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La crisi del commercio ambulante in Toscana: chi regge e chi soffre (con l’incognita Bolkestein)

di Barbara Antoni

	Vestiti in vendita in un mercato ambulante
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Vestiti in vendita in un mercato ambulante

Negli ultimi cinque anni le imprese del settore hanno subito un calo del 16,5%. Gli imprenditori stranieri hanno superato gli italiani e sono 1.776 in più. Tutti i dati

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In crollo verticale il commercio ambulante in Toscana. Nel quinquennio 2018-2023 (dati di Confesercenti) le imprese attive del settore sono passate da 13.453 a 11.202, subendo un calo del 16,7%: lo 0,5% in più della media nazionale che, nello stesso periodo, non è andata oltre il 16,2. Gli ultimi cinque anni hanno rappresentato l’apice della crisi: nel quinquennio precedente le aziende erano addirittura cresciute, da 12.909 nel 2013 a 13.453 nel 2018. Non sono però solo i numeri a determinare la trasformazione del commercio ambulante, anche la tipologia di imprenditori: delle 11.202 imprese attive al 30 giugno 2023 (di cui 195 società di capitale, 682 di persone, 10.316 imprese individuali, 9 di altre forme), gli imprenditori stranieri ne guidano 6.489, le restanti 4.713 sono guidate da italiani.

«I motivi della crisi del commercio ambulante sono molti – spiega Maurizio Innocenti, responsabile toscano di Anva Confesercenti –, ma in particolare due: l’incertezza causata dalla Bolkestein, che ha frenato gli investimenti, e la pandemia, durante la quale c’è stata una profonda trasformazione nel tessuto degli imprenditori del commercio ambulante. Sono molto aumentati gli stranieri, mentre tra gli italiani non c’è stato ricambio generazionale. Inoltre ci sono stati problemi in molti Comuni per il ricalcolo del canone del suolo pubblico, le cui tariffe variano a seconda delle popolazione: in media, solo in due comuni su dieci il canone è stato applicato in forma corretta».

Costi e ricavi

Un’azienda di commercio ambulante, prosegue Innocenti, fronteggia una serie di costi vivi. A partire dal canone di occupazione del suolo pubblico: «ad esempio – dice Innocenti – per una città fra novanta e centomila abitanti, come Pistoia e Lucca, un posto costa oltre 1.150 euro l’anno. Per un ambulante che fa sei mercati in sei città diverse, questa cifra va moltiplicata per sei. Poi c’è il costo per il personale, per il mezzo, per il commercialista, per le assicurazioni. E, quanto alle vendite, a fare la differenza è intervenuto anche il commercio online: in molti comuni l’affluenza ai mercati e le vendite si sono molto ridotte perché la gente compra sul web».

Chi regge e chi soffre

Dal punto di vista del commercio ambulante, la Toscana è spaccata in due: da una parte i mercati dell’entroterra, che risentono maggiormente della diminuzione di clienti e vendite, dall’altra i mercati della costa, che invece “reggono”. È lo scenario disegnato dallo stesso Innocenti, che a sostegno della sua tesi fa due esempi: quello del «mercato di Siena, che era uno dei migliori ma è crollato, e quello di Forte dei Marmi, che va bene. La differenza la fanno i turisti, numerosi sulla costa, molto meno nell’entroterra: lor apprezzano molto i mercati». Il cliente italiano, invece, dice Innocenti, «oggi li apprezza molto meno. I banchi che vendono merce usata e a basso costo attirano una clientela con bassa capacità di spesa.

Le imprese che soffrono di più sono quelle che vendono merce di qualità: il cliente del loro target al mercato va sempre meno».

Incognita Bolkestein

«In Toscana – sottolinea Innocenti – la Regione ha fatto una legge secondo cui le concessioni attuali per il commercio su aree pubbliche sono valide fino al 2032. Ma il governo vorrebbe intervenirci, passando dal principio di impresa a occupazione sociale, in cui si premia chi ha perso il lavoro. Con questa linea, si vorrebbe andare al rinnovo delle concessioni nel 2027, come per i balneari. E questo crea preoccupazione».


 

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