Morte di Igor Protti, addio campione gentiluomo: la promessa, la frase simbolo e la malattia
L’ex bomber aveva 58 anni, nel luglio scorso aveva scoperto la malattia. Il saluto: «Questo splendido viaggio è arrivato al fischio finale»
LIVORNO. Siamo soli. Tanto soli. La tristezza spacca il cuore di Livorno, ed è la tristezza di chi ha perso non solo un campione, ma un pezzo della propria identità. Igor Protti se n’è andato a 58 anni, lasciando il pallone fermo sul dischetto di un calcio che non tornerà. Nato a Rimini, ma adottato da Livorno, ha incarnato lo spirito di una città fiera, spigolosa, ma immensamente generosa. Proprio come lui.
La malattia e l’addio
Ci ha messo un anno quella maledetta malattia a portarcelo via. Lo annunciò lui stesso il 5 luglio, un mese dopo aver scoperto «l’ospite sgradito», come lo definì. Ieri mattina Igor ha ritrovato la pace dopo troppi mesi di sofferenza.
Prima di andare, ha però lasciato in eredità ai figli un messaggio da diffondere. «Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale. Difficile provare parole che possano spiegarlo, l’unica cosa che posso fare è ringraziare la mia grande e meravigliosa famiglia che ho adorato. Tutte le persone che mi hanno voluto bene e che mi sono state vicino, tutti i tifosi delle squadre nelle quali ho giocato per l’affetto e l’amore sempre dimostratomi e totalmente ricambiato. Sperando che sia un arrivederci e non un addio».
Quella promessa
La sua carriera resta una delle più belle parabole del calcio italiano. Capocannoniere in Serie A con il Bari (unico a riuscirci con una squadra retrocessa), poi le luci di Roma (con la Lazio) e Napoli.
Ma Igor non cercava i riflettori, cercava un’appartenenza. E nel 1999 scelse di scendere in C1 per mantenere una promessa che aveva fatto da ragazzino, quando lasciò il Livorno da predestinato del calcio dicendo «Tornerò per salire in alto insieme».
Insieme. Lui e il Livorno. Così sceglie nel 1999 di stracciare un contratto d’oro con la Reggiana e indossare la maglia amaranto sotto la presidenza di Aldo Spinelli. Nel 2002 porta gli amaranto in B, nel 2004 ecco la promozione in Serie A che mancava da 55 anni. Lo ha fatto con la forza di chi non gioca per il nome sulla schiena, ma per lo stemma sul petto.
Il bomber più amato
Igor è stato l’unico (insieme a Darione Hubner) a vincere la classifica dei cannonieri in Serie A, in Serie B e in Serie C. Vi riportiamo solo rapidamente qualche cifra, perché i numeri sono il modo peggiore per raccontare Igor. Per lui 669 presenze ufficiali e 257 reti totali (una media incredibile di 0,38 a partita). In totale, tra campionato e coppa, Protti ha collezionato con la maglia amaranto 287 presenze e ben 130 gol. Ma se Livorno lo ha eletto a simbolo, il resto d’Italia lo ha rispettato come un gentiluomo d’altri tempi. A Bari è ancora un figlio, a Messina un esempio. E tutte le tifoserie lo hanno sempre rispettato, anche quelle sulla carta “nemiche” come poteva essere quella pisana.
Protti piaceva a tutti perché non recitava. La sua grandezza non stava nei gol, ma nella capacità di guardare negli occhi l’ultimo dei tifosi con la stessa attenzione riservata al più potente dei dirigenti.
Quei due flash
Chi lo ha amato non dimenticherà mai la sua immagine a Treviso, il giorno della promozione in B: un pianto liberatorio che non era quello di un milionario, ma di un uomo che aveva mantenuto una promessa fatta a un intero popolo.
Ma l’episodio che forse meglio definisce l’uomo è legato al suo addio al calcio giocato. Quando decise di smettere, era il 2005, non lo fece per problemi fisici o di stimoli, ma per rispetto del ruolo. Disse: «Preferisco smettere un minuto prima del previsto, che un secondo dopo aver stancato chi mi ama». Una lezione di eleganza in un mondo che non sa mai quando congedarsi.
Il simbolo di Livorno
Oggi Livorno piange l’uomo che ha reso possibile l’impossibile. Con la sua fascia da capitano, i capelli al vento e quel fiuto del gol che era pura poesia, ha trascinato gli amaranto dalle paludi della terza serie fino allo storico ritorno in Serie A dopo 55 anni.
Ogni sua esultanza sotto la Curva Nord è sempre stata un abbraccio collettivo a un popolo che in lui vedeva rispecchiati l’orgoglio, la grinta e la voglia di riscatto.
Ciao e grazie
Igor se n’è andato con la stessa dignità con cui ha vissuto: con l’eleganza di un tocco sotto che scavalca il portiere e si insacca piano. I gol, le corse a perdifiato sotto la Nord, le lacrime di gioia e quella maglia numero 10 rimarranno per sempre scolpiti nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare. Sì, noi siamo stati davvero fortunati.
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