Lavoro
Vincenzo De Luca è la star della Leopolda: «È l’ora di parlare di sicurezza». I temi secondo Renzi decisivi per la sinistra
È l’ex governatore della Campania il nome forte che apre la Leopolda 14: «per quello che non ha fatto il governo nazionale, l’opposizione dovrebbe avere il 65% dei voti e non è così»
FIRENZE. Tutto alla Leopolda 2026, la quattordicesima da quando è stata lanciata nel 2010, è pensato per dare l’idea del ritorno difficile ma glorioso dopo un lungo viaggio. “Riprendiamoci Itaca” è lo slogan. Il viaggio di ritorno di Ulisse durò dieci anni, altrettanti ne sono passati dalla fine del governo Renzi che però a casa, a Palazzo Chigi, punta a tornarci entro l’anno prossimo. Magari non al timone, ma almeno nei panni del cartografo che traccia la rotta.
Per rimettere il Centro al centro del progetto progressista, Matteo Renzi – per tutti qui “Il Kraken” (ci sono anche le t-shirt) – prova a dettare l’agenda sui temi. L’ultimo sondaggio Ipsos indica che in cima alle preoccupazioni degli italiani ci sono “crimine e violenza” e Renzi non è certo uno che non fiuta l’aria che tira. E così per dettare l’agenda invita il duro della sinistra, il sindaco con la stella da sceriffo Vincenzo De Luca. È lui il nome forte che apre la Leopolda 14. Per parlare, ohibò, di sicurezza.
Dente avvelenato con il suo partito, quel Pd di Elly Schlein che gli ha negato il terzo mandato come presidente della Campania, De Luca è l’uomo che Renzi sceglie per mandare un messaggio poco rassicurante ai dem, nonostante i toni scelti per la comunicazione con l’alleato siano da mesi molto concilianti.
E quel messaggio è: non riuscite nemmeno a pronunciare la parola “sicurezza”, ma la gente la chiede. De Luca non delude. Arriva sul palco-barca come una star, accolto da applausi e musica trionfale con le fanfare. E attacca subito sul suo tallone d’Achille, il terzo mandato negato «in questo paese di ipocriti e imbecilli».
«Il tema della sicurezza è eretico ma io lo considero decisivo per le forze progressiste», chiarisce subito il sindaco di Salerno. E continua, per togliere ogni dubbio sull’inerzia che condanna nel suo partito: «Per quanto riguarda il Pd, dopo quattro anni di rinnovamento della segreteria siamo inchiodati al 20%, invece di mettere in campo una capacità espansiva. La mia valutazione: abbiamo temi estranei alla cultura del Pd e uno di questi è la sicurezza. L’imbarazzo con cui affrontiamo questo tema è sconvolgente».
E ancora: «Mi colpisce sulla situazione politica italiana, per quello che non ha fatto il governo nazionale, l’opposizione dovrebbe avere il 65% dei voti e non è così. Come è possibile questo?», si chiede De Luca. Il gradimento in platea è altissimo per l’intero intervento. De Luca apprezza a sua volta e con il solito piglio incalza: «La libertà non ha lo stesso peso per tutti i cittadini, non tutti la mattina leggono la rassegna stampa e si informano. Il padre di famiglia che ha il problema del pane alla fine del mese se ne infischia della libertà formale. La distanza tra democrazie e non democrazie si è ridotta al lumicino. Le maggioranze ormai sono disponibili a una riduzione della libertà formale in cambio della sicurezza e della tranquillità di vita. E quindi la sicurezza va riconquistata e riempita di valori». Pronunciando anche la parola tabù: «Repressione. Non la troverete in nessun programma, ma chi governa sa che prima o poi dovrà confrontarsi anche con questa questione».
Cita un episodio di quando, al primo mandato da sindaco, scoprì di non poter dotare di manganelli la polizia municipale che provava a cacciare due «parcheggiatori abusivi extracomunitari» minacciosi, arrivati durante quella che definisce «l’invasione degli albanesi». Risolse il problema, racconta, con un espediente: prendendo dei manganelli di 80 cm – «delle bestie di 80 centimetri con l’anima in metallo» – facendoli passare per dei segnalatori. Non proprio il linguaggio più comune nel campo progressista. Non a caso.
De Luca, in linea con lo spirito propositivo della Leopolda, non si ferma al passato: «Sto preparando una modifica legislativa che farò avere ai gruppi parlamentari. Dobbiamo fare una sola cosa: a chi viola il Daspo per una volta dobbiamo essere sempre buoni samaritani e facciamo solo una diffida, la seconda volta deve fare due mesi di carcere. Altrimenti è inutile andare a fare la guerra, nei quartieri non se ne frega nessuno. O facciamo sul serio la lotta alla delinquenza organizzata o ci stiamo prendendo in giro».
Renzi flirta e manda messaggi: «Vincenzo De Luca ha un caratterino, però è uno che serve al centrosinistra, quando c'è la campagna elettorale io vorrei vedere un confronto sulla sicurezza De Luca-Salvini, vorrei vedere un confronto De Luca-Piantedosi. Vorrei, insomma, che Vincenzo fosse in prima fila nella prossima campagna elettorale per dire che sulla sicurezza la destra ha raccontato palle».
Gli ospiti dopo De Luca riportano a galla la passione mai sopita, archetipica, di Renzi per il ruolo del sindaco. Il palco accoglie il sindaco di Udine Alberto De Toni e quello di Cagliari Massimo Zedda. «Perché i sindaci stanno sul territorio, amministrano, si confrontano ogni giorno con le persone», spiega.
Il primo cittadino di Udine si inserisce nella linea di alleanza che Renzi ha in mente: «Nella coalizione con cui abbiamo vinto a Udine c'erano i partiti del centrosinistra, c'era Azione e anche una lista di esponenti di Forza Italia. Noi abbiamo messo in piedi quella che io chiamo un'Arca di Noe, e fuori c'è il diluvio». L’importanza di mettersi insieme, l’urgenza del pericolo esterno.
Il pubblico, gli oltre mille ragazzi della scuola politica di Italia Viva, incalzano spesso sul ceto medio abbandonato. Impoverito. Si parla più di loro che dei poveri veri, i miserabili: beh, siamo pur sempre alla convention di una forza centrista. E Renzi ha la ricetta/slogan che serve ad attivare la fetta di elettorato che vuole rappresentare: «La prima proposta che lanciamo è una quattordicesima alle categorie del ceto medio che soffrono di più: insegnanti, infermieri, forze dell'ordine».
Insomma, la Leopolda 14 non è quella del 2013 con il gossip sulle scarpe maculate di Maria Elena Boschi (ovviamente presente insieme agli altri colonnelli), quella del 2014 con Renzi presidente del consiglio che si difendeva dalla piazza della Cgil contro il Jobs Act o quella del 2016 con il coro “fuori, fuori” contro la minoranza Pd. È quella di un Matteo Renzi che vuole tornare in quella che ha imparato a definire “casa”, portando la sua idea di governo e di paese, e che punta a superare quel 3% a cui da tempo è inchiodato e che crede di poter smuovere nella prospettiva di arrivare al governo. L’ennesima mutazione di un progetto politico-personale che resta in piedi da oltre quindici anni. E non è poco.
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