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L'intervista

Aldo Montano e lo choc anafilattico, la mamma di una vittima: «Ho perso la mia Chiara, ora mi batto per salvare gli altri»

di Rita Lazzaro

	Chiara Ribechini, scomparsa nel 2018, con i genitori Michela e Massimo
Chiara Ribechini, scomparsa nel 2018, con i genitori Michela e Massimo

Cascina, la testimonianza di Michela Bargagna: la figlia morì nel 2018, a 24 anni, per una reazione allergica dopo una cena al ristorante. I genitori hanno fondato un'associazione: «Lavoriamo nelle scuole e con medici per aiutare chi ne soffre»

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«Sono stata una mamma fortunata. Mia figlia era una ragazza straordinaria: studiosa, sensibile, amante della natura e appassionata della vita. Non meritava una fine simile». Michela Bargagna ricorda così la figlia Chiara Ribechini, morta a 24 anni il 15 luglio 2018 a causa di uno choc anafilattico, in seguito a una cena al ristorante.

Un dolore che ha spinto i genitori della giovane, assistiti dall’avvocata Francesca Zuccoli, a fondare l’associazione Aps “Chiara Ribechini – Con l’allergia si può”, il cui obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi legati all’alimentazione. Una realtà nata da una tragedia, che oggi fa informazione, prevenzione su una questione tanto delicata quanto complessa.

Signora Bargagna, ha visto che cosa è accaduto ad Aldo Montano, ricoverato dopo aver cenato in un ristorante della Capitale?

«Innanzitutto, mi sento in dovere di sottolineare che continua a ripetersi un errore che sembra ormai automatico: la confusione tra intolleranza e allergia. Ancora oggi si tende a sovrapporre due condizioni profondamente diverse: di allergia si può morire, mentre l’intolleranza provoca esclusivamente disturbi gastrointestinali. Condivido lo sfogo di Montano quando afferma che essere allergico alla caseina “non è un capriccio, non è una moda alimentare, non è un’intolleranza. È un’allergia potenzialmente mortale”. Le sue parole descrivono una realtà che troppo spesso viene sottovalutata».

Secondo lei, perché continua a esserci questa confusione?

«Penso che sia dovuta a una scarsa conoscenza del fenomeno. La parola d’ordine della nostra associazione è infatti informazione. È necessario promuovere un’opera di sensibilizzazione nelle scuole e organizzare corsi di formazione nell’ambito della ristorazione. Di queste problematiche, purtroppo, e l’ho vissuto in prima persona, si parla solo quando avviene una tragedia, come la perdita di una giovane vita. Dopodiché tutto finisce nel dimenticatoio. Questo non va bene, perché l’informazione deve essere costante e continuamente aggiornata. È anche uno dei motivi che hanno spinto me e mio marito a dar vita all’associazione: informare per prevenire».

In che modo prende forma la vostra attività di informazione?

«Ad oggi collaboriamo con medici specializzati nelle allergie. Stiamo lavorando a una mappatura che ci permetta di avere un quadro chiaro del numero di medici specializzati e delle liste d’attesa. Si tratta di un lavoro ambizioso, che richiede tempo ed energie, ma è necessario. A maggior ragione in un’epoca in cui le allergie sono aumentate vertiginosamente. La nostra deve essere un’informazione non solo pratica, ma anche empatica, perché l’allergia non incide soltanto sulla salute fisica: può avere un impatto significativo anche sul benessere psicologico, influenzando così la qualità della vita di chi ne soffre».

A cosa si riferisce di preciso?

«Mi riferisco agli atti di bullismo e di emarginazione. Ricordo casi di bambini non invitati a cene organizzate dalla classe per le allergie alimentari. Fortunatamente esistono anche episodi che riaccendono la speranza e dimostrano come l’educazione inizi fin da piccoli. Mi viene in mente, ad esempio, quando a una classe della scuola primaria fu spiegato che un loro compagno era allergico ad alcuni alimenti: da quel momento nacque spontaneamente un atteggiamento di protezione e di attenzione nei suoi confronti. Non basta informare. È necessario svolgere un lavoro educativo a 360 gradi che coinvolga anche il modo di relazionarsi con chi vive queste realtà, sostituendo il bullismo con l’empatia e l’individualismo con il lavoro di squadra. È ciò che facciamo con la nostra associazione attraverso lo sportello di supporto legale e quello di sostegno psicologico».

A suo avviso, cosa si dovrebbe fare nel mondo della ristorazione?

«In questo caso la parola d’ordine è formazione. È fondamentale formare il personale affinché venga bandita ogni forma di condotta, anche la più impercettibile, che possa mettere in pericolo la salute di chi è allergico. Tra ristoratori e clienti deve nascere un connubio fondato sulla fiducia reciproca».

Il processo sulla morte di sua figlia è finito perché il reato è stato prescritto. Come ha vissuto tutto questo?

«Sono delusa per questo. Mi sarei aspettata tempi più celeri».

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