Achille Occhetto: «Di fronte al nuovo autoritarismo occorre un’alleanza democratica»
L’uomo “della Bolognina” ha compiuto 90 anni il 3 marzo: «È ora che il centrosinistra metta da parte il prevalere delle proprie identità»
Una delle più significative svolte della storia porta il suo timbro. Achille Occhetto, da pochi giorni novantenne (è nato il 3 marzo 1936 a Torino), è stato l’ultimo segretario del Pci e il primo del Pds, “quello della Bolognina” per intenderci, poco prima della caduta del Muro di Berlino, ma anche quello della “gioiosa macchina da guerra” da contrapporre all’ascesa di Silvio Berlusconi e del suo partito-azienda.
Onorevole Occhetto, che effetto le ha fatto la telefonata del presidente della Repubblica in occasione del suo 90° compleanno?
«L’ho accolta con grande commozione, perché nelle tenebre che ci circondano Mattarella rappresenta una luce che ci illumina».
Nel suo ultimo libro, “Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia”, uscito da pochi giorni, parla della necessità di una rivoluzione culturale. Cosa intende?
«Nel libro invento anche un mio personale aforisma, che suona in sostanza così: “È meglio perdere con le proprie idee che vincere con quelle degli altri». Questo aforisma dovrebbe essere insegnato ai ragazzi sin dai primi anni di scuola al posto della dilagante logica dei “winners”, ma ciò richiederebbe una grande rivoluzione culturale nella scuola e nei mass media, infondendo la consapevolezza che la competizione selvaggia, il bullismo collettivo del successo e l’ideologia rapace dei “winners” dovranno lasciare il posto ad una più alta e, nello stesso tempo, più umile percezione del destino dell’uomo».
Da cosa è rappresentato il baratro in cui, secondo lei, ci troviamo oggi e chi ci ha condotto in tale baratro?
«È evidente che stiamo precipitando in un baratro al fondo del quale ci sono la forza, la violenza e la ricchezza e su cui vengono calpestate tutte le regole, sia nazionali che internazionali. Quindi ripetere in modo ossessivo che il fascismo non torna è stato un modo per non vedere e combattere il nuovo autoritarismo. Siamo in questo baratro anche perché, dopo la crisi del 2008, che ha portato miseria in molte famiglie, il populismo ha sfruttato i disagi in modo demagogico senza tuttavia risolvere i problemi. Dall’altro lato, le forze democratiche di sinistra non hanno capito che c’era da individuare la via di una globalizzazione diversa, non più a direzione neoliberista ma dominata dal controllo democratico».
In questo panorama internazionale così devastato e frantumato c’è ancora spazio per pensare a un’Europa unita con più voce per farsi ascoltare maggiormente?
«L’Europa, per quanto abbacchiata, rimane l’arca fondamentale dei valori democratici in Occidente, e quindi solo se si va con decisione verso un’Europa politica che parla con una voce sola si può avere un effettivo peso. L’Europa deve diventare adulta, deve imboccare con decisione la strada della sua totale autonomia. Un’autonomia, però, voglio sottolinearlo, che non vuol dire separatezza e contrarietà. Non invoco un’Europa anti-americana. L’America non è Trump, l’America è quella che cerca di difendersi dalla furia autoritaria ed è questa America che stavolta ha bisogno di noi, di un’Europa che si erge a unica potenza delle regole e della pace».
Avrebbe mai pensato di ritrovarsi, al compimento dei 90 anni, in una fase così delicata per il contesto mondiale, scosso da un conflitto dietro l’altro?
«Non avrei mai pensato che proprio l’America avrebbe fatto tabula rasa di tutte le regole internazionali e che un suo presidente, a cui Giorgia Meloni ha promesso il Nobel per la pace, sia stato capace d’incendiare, come ha fatto, tutto il Medioriente, con l’ignobile scusa di favorire la rivolta di un popolo di cui non gliene frega assolutamente niente perché pensa a una soluzione di tipo venezuelano. Sia chiaro: io sono felice che sia stato spazzato via uno dei peggiori despoti della storia dell’umanità e spero altrettanto che vengano spazzati via, ma in modo democratico e pacifico, gli altri due campioni della guerra, cioè Trump e Netanyahu».
La posizione più giusta è quella di Sanchez? Altri si dovrebbero allineare?
«Dopo aver vantato i legami con Trump, non siamo stati nemmeno informati dell’inizio della guerra, a tal punto che il nostro ministro della Difesa, che peraltro è tra i pochi del governo che apprezzo, si è ritrovato improvvisamente in zona di conflitto. Quindi, più zerbini di così non so come si possa essere. Sanchez è l’unico che ha tenuto la schiena dritta, salvando così l’onore dell’Europa, ed è quello che avrebbero dovuto fare tutti gli europei».
Quali consigli si sente di dare alla sinistra italiana?
«Dovrebbero capire tutti, dico proprio tutti, dalle aree più moderate fino a quelle più di sinistra, che innanzi al rischio autoritario che ci sovrasta nel mondo, dovrebbero mettere da parte il prevalere delle proprie identità per costruire al più presto un’ampia alleanza democratica alternativa all’attuale governo di destra. Occorre far prevalere i temi fondamentali della difesa dello stato di diritto e delle libertà civili e sociali».
Il populismo ha avuto un suo slancio con Berlusconi, che lei ha conosciuto molto bene. Da quegli anni, però, ha ulteriormente preso piede. Di che è la colpa secondo lei?
«La colpa primaria è certamente di Berlusconi, perché non è vero che con lui siamo passati dalla Prima alla Seconda repubblica, siamo passati da quella dei partiti a quella dei populismi. Il populismo ha cavalcato demagogicamente le crisi del sistema senza proporre soluzioni reali. La dimostrazione di questo teorema è stato il fatto che il governo, nella migliore delle ipotesi, ha solo galleggiato se non peggiorato le cose. A ciò si è aggiunta una cultura politica che incarna dei valori che erano del periodo fascista. Meloni è fascista? Non è questo che mi interessa, io dico che Meloni è trumpiana e in questo momento è ancora più grave. Quando dice che condivide i valori di Vance, mi chiedo se siano quelli che abbiamo visto in Minnesota, con l’uccisione a freddo di cittadini americani».
Dai suoi 90 anni, se si volta all’indietro, intravede dei passi compiuti che non replicherebbe?
«Tutti compiono degli errori e anch’io posso aver compiuto e ho compiuto degli errori. La cosa importante è che ognuno li comprenda per correggerli. Se c’è una cosa sulla quale non sono d’accordo è la confessione. Me li tengo per me, servono a me, servono a migliorare».
Ce ne sono di veri e propri leader politici? Ne individua qualcuno?
«Non mi appassiona la ricerca di leader politici, che sono il frutto di situazioni storiche. Il problema è se ci sono leader onesti, capaci di trovare la via giusta e di combattere con forza le proprie battaglie. Vedo che c’è la volontà di farlo da parte di molti, manca la capacità di capire che questo è il momento di presentarsi subito con un programma, di definire subito con quale metodo designare il premier e soprattutto di ritenere che non è la figura del leader, ma è il programma, la volontà ideale e politica che dovrebbe guidare al voto».
Qualche anno fa lei disse che era venuta l’ora dell’ecosocialismo. È ancora convinto di questo?
«Sì, perché ancora una volta la politica dovrebbe essere preceduta da una profonda rivoluzione culturale, guidata dalla consapevolezza che il salto rispetto al passato è gigantesco. Oggi una filosofia sociale all’altezza dei tempi non può non confrontarsi con il rapporto tra il vestito degli umani e quello della natura, tra i problemi sociali della tradizione socialista e quelli economici. Quindi, ci sarebbe da operare una sintesi alta tra questione sociale e questione ecologica, perché sappiamo che l’ecologia comporta dei costi. Il problema è che l’ecosocialista dovrebbe fare in modo che questi costi non ricadano sui lavoratori. Accanto agli obiettivi ecologici ci deve essere anche quello della riconversione delle attività produttive e del lavoro. L’inevitabile disoccupazione tecnologica, che potrebbe derivare dall’intelligenza artificiale, dovrà essere superata da un concetto: che i risultati della scienza non possono essere messi nelle mani solo di alcuni potenti che senza essere eletti oggi tendono a governare il mondo, ma devono essere spalmati su tutta l’umanità e quindi di fronte a quei rischi bisogna introdurre in modo diverso dal passato dei redditi di cittadinanza in modo da far lavorare meno e tutti».
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