Ufficiale
Dieci anni senza Ciampi: «Vi racconto chi era mio padre»
Il figlio Claudio: «Quando divenne governatore io fui l’ultimo a saperlo, non parlava del suo lavoro»
Seduto sul divano di casa, Claudio Ciampi prende una foto dal tavolino che ha di fronte e la stringe tra le dita. Lo sguardo si fa più dolce mentre guarda la foto. Poi un sorriso. Quell’immagine vecchia di oltre mezzo secolo, con i bordi un po’ sbiaditi dal tempo, ha attraversato traslochi, case, stagioni. E mentre Claudio la osserva, il pensiero percorre in un attimo centinaia di chilometri e arriva a Livorno. Perché qui è iniziata la storia di sua padre, Carlo Azeglio Ciampi.
Ed è proprio da qui che il figlio vuole iniziare a raccontarlo, nel decimo anniversario della sua morte. È il 23 giugno 1999 e Ciampi – eletto da circa un mese Presidente della Repubblica – torna a Livorno, accolto da un bagno di folla, per la sua prima visita istituzionale nella sua città natale. Il protocollo del Quirinale stabilisce che lui cammini davanti e che la moglie, Franca Pilla, lo segua a un paio di metri di distanza. Lei lo fa, ma soltanto per quel giorno. Tornata a casa, dice al marito: «A queste condizioni non ti accompagno: io dietro di te non camminerò mai più. Camminiamo insieme o, al massimo, vado avanti io».
Da quel momento, Franca gli starà accanto. Sempre. Nelle occasioni ufficiali così come nella vita privata. È un dettaglio, ma dentro c’è una storia lunga 70 anni: quella di due giovani che si sono conosciuti nelle aule universitarie di Pisa, sono diventati marito e moglie e poi genitori di due figli, fino ad arrivare a vivere insieme al Quirinale senza smettere di essere, prima di tutto, una coppia. E forse è proprio da qui che bisogna partire per raccontare Ciampi. Non dal Presidente, ma dall’uomo che, una volta tornato a casa, si lasciava alle spalle il cerimoniale. Dal marito innamorato, dal padre severo e riservato ma presente, dal banchiere meticoloso, dal livornese che fuori dal Quirinale tornava a essere semplicemente Carlo.
Claudio Ciampi oggi ha 73 anni, è un dirigente di banca in pensione e custodisce la memoria di quel padre senza averne mai perso la misura.
Che padre era Carlo Azeglio Ciampi?
«Era innanzitutto una persona innamorata della sua famiglia e soprattutto di mia madre. Sono stati insieme 70 anni: tra loro c’era un rapporto di grande intensità e amore. Mamma estroversa, papà molto più riservato. Era quasi pudico nei sentimenti, non amava dimostrare troppo quello che provava. Non l’ho mai visto arrabbiarsi».
Lo dice quasi con dispiacere: è così?
«È vero. Mio padre non mi ha mai messo le mani addosso nonostante qualche sciocchezza l’abbia fatta, un po’ come la maggior parte dei ragazzi (ride, ndr)».
Come la puniva, allora?
«Mi ignorava e diventavo trasparente per qualche giorno. Per me era una punizione terribile. Dentro di me pensavo: “Dammi due schiaffi, così ti sfoghi e poi ti passa”. La “giustizia domestica”, diciamo così, era demandata a mamma: piccola, ma temibile».
Che famiglia eravate?
«Una famiglia molto normale, borghese. Padre, madre, due figli. Mia sorella Gabriella era molto più brava di me a scuola, non mi vergogno a dirlo. Papà era una presenza costante, si interessava ai nostri studi, alla nostra vita. Non ci è mai mancato nulla, ma non si buttava via mai niente. Era lo spirito di chi aveva vissuto la guerra e la ricostruzione».
Le vostre vacanze com’erano?
«A luglio eravamo sempre a Livorno. Prendevamo in affitto un appartamento non lontano dai Pancaldi, i bagni storici dove papà aveva imparato a nuotare. Lui lavorava a Roma e faceva il pendolare: arrivava il venerdì sera in treno e ripartiva la domenica sera. Poi ad agosto andavamo 15 giorni in montagna e magari tornavamo un po’ al mare, questa volta all’Elba. Erano vacanze semplici, ma bellissime».
Cosa ricorda di lui in casa?
«Lavorava tutto il giorno, tornava a casa e poi studiava. Il mio mito infantile era che il lavoro di mio padre fosse leggere i giornali. Alle elementari scrissi proprio questo in un tema, così il maestro chiese a mia madre: “Scusi, ma che lavoro fa suo marito?”. Era incuriosito da quest’uomo che passava la giornata a leggere i giornali».
Poi lei ha seguito la sua strada ed è entrato in banca. Essere figlio di Ciampi quanto ha pesato?
«È stata una piacevole croce. Se prendevo un avanzamento di carriera, era scontato: “È il figlio di Ciampi”. Se non lo prendevo, ero doppiamente fesso (ride, ndr): “È il figlio del governatore e non lo fanno avanzare?”. Mia sorella Gabriella è stata più fortunata, perché studiando Lettere e poi proseguendo la carriera come docente universitaria di Storia contemporanea era fuori dal mondo delle banche e della finanza».
Vostro padre vi ha mai raccomandati?
«Mai. E ci teneva moltissimo. Diceva: “Il fatto che siano figli miei lo sanno tutti, ma io non chiedo”. Non ha mai mosso un dito per noi».
Era una forma di severità?
«Più che altro era una questione di principio. Diceva che essere suoi figli non doveva diventare un titolo di merito. Se eravamo capaci, dovevamo dimostrarlo da soli. E credo sia stato meglio così. Quando ottieni qualcosa perché sei figlio di qualcuno, non sai mai quanto di quel risultato sia veramente tuo».
Impossibile che non ci fosse qualche vantaggio, però.
«Certo. Se dovevo parlare con il presidente di una banca, telefonavo e il giorno dopo avevo l’appuntamento. Ma quello era il vantaggio: arrivare alla porta. Poi entravo e dovevo dimostrare quello che valevo».
Quando suo padre diventò governatore della Banca d’Italia, lei lo seppe prima degli altri?
«No, praticamente per ultimo. E questo dice tutto sulla riservatezza di papà. Ricordo che ero a Parma per un corso. Il venerdì vado a salutare il direttore della sede e lui mi dice: “Allora ci sono grandi novità in arrivo”. Io chiedo: “In che senso?”. E lui: “Suo padre diventerà governatore». Io gli rispondo: “No, guardi, lei si sbaglia. È assolutamente impossibile”».
E invece?
«Rientro a Roma e papà mi dice: “Claudio, domani mi nominano governatore”. Il lunedì torno a Parma e il direttore mi guarda in cagnesco. Pensava che gli avessi nascosto tutto. Invece io non sapevo davvero niente. Papà era una tomba».
Significa che in casa non si parlava del suo lavoro? Non condivideva con voi le sue giornate?
«Mai. Non sapevamo che cosa accadesse in Banca d’Italia, non sapevamo quanto guadagnasse, non sapevamo nulla. Erano due mondi separati. In fondo la Banca d’Italia era quasi una seconda famiglia, visto che ci è rimasto 47 anni, ma in casa il suo lavoro non entrava».
E poi c’era Livorno: qual era il rapporto di suo padre con la città natale?
«Livorno era la sua città. Diceva: “È la città dove sono nato, dove sono cresciuto, dove ho imparato a conoscere la vita”. E una delle cose che si è portato dietro è il valore della diversità, vista sempre come una ricchezza e mai come una minaccia. Livorno era un melting pot di religioni e persone diverse. Papà questa cosa l’ha respirata da ragazzo e se l’è portata dietro sempre. L’amicizia con Elio Toaff, che era figlio del rabbino capo di Livorno e poi sarebbe diventato rabbino capo di Roma, ad esempio, per lui era qualcosa di assolutamente naturale. Papà era cattolico, lui era ebreo: e allora? Per mio padre era proprio questo il punto. Ci si conosce, ci si rispetta, ci si arricchisce a vicenda».
Com’era quando tornava a Livorno?
«Incontrava gli amici di infanzia, andava in giro con una maglietta, i bermuda e le ciabatte. Ritrovava Villa Fabbricotti, la passeggiata ad Antignano e ad Ardenza. Era tranquillo, sereno, sorridente. A Livorno ritrovava se stesso».
Non si può parlare di Livorno senza parlare di calcio: era un tifoso?
«Ricordo una partita del Livorno in Serie A. Venimmo con papà e mia figlia. Il Livorno segnò, poi il Chievo pareggiò e alla fine perdemmo. Aldo Spinelli iniziò a gridare, era una furia. Papà gli mise una mano sulla spalla e gli disse: “Datti una calmata”. Fu una scena bellissima: il governatore della Banca d’Italia, poi premier, infine capo dello Stato, che calma il presidente del Livorno».
Suo padre era credente?
«Sì, ma non era bigotto. Una volta gli chiesi: “Quando vai in chiesa prendi la comunione?”. Mi rispose: “Quando sono in veste di capo dello Stato no, quando sono un privato cittadino sì”. Divideva i due ruoli. Da Presidente rappresentava tutti gli italiani, dunque la laicità dello Stato, e non voleva confondere la fede personale con la funzione istituzionale».
L’altro grande sogno era l'Europa.
«Era il suo sogno, è vero, ma anche, alla fine, il suo cruccio. Aveva fatto la guerra e raccontava che prima del conflitto studiava con ragazzi tedeschi. Pochi mesi dopo si sparavano addosso. Diceva: “Questo non deve accadere più”. Per questo credeva nell'Europa».
Come visse all’epoca l’ingresso nell’euro?
«Quando l'Italia entrò nell’euro, salì sul palco con Romano Prodi e sventolò il tricolore come un bambino. Sembrava avessimo vinto uno scudetto. Per lui l'Europa significava soprattutto non avere più frontiere e impedire che le generazioni future vivessero una guerra».
A dieci anni dalla sua morte, cosa pensa sia stato raccontato meno di suo padre?
«La sua umanità. Come uomo delle istituzioni è stato raccontato molto. Lui era una persona profondamente buona. I suoi ex collaboratori del Quirinale me lo ricordano ancora così: un sorriso per tutti e la disponibilità ad aiutare quando poteva. Amava molto anche il volontariato, soprattutto quello fatto senza apparire».
Quando eravate bambini avreste mai immaginato il percorso che avrebbe fatto?
«Assolutamente no. Mia madre diceva: “Chissà se un giorno diventerà direttore della sede di Macerata della Banca d’Italia”. Quello, per un impiegato della banca, era già il massimo della carriera. Invece poi è successo di tutto. Certamente ha lavorato tantissimo, ha fatto sacrifici, ha avuto capacità e anche quella dose di fortuna che nella vita serve sempre».
E sua madre Franca come sta?
«È lucidissima, legge tantissimo. Non esce di casa da dieci anni: da quando è morto il Presidente preferisce stare a casa. Ha le sue persone intorno, la famiglia. A 105 anni è una forza della natura».
È difficile pensare a Franca senza Carlo e a Carlo senza Franca.
«Ha ragione. L’artefice del successo di papà è stata mia madre Franca. Lei gli ha costruito intorno quella normalità che gli ha permesso di essere quello che era. Sempre insieme, mano nella mano».
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