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Il ricordo

Ciampi, il patriota e l’europeista erano la stessa persona

di Paolo Peluffo *
Peluffo è stato portavoce di Ciampi
Peluffo è stato portavoce di Ciampi

Era estremamente preoccupato per i rischi che il Paese correva per la predicazione secessionista

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Caro Direttore,

Ti devo ringraziare per avermi offerto l’occasione di condividere una riflessione su Carlo Azeglio Ciampi, dieci anni dopo la sua scomparsa, e di farlo sul giornale della sua città. Cercherò di dire le cose con chiarezza estrema, “alla livornese”, come sarebbe piaciuto al presidente.

Come sai, ho partecipato con Ciampi all’avventura dei suoi incarichi politico-istituzionali, essendo stato il suo portavoce quando fu presidente nel Consiglio tra il 1993 e il 1994; ministro del Tesoro, dal 1996 al 1999; presidente della Repubblica tra il 1999 e il 2006. Ciampi mi volle con sé senza consultarsi con nessuno dei suoi amici, assumendosi un rischio perché ero molto giovane e solo da pochi anni redattore economico al Messaggero, e mi sono sempre chiesto come mai. In realtà la ragione c’era, e non dipendeva dai comuni studi alla Scuola Normale di Pisa, ma dal fatto che Guido Carli mi aveva scelto come autore delle sue memorie, e quindi dal suo profondo legame con l’autorevole governatore, poi ministro, colui che aveva firmato il Trattato di Maastricht nel febbraio 1992 e che morì tre giorni prima della nascita del governo Ciampi.

L’elemento inconsueto della personalità di Ciampi resta a mio avviso la sua lealtà, non solo per le istituzioni, la lealtà del soldato per il tricolore, ma anche una più rara lealtà umanistica per le persone che con lui collaboravano, lealtà che si traduceva in capacità di ascolto, nella certezza che se prendeva un impegno, quello era. Nell’Italia levantina e ambigua mi appare ancora oggi una eccezione.

Ciampi, pur normalista, non era un intellettuale ma un uomo d’azione. Da presidente della Repubblica è rimasto nella memoria e nel cuore di quella generazione per il rilancio dei simboli dell’identità italiana, della storia comune, per aver fatto cantare l’inno di Mameli ai calciatori della Nazionale, per il ripristino del 2 giugno. Ma siccome fu anche il ministro che riuscì a far partecipare l’Italia alla moneta unica, e che combatté furiosamente per ottenere una parità tra lira ed euro la più favorevole possibile all’Italia, talvolta questa coincidenza appare una stranezza, come se fossero due persone diverse. Prima di chiederci se quella dell’euro sia stata una scelta buona o una pessima idea, va detto che il Ciampi patriota repubblicano e il Ciampi europeista che spinge l’Italia nell’unione monetaria sono la stessa persona. L’origine comune era la sua estrema preoccupazione per i rischi che il Paese correva per la predicazione secessionista della Lega e per altre tendenze disgregatrici dello stato nazionale. La scelta europea si fondava sull’interesse nazionale e non viceversa. Tanto è vero che quando si rischiò di essere messi ai margini, proprio durante il consiglio Ecofin, domenica 24 novembre 1996, che doveva definire la parità lira euro, Ciampi aveva valutato anche l’ipotesi di un euro senza la Germania da costruire bilateralmente con la Francia, oppure di far saltare il banco sfruttando il potere di veto garantito allora dai meccanismi dell’unanimità.

In una riunione difficilissima con il governo tedesco nel sotterraneo di Watergate Hotel di Washington – 28 settembre 1996 - ho visto con i miei occhi Ciampi urlare contro il suo amico Theo Waigel che rivelava per la prima volta la proposta di cambiare le carte in tavola del Trattato di Maastricht con quello che è stato poi chiamato, con involontaria ironia, Patto di Stabilità e di Crescita. Proponeva un meccanismo che a Ciampi apparve folle: sanzioni per i paesi in disavanzo eccessivo con depositi infruttiferi se non si fosse in presenza di una recessione superiore al 2% del Pil. Esattamente le stesse proposte che la Germania impose nel 2012.

E qui va segnalato che il punto debole della sua strategia fu il suo eccessivo ottimismo.

Se chiedessimo oggi a Ciampi di dirci lui stesso quale fu il suo maggiore successo, sono certo che non citerebbe né l’euro, né il patriottismo repubblicano, ma l’accordo sul costo del lavoro del luglio 1993. La scala mobile era stata appena sospesa, e l’idea fondamentale per sostituirla fu il modello Modigliani-Tarantelli, il patto tra governo, sindacati e industriali che aveva lo scopo di garantire il salario reale contenendo il salario nominale e con esso l’inflazione. L’ingresso nell’euro avrebbe potenziato la riduzione dei tassi d’interesse, favorendo una fase di accumulazione del capitale e di investimenti. E qui sta il fallimento di quella strategia. Credo che il presidente sarebbe rimasto sconvolto dalla lettura della nota di lavoro n.1/2026 che l’UPB ha rilasciato il 21 luglio scorso in cui si dimostra che l’Italia è l’unico paese europeo in cui i salari reali lordi si sono ridotti dal 1990 al 2024 del 6,6% contro aumenti del 35% in media. Come è possibile?

Fatto l’euro, Ciampi pensava che il governo dovesse lanciare una “fase due” dedicata a una iniezione di investimenti pubblici e privati e una nuova politica di intervento nel Mezzogiorno. Contenere la spesa corrente era funzionale ad aumentare la spesa per investimenti. I salari moderati, i tassi d’interesse bassi della nuova moneta avrebbero tenuto gli industriali legati al destino dello sviluppo del Paese. Ciampi espose questa strategia in una intervista nell’agosto del 1998, ma venne accolta malissimo. In ottobre il governo Prodi cadde. E a quel punto Ciampi sperò di fare il presidente del Consiglio, perché il lavoro era rimasto a metà. Avrebbe preferito Palazzo Chigi al Quirinale. Ma non andò così.

Nel frattempo, da ministro aveva raccontato per filo e per segno i contenuti dell’accordo sul costo del lavoro al cancelliere tedesco durante un festival di birra a Bonn. Kohl inizialmente lo ascoltava distrattamente, ma a un certo punto si volse verso il ministro italiano e gli disse: «Senti, ti posso invitare per spiegare bene questo accordo ai miei parlamentari?». Fu così che in Germania venne studiata una contro-strategia, la deflazione salariale dei quattro pacchetti Hartz. E il vantaggio di produttività acquisito con l’accordo del 1993 si dissolse. Per di più, da ministro Ciampi sperava che l’industria tedesca ci avrebbe riservato una quota della sua domanda, che invece prese la strada della Cina appena riammessa nel sistema del commercio mondiale. Terza delusione, aveva immaginato che la rinuncia alle partecipazioni statali italiane potesse essere compensata dalla costruzione di alcuni gruppi italo-tedeschi e italo-francesi a partecipazione pubblica. Tentò con la Telecom tedesca. Ma la riunione si svolse in un albergo di Berlino mentre giungeva la decisione della Nato di bombardare Belgrado, e la politica italiana prese altre strade. 

* Presidente di sezione della Corte dei conti, già portavoce del presidente Ciampi


 

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