Mirko Moriconi ucciso dal padre, lo psicologo: «Per spiegare certi drammi si consideri un mix di variabili»
L’esperto Nicola Artico: «L’assassino ha attaccato l’organizzazione familiare»
L’impulso voyeuristico a sbirciare nella mente dell’assassino. Spiare dal buco della serratura e valutare vissuti intrecciati e stratificati sulla base di pochi elementi. Il duplice omicidio di Pieve di Camaiore riaccende il dibattito sulla sicurezza dei legami familiari e sulle radici della violenza. Di fronte a un padre che confessa l’uccisione di moglie e figlio, la tentazione di media e opinione pubblica è quella di cercare una spiegazione univoca o un movente lineare. Tuttavia, la realtà psichica richiede una lente diversa.
Nicola Artico, psicologo clinico, ci guida in un’analisi che rifugge dalle semplificazioni, richiamando alla “cautela di metodo”. In un momento in cui la cronaca nera spopola nei nostri consumi culturali, Artico sottolinea come la famiglia possa diventare il teatro di dinamiche esasperate dove saltano i livelli di controllo emotivo, ricordandoci l’importanza di un impegno civile a cui è chiamata l’intera comunità.
Dottor Artico, la famiglia, che nell’immaginario comune è il luogo della cura, si rivela spesso l’ambiente più pericoloso. I numeri dei “crimini d’odio” entro le mura domestiche sono impressionanti.
«Diciamo che la famiglia come nucleo è, nella stragrande maggioranza dei casi, un luogo di protezione e di cura, pur con le sue luci e le sue ombre. Certamente, però, può trasformarsi in altro: i numeri dei crimini che avvengono nel nucleo familiare o tra parenti stretti sono importanti. In questi contesti possono accadere eventi drammatici laddove deragliano i livelli di controllo e di gestione delle relazioni e delle proprie emozioni. Tuttavia, ci vuole una grande cautela di metodo, perché la psicologia clinica è prima di tutto metodo. Dobbiamo distinguere ciò che osserviamo da ciò che possiamo solo ipotizzare. Le variabili in gioco sono molteplici: la storia psicologica di un padre, di un figlio, di una madre; come arrivano all’appuntamento della loro vita, se possiamo chiamarlo così. La loro organizzazione di personalità, i fattori culturali e gli eventuali disturbi mentali opachi o incipienti. C’è un mix di variabili che nessuna, da sola, può spiegare un dramma del genere, ma, se ben miscelate, portano purtroppo all’evento».
Nelle dichiarazioni fornite agli inquirenti, il padre ha giustificato parte della propria tensione parlando dell’orientamento sessuale del figlio. «Ero ansioso perché mio figlio era gay», ha detto. È solo un alibi o c’è dell’altro?
«Questa frase ci dice banalmente che l’orientamento sessuale del figlio, nella mente di quest’uomo, non fosse un fatto neutro. E questo, di per sé, non è un dato così strano: non è neutro per nessuno. Esistono copioni sociali millenari per cui un padre si pensa in una certa modalità identitaria, vedendo nel figlio colui che porta avanti la progenie. Quando si ha l’impressione che tutto questo possa saltare o cambiare, può insorgere ansia in moltissime persone del tutto normali. Il punto non è l’ansia in sé, che è una fisiologica risposta a uno stato di incertezza. Più importante è come viene poi governata e amministrata questa ansia: ciò che definisce la patologia è come una persona organizza il pensiero rispetto alle proprie emozioni. Questa è la differenza tra uno stato mentale e l’altro».
Il quadro è più vasto: non è stato ucciso “solo” il figlio, ma anche la madre. Il padre parla di un clima insostenibile, di dipendenze del ragazzo e di una madre che ne prendeva sempre le difese. Strategia manipolatoria per giustificarsi?
«Questo è l’aspetto che psicologicamente ci dà più indizi, pur mantenendo la grande cautela necessaria ed indagini totalmente in corso. Se fosse stata solo una questione di sopprimere l’omosessualità del figlio in quanto inaccettabile, avrebbe ucciso solo lui. Invece uccide anche la mamma: questo cambia il quadro. L’ipotesi è che quest’uomo abbia compiuto un attacco all’intera organizzazione familiare. Se fosse vero che il ragazzo soffriva di dipendenze, che c’erano percosse e litigi, e che esisteva una “coalizione” (che si differenzia dall’alleanza per essere qualcosa “contro” qualcuno e non “per” qualcuno) allora questo ci potrebbe dire dove sta il trigger, il punto di scatenamento della sofferenza. L’organizzazione familiare, le frequenti e sofferenti dinamiche, possono diventare un mare di disagio insopportabile per un membro di una famiglia. Perché si passi dalla frustrazione alla violenza agita però, deve verificarsi un restringimento del campo mentale: per esempio avere una disregolazione emotiva così importante e pervasiva da non riuscire più a pensare gli altri come esseri umani separati da sé, ma con un loro Sé, ma solo come “oggetti contundenti”, fonti di sofferenza da sopprimere».
Il sindaco della città ha dichiarato con amarezza: «È anche colpa nostra, non abbiamo saputo vedere». In un’epoca di maggiore attenzione alla salute mentale, cosa manca ancora ai servizi pubblici per intercettare queste tragedie?
«Da un lato, è chiaro che una rete capillare di servizi territoriali, sociali e sanitari sia fondamentale per intercettare i bisogni. Più questi servizi sono amichevoli, “friendly”, non percepiti come luoghi per “persone anormali”, meglio è. Tuttavia, c’è un punto a cui tengo molto: nessun servizio di salute mentale, nemmeno il migliore al mondo, può prevenire tutto da solo. Esiste una quota di salute mentale e di civismo che non è demandabile. L’igiene mentale è come l’igiene delle strade: non può essere delegata solo agli “spazzini”, è un affare di tutti, implica lo sguardo di tutti».
Una riflessione sul nostro ruolo di spettatori e narratori. Tutti vogliono entrare nella mente dell’assassino immediatamente. Quale atteggiamento dovrebbero tenere i media e i cittadini davanti a tanta oscurità?
«Sarebbe virtuoso avere l’abitudine a sorvegliare le emozioni: un’enorme cautela. I meccanismi che generano questi drammi sono complessi, antichi, talvolta carsici; hanno incubazioni di anni e mettono insieme biologia, dinamiche di più generazioni e contingenze impredicibili. Dire, ad esempio, che l’orientamento sessuale da solo scateni una violenza mortale non ha un fondamento. Ci vuole una grande “tolleranza della complessità”. C’è una differenza fondamentale: costruire un razzo per andare sulla Luna è un’operazione “complicata”, fatta di mille passaggi che, messi in ordine, portano al risultato. Comprendere la psiche umana è invece “complesso”, perché esiste una quota di impredicibilità che nessuna conoscenza potrà mai eliminare del tutto. Questa è la complessità: sapere che tutto ciò che conosciamo non è mai totalmente sufficiente a predire la vita delle persone. Per capirsi, costruire un missile è complicato, allevare un figlio è complesso».
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