Tari, tariffe da record in Toscana: i tre motivi principali di un trend che sembra inarrestabile
Da Firenze a Pisa, da Prato a Livorno la tassa sui rifiuti è sempre più salata
La spazzatura in Toscana costa sempre di più. L’approvazione dei nuovi contratti per il 2026 sta portando nei vari consigli comunali una raffica di rincari delle tariffe Tari. Le percentuali cambiano da città a città, ma la tenaglia che stringe i bilanci è la stessa per tutti: l’adeguamento all’inflazione, l’aumento delle materie prime e i rinnovi dei contratti nazionali di categoria.
A Firenze le variazioni delle tariffe per il 2026 rispetto all’anno precedente si attestano su un incremento medio del +4, 84%, mantenendo la ripartizione del carico al 35% sulle utenze domestiche e al 65% su quelle non domestiche. A Prato, i rincari si attestano al +8,5% per le famiglie e al +8% per le imprese; qui il Comune prova ad ammortizzare il colpo mettendo a bilancio 300mila euro per ampliare gli sconti Isee. A Pistoia, a fronte di aumenti del +6, 7%, la giunta ha scelto di azzerare gli aumenti per il 2026 e 2027 alle famiglie con Isee fino a 15mila euro stanziando 70mila euro. Prima di arrivare sulla costa, a Pontedera l’aumento medio resta contenuto tra il +3, 5% e il +4%, tenuto a freno dal recupero dell’evasione che ha ampliato le superfici imponibili e da oltre 310mila euro di agevolazioni comunali. A Livorno la tariffa sale in media del +4% (un nucleo di 3 persone in 100 mq pagherà il +4, 2%, circa 15 euro in più), ma la manovra viene schermata da uno stanziamento di 10 milioni di euro dall’emersione di oltre 295mila metri quadri di abitazioni sconosciute al fisco, pari a circa 3.600 seconde case. A Rosignano l’aumento medio del +4,92% (con la previsione di un ulteriore +5,92% nel 2027) deriva dalla scelta di spalmare i costi su due anni per non farli pesare tutti insieme, dovendo saldare anche un debito pregresso con RetiAmbiente da 3,8 milioni. A Carrara l’incremento resta sotto la soglia del 10%, distribuendosi in modo uniforme tra famiglie e attività economiche ma confermando in blocco tutte le esenzioni per le fasce sociali fragili. Infine a Pisa, dopo anni di aumenti, l’amministrazione annuncia un’inversione di tendenza con tariffe in calo dell’1,5% medio per le famiglie (da -1% a -2, 18% a seconda dei componenti) e dello 0,5% per le imprese. È giusto però ricordare che Pisa lo scorso anno era il secondo comune con la Tari più alta d’Italia, subito dopo Catania.
I costi operativi
A spiegare cosa c’è dietro i numeri delle bollette e come si forma la tariffa è Paolo Vannozzi, amministratore delegato di Geofor, la società del gruppo RetiAmbiente che gestisce il servizio nel bacino pisano. L’analisi parte dalle voci di bilancio aziendali, guidate da spese strutturali e non comprimibili. «Il nostro è un lavoro fatto di uomini e mezzi — evidenzia l’Ad di Geofor —. Abbiamo 370 mezzi che percorrono milioni di chilometri e consumiamo circa 2,5 milioni di litri di carburante all’anno. Poi nel nostro bilancio il 40% è rappresentato dal costo del personale (poco meno di 700 lavoratori sul campo ndr) , mentre un altro 14-15% se ne va per le manutenzioni e il rinnovo del parco mezzi. A questo si aggiunge l’impatto del rinnovo del contratto nazionale di settore scattato a fine 2025i». Alla base del costo industriale si sommano poi le decisioni prese a livello locale di ogni singola amministrazione. «Dal nostro costo della bolletta c’è un altro pezzo che riguarda direttamente il Comune ossia i costi dei singoli regolamenti comunali che disciplinano come dividere il servizio tra utenze domestiche, cioè le famiglie, e utenze non domestiche, le attività commerciali e artigianali. Oltre a questo c’è il tema del recupero dell’evasione: se un cittadino non paga la Tari, per noi la spazzatura va portata via lo stesso, ma quel costo mancante finisce per gravare su chi paga regolarmente». Proprio questa frammentarietà rende improponibile un prezzo unico: «Non c’è e non può esserci una tariffa unica d’ambito come avviene per l’acqua o per il gas. I servizi che offriamo sono profondamente diversi da Comune a Comune. Anche la sola raccolta porta a porta ha frequenze differenti, a cui si aggiungono lo spazzamento, il lavaggio o il ritiro degli sfalci su calendario».
Impianti e raccolta
A pesare in maniera determinante è la carenza di infrastrutture per la chiusura del ciclo. «Ad oggi nell’ambito della Toscana Costa non abbiamo un impianto di chiusura del ciclo per l’indifferenziato. E io vedo che i quantitativi di rifiuti prodotti aumentano tutti gli anni, nonostante gli sforzi per non generarne. Se gli impianti non ci sono, da qualche parte i rifiuti bisogna portarli e trattarli. Non avere un’autonomia impiantistica significa subire le leggi del mercato e i prezzi stabiliti da altri». A ciò si lega l’appello a differenziare meglio per evitare la perdita di ricavi: «Dalla vendita del materiale recuperato incassiamo meno di 8 milioni l’anno, ma la cifra tende a diminuire perché nel multimateriale continuiamo a trovare di tutto: pannoloni, scarpe, giocattoli, tubi da irrigazione. Smaltire una tonnellata di indifferenziato costa circa 180 euro tra trasporto ed ecotassa; una tonnellata di plastica buona ce la pagano 300 euro. Differenziare male significa distruggere risorse che potrebbero servire a calmierare le bollette».
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