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Carceri: detenuta muore di fame, Garante 'serve dare una diversa direzione'
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Roma, 12 ago. (Adnkronos) - "L'hanno classificato 'decesso per cause naturali', ma la definizione appare incongrua nel caso di una persona, quale la signora Susan John, nigeriana di quarantatré anni, che ha condotto fino all'estremo la sua protesta rifiutandosi, dallo scorso 22 luglio, di mangiare, bere, prendere qualsiasi terapia e anche di essere ricoverata in ospedale. È deceduta la scorsa notte dopo aver nuovamente perso i sensi come era già accaduto nell'ultima settimana". Sono le parole di Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, che in un intervento su La Stampa, dal titolo 'Se il carcere non sa salvare chi si lascia morire di fame', riflette e fa riflettere sul caso della detenuta morta di fame e di sete nel carcere delle Vallette a Torino. Il carcere non ha ritenuto "di chiedere un aiuto ai Garanti territoriali che pure frequentemente sono presenti. Eppure qualche problema deve esser sorto all'attenzione medica poiché era stata posta nella 'Articolazione per la tutela della salute mentale' e si sa bene quanto impegnative e difficili siano le parole 'tutela' e 'salute' incise in questa denominazione", scrive Palma, a giudizio del quale "occorre interrogarci sulla responsabilità collettiva relativamente sia alla fisionomia del carcere, che rischia di divenire un luogo di mera restrizione, percepito di assoluto non ritorno da parte di chi vi giunge, sia alla drammaticità della forma estrema di comunicazione di chi non ha altra voce per urlare, se non quella del proprio corpo. Un corpo anche da distruggere per poter dire". Due aspetti, spiega Palma, "che si richiamano l'un l'altro e che si sono accentuati nell'ultimo periodo perché è sempre più diffusa un'idea di meritevolezza del castigo per chi ha sbagliato che porta a isolare il carcere da una progettualità positiva, a svincolarlo sempre più dal ritmo della vita esterna e che incide anche in modo grave sulle condizioni di chi vi lavora". Dalle telefonate con i propri affetti all'introduzione "positiva" di talune tecnologie sperimentate sotto la pandemia, su questi temi c'è il rischio "di tornare indietro", avverte il Garante. Che poi osserva: "il corpo, soprattutto per chi ha minori strumenti interpretativi e comunicativi o per chi sa di non essere ascoltato diviene l'assoluta espressione linguistica: non solo nel tagliarsi, nel mutilarlo, anche nel renderlo strumento della propria richiesta e a volte del proprio desiderio di urlare. Occorre con urgenza e da parte della collettività saper dare una diversa direzione a questa deriva".
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