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L'intervista

Insulti sui social, quando scatta la diffamazione: rischi e risarcimenti spiegati dall’avvocato – «Vi dico chi sono i leoni da testiera»

di Federico Lazzotti

	L'avvocato Massimo Tucci
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L'avvocato Massimo Tucci

Dal caso di Cristiano Lucarelli alla condanna per diffamazione di una dirigente di FdI, l’avvocato Massimo Tuticci spiega quando un commento online diventa reato, quali risarcimenti si rischiano e come tutelarsi dagli insulti sul web

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Cristiano Lucarelli, ieri capocannoniere della Serie A, oggi allenatore del Livorno, ha scelto l’avvocato Massimo Tuticci, quando ha deciso di giocare la sua partita contro i leoni da testiera, gli odiatori che sui social hanno insultato lui e la sua famiglia all’indomani dell’inchiesta sul presunto stupro del quale è stato accusato il figlio (poi assolto in Appello).

Una battaglia legale fatta di accordi extragiudiziali (risarcimenti per evitare il processo) e una sentenza nella quale una dirigente di Fratelli d’Italia è stata condannata per diffamazione aggravata: duemila euro di pena pecuniaria, cinquemila di risarcimento alla parte offesa (Lucarelli) e altri tremila per le spese di giudizio. Totale: diecimila euro.

Avvocato, dove finisce la libertà di espressione e di critica – soprattutto sui social – e quando invece si rischia di finire nel penale?

«In estrema sintesi si contrappongono due diritti, entrambi, costituzionalmente garantiti: il diritto alla libertà di manifestazione del proprio pensiero garantito dall’articolo 21 e il diritto alla tutela della reputazione personale anch’esso riconosciuto a livello costituzionale. È un problema, dunque, di contemperamento di interessi che potremmo riassumere così: il mio diritto di manifestazione del pensiero si espande sin quando non inizia a ledere l’altrui diritto alla propria reputazione. In tale quadro si innesta poi la problematica dello specifico contesto nel quale le frasi oggetto di valutazione vengono espresse e così, dunque, un contesto di critica, di cronaca, di satira e via dicendo. È evidente come il contemperamento degli interessi contrapposti trovi espansione e limiti diversi a secondo di questi diversi contesti, in ciascuno dei quali la giurisprudenza, ormai consolidata, ha sviluppato canoni interpretativi, più o meno, standardizzati, ma dai contorni variabili».

A livello giuridico le offese via social sono ormai equiparate alla diffamazione a mezzo stampa, quali sono i motivi?

«Assolutamente sì. La pubblicazione di un post o un commento offensivo su internet configura il reato di diffamazione aggravata ai sensi dell’articolo 595, comma 3, del codice penale. Secondo la giurisprudenza della Corte di Cassazione, infatti, i social sono considerati un mezzo di pubblicità, poiché la condivisione online è idonea a raggiungere un numero indeterminato o notevole di persone».

Ci spiega cosa cambia, se l’offesa avviene sui social oppure dal vivo, magari in un contesto come il consiglio comunale o più in generale in una assemblea a pubblica?

«È conseguenza di ciò che la giurisprudenza ha detto a proposito dei social. La differenza, dunque, consiste nel fatto che se pronuncio una frase diffamatoria in un luogo “fisico” l’offesa alla reputazione altrui può essere colta da un numero limitato di persone, ovviamente, quelle presenti, mentre un’offesa diffusa tramite social può (e tale possibilità è sufficiente per integrare l’aggravante) raggiungere, appunto un numero indeterminato e potenzialmente assai esteso di potenziali persone in grado di percepirne il significato offensivo. Questo per quel che riguarda l’aspetto strettamente giuridico, diverso è l’aspetto morale, poiché non vi è chi non possa cogliere l’estrema gravità di episodi nei quali frasi offensive vengano pronunciate in sedi istituzionali, magari, da chi ricopra cariche pubbliche».

I leoni da tastiera quando scrivono lo fanno in modo consapevole o/e pensano che quel linguaggio sui social sia concesso?

«Penso banalmente che il fenomeno dei leoni da tastiera derivi dalla mancanza di remore in un rapporto soltanto virtuale. La presenza fisica di persone, almeno tendenzialmente, in questo senso, costituisce un valido deterrente a pronunciare frasi in libertà. Ovviamente influisce, anche la convinzione, purtroppo, spesso confermata, di un elevato grado di impunità».

A chi viene offeso sui social e vuole iniziare una battaglia legale con l’autore/autrice cosa consiglierebbe?

«Semplice: occorre iniziare sporgendo una tempestiva querela».

L’impressione è che la giurisprudenza, per fortuna, stia via via proteggendo le vittime degli odiatori. A livello giuridico c’è una sentenza pilota?

« A questa sua domanda devo rispondere in maniera per così dire problematica. Nel senso che, certamente, si è andata sviluppando una sempre maggiore sensibilità e percezione della gravità di forme di violenza verbale tramite i sempre maggiormente diffusi social media, ma, d’altra parte, vi è anche da constatare come i procedimenti aventi ad oggetto forme di diffamazione a mezzo social stiano aumentando in maniera esponenziale, tanto da costituire un serio problema per le varie procure che si trovano, spesso con forze insufficienti, a doversi far carico di questo straordinario carico di lavoro. A proposito di sentenze pilota, cito un certo filone giurisprudenziale che potremmo indicare con l’etichetta di “desensibilizzazione” della coscienza sociale di fronte alle asperità della volgarità dominante utilizzata, invero, con diametralmente opposte finalità».

Chi viene condannato tra l’altro rischia grosso. Soprattutto a livello di risarcimento...

«Tralasciando casi specifici, possiamo dire che, sì, offendere in libertà sui social può costare caro, magari non con il carcere (aggiungo, per fortuna), ma dal punto di vista economico. Nella mia attività mi è capitato di assistere, sia persone offese sia i presunti autori. A proposito di questi ultimi, mi è capitato di imbattermi in presone che, nella vita privata mostravano comportamenti accorti e controllati, ma che ammettevano di aver agito di impulso. Solitamente erano assai pentiti anche perché rischiavano di pagare molto salatamente il proprio sfogo. Mi sento, dunque, di dare questo, banale, consiglio: davanti alla tastiera, se per rabbia o per altro, ti viene l’impulso di scrivere la prima cosa che ti viene in mente, fermati, pensaci, rifletti, e poi non scrivere nulla». 
 

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