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L'intervista

Prof aggredita da un 13enne, Giuseppe Lavenia: «C'è una "nuova" domanda che dobbiamo fare ai nostri figli»

di Rita Lazzaro

	Giuseppe Lavenia
Giuseppe Lavenia

Per lo psicologo e psicoterapeuta servono regole comprensibili, sonno protetto, momenti senza telefono e adulti capaci di rispettare gli stessi accordi. Sui social: «Dobbiamo insegnare presto che dietro ogni profilo c’è una persona e che un inoltro ha conseguenze»

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Il tentativo di riprendere l’aggressione attraverso una videochiamata in diretta è uno degli elementi che gli investigatori stanno verificando in merito a quanto commesso dal 13enne contro la professoressa, spruzzandole in faccia dello spray urticante e colpendola con tre fendenti al costato. Un orrore successo il 18 settembre in una scuola media nel quartiere Centocelle a Roma, che approfondiamo con lo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Lavenia (nella foto), presidente dell’associazione nazionale Di. Te.

Dottor Lavenia, come commenta il fatto che il tredicenne volesse riprendere l’aggressione?

«Mi colpisce che nel gesto fosse già previsto un pubblico. La telecamera lascia pensare che essere visti fosse parte dell’azione, ma non ci permette di sapere che cosa avesse in mente quel ragazzo. Servirà ricostruire la sua storia. Dobbiamo interrogarci sul significato che può assumere la visibilità: arrivare a esibire il dolore inflitto a una persona, pur di essere guardati, è qualcosa che riguarda anche il mondo in cui crescono i nostri figli».

Che ruolo hanno i social nella violenza giovanile, soprattutto nella sua spettacolarizzazione?

«I social offrono alla violenza una platea, la rendono replicabile e possono trasformare chi la commette in un personaggio. In alcuni gruppi persino la crudeltà può ricevere approvazione. Questo non significa che chi usa i social diventi violento. Significa chiedersi quali comportamenti vengono premiati e quali contenuti continuano a circolare. Anche condividere il filmato per indignarsi può regalare all’autore il pubblico che cercava».

Quali sono i pro e i contro dei social nella vita dei giovani?

«Online un ragazzo può coltivare interessi, trovare amicizie, raccontare una difficoltà che altrove non riesce a esprimere. Può anche subire minacce, ricatti, umiliazioni o la diffusione di immagini intime. E può partecipare al danno, magari inoltrando un contenuto nel gruppo di classe senza fermarsi a pensarci. Dobbiamo insegnare presto che dietro ogni profilo c’è una persona e che un inoltro ha conseguenze».

Cosa si dovrebbe fare per avere un rapporto sano tra social e giovani?

«Comincerei da una domanda in famiglia: “Come stai nella tua vita online? ”. Chiediamo chi frequentano, che cosa li diverte, che cosa li mette a disagio. Se ogni confidenza finisce con una punizione, la volta dopo taceranno. Servono regole comprensibili, sonno protetto, momenti senza telefono e adulti capaci di rispettare gli stessi accordi. La distanza digitale può diventare distanza relazionale quando smettiamo di interessarci a una parte così importante della loro giornata».

A suo avviso, quali sono gli errori commessi nell’affrontare il rapporto tra i giovani e i social?

«Abbiamo scambiato la facilità con cui usano un dispositivo per capacità di proteggersi. Alla scuola chiediamo di recuperare tutto con un incontro; dalla politica arrivano interventi troppo spesso legati alla cronaca. Servono continuità, formazione degli adulti e ascolto. Da questa vicenda, però, non possiamo dedurre automaticamente una colpa dei genitori».

Quali sono le sue proposte per fare fronte a questa tematica?

«Con l’associazione nazionale Di. Te. portiamo avanti iniziative come il Disconnect Day e i viaggi d’istruzione in disconnessione, nonché la proposta del Patentino Digitale, esteso anche all’intelligenza artificiale. Vogliamo rendere questi percorsi stabili e valutarne i risultati, affiancandoli a servizi specialistici accessibili alle famiglie».

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