuro lo decreterà l’andamento della guerra. “La destra al governo penso che voglia spingere per una reazione molto violenta, caratterizzata non solo da bombardamenti aerei ma anche da un’operazione di terra”, commenta con l'Huffpost la possibile prossima risposta di Israele contro Hamas l'ambasciatore Giampiero Massolo. Come se non bastasse, afferma il presidente dell'Ispi, con la crisi si è creata in Medio Oriente e con le possibili, drammatiche conseguenze che potrebbe comportare, “non escludo che, dietro tutto questo, ci possa essere uno sfruttamento della situazione da parte dei russi. Vedremo cosa accadrà. La Striscia di Gaza è una polveriera di due milioni di persone ed è difficile che l’operazione avvenga senza un bagno di sangue, così come è complesso tenerla. Inoltre, un eccesso di violenza nella reazione potrebbe muovere Hezbollah, costringendo Israele ad avere due fronti, uno a sud con Hamas e uno a nord con i libanesi”. Il che non farebbe altro che allargare le conseguenze della guerra, cominciando da quelle sull’energia. “Vediamo - afferma Massolo - se quello che sembra essere un rialzo, dovuto in parte anche al contenimento della produzione petrolifera dei sauditi, sarà mantenuto e se il conflitto ne comporterà un ulteriore. Ovviamente l’instabilità favorisce la tensione sui mercati”. Inoltre, c'è la questione degli ostaggi: “Rappresentano un trauma nazionale di cui Israele dovrà tenere conto. Le persone finite in mano ai terroristi possono limitare la sua reazione”. Tutto questo potrebbe avere conseguenze anche sui “flussi migratori che dalla regione sono pronti a riversarsi in Europa oltre che nei gruppi terroristici di altre aree, fomentati dall'uscita allo scoperto di Hamas. Ma dobbiamo aspettare. Il terrorismo viene utilizzato per attecchire nelle zone di instabilità e viene utilizzato come elemento contro gli avversari. Ma questi sono movimenti finalizzati alla situazione israelo-palestinese”. Il conflitto in atto, secondo Massolo "va letto anzitutto in chiave geopolitica. Hamas, la cui mano è finanziata e aiutata dagli iraniani, ha voluto perseguire due obiettivi: uno immediato, volto a indebolire ulteriormente il governo Netanyahu, che ha l’asse nel rapporto con i partiti di destra nazionalista, già minato dalle proteste sulla riforma della giustizia; uno invece con cause più strutturali, che tende a impedire un riassetto complessivo del Medio Oriente, guidato dagli Stati Uniti e basato sull’estensione all’Arabia Saudita degli accordi di Abramo. Chi si reputa escluso da questo riassetto, vale a dire Iran e vari gruppi terroristici, reagisce strumentalizzando la causa dei palestinesi". "Negli accordi di Abramo - prosegue l'ambasciatore - d’altronde c’era abbastanza poco per loro in termini politici, un di più in senso economico. La Striscia di Gaza è tradizionalmente finanziata dal Qatar ed è possibile che questi aiuti siano diventati politici, proprio per via del riassetto regionale, innervosendo Hamas. Facendo leva su questo, è come se l’organizzazione terroristica dicesse: noi siamo i veri rappresentanti del popolo palestinese, non Abu Mazen, e non c’è riassetto se prima non si fanno i conti con noi. Spingendo così gli Stati arabi a rischierarsi”. Un collasso della normalizzazione dell’area sarebbe una batosta per la politica estera di Joe Biden, che dovrà giustificarla in chiave elettorale, rileva l'Huffpost. Il presidente americano voleva recuperare terreno nei confronti dei cinesi, entrati a gamba testa in Medio Oriente con la storica mediazione che ha riavvicinato l’Arabia Saudita all’Iran. Ciononostante, per Massolo questo non fa di Pechino il nuovo kingmaker regionale. “Pechino ne ha beneficiato diplomaticamente ma il patto tra Riad e Teheran non va interpretato come un ritorno pacifico. Ha siglato una tregua, ma la tensione tra sunniti e sciiti è esistenziale e non finirà. Il Medio Oriente è una regione in cui gli Stati Uniti contano ancora, malgrado il loro disimpegno, mentre la Cina gioca un ruolo più economico, infrastrutturale e, se vogliamo, finanziario. Ma non sopravvaluterei il ruolo di mediatrice”.
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