Il lutto
Toscana, l'intreccio tra mafie italiane e straniere: chi controlla i traffici e il problema con i pentiti
Nella regione ci sono legami e giri di affari tra criminalità provenienti da diversi paesi. L’intervista a Tescaroli (Dda): "Ora meno violenza e più corruzione"
Il volto della criminalità oggi in Toscana è un puzzle multietnico, e multiforme, potremmo definirlo così: una mafia intrecciata con diramazioni tra organizzazioni italiane e straniere, dedita alle più svariate attività. Quelle classiche, spaccio di droga e riciclaggio immobiliare, e quelle tecnologiche, dei “colletti bianchi”, corruzione e appalti. Con surplus di informatica. Mafia “smart”.
Luca Tescaroli, fino a ieri - quando si è insediato a capo della Procura di Prato - coordinatore della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, è da sempre in prima linea nella lotta alle mafie. In questa intervista con Il Tirreno traccia l’identikit della nuova criminalità. E indica alcune priorità investigative, di contrasto e prevenzione.
Dottor Tescaroli, com’è cambiata la criminalità organizzata in Toscana e quali sono i settori più a rischio di infiltrazione?
«La Toscana non è la Sicilia, la Calabria o la Puglia, vi è tuttavia una presenza stabile di criminalità organizzata con strutture anche mafiose operative fin dagli anni ’80 e ’90, allorché si è assistito alle stragi del 23 dicembre 1984 sul treno a San Benedetto Val di Sambro, e del 27 maggio 1993 ai Georgofili, e con gli investimenti di Baco di Monte San Savino, in provincia di Arezzo, fatti da Giuseppe Calò (detto Pippo, il cassiere di Cosa nostra, ndr) e Lorenzo di Gesù. L’11 febbraio 1982 fu venduta una casa di campagna da William Weaver per 165 milioni di lire all’immobiliare di cui era amministratrice Carolina Lucarini moglie di Ernesto Diotallevi; il 1° marzo furono pagati 160 milioni di lire per un’altra villa a Maria Elena Panzeca, nipote del Di Gesù. La trattativa fu fatta da Di Gesù e “Mario Aglialoro” (nome usato da Calò, ndr)».
Dalle origini ad oggi cos’è cambiato nel sistema e nella ramificazione criminale in Toscana?
«Oggi si assiste meno al ricorso alla violenza rispetto al passato, anche se ci sono stati episodi recenti, come l’attentato incendiario alla pizzeria di Luigi Cuomo, “Pizza cozze e babà”, a Firenze, il 23 febbraio 2021, che si inserisce nella guerra tra clan camorristici di Nocera Inferiore. Oggi però si privilegia la cura delle attività criminali senza l’uso della violenza».
Turismo e strutture ricettive sono le nuove frontiere per il riciclo del denaro sporco anche in Toscana?
«Le mafie controllano affari variegati: contratti pubblici, per la gestione di appalti per lavori pubblici (strade, servizi...), smaltimento dei rifiuti, commercio, manufatturiero, tessile, immobiliare, droga.
Il porto di Livorno è la porta d’arrivo della droga per la Toscana e tutto il centro e sud Italia: un esempio per tutti, un noto sequestro effettuato il 27 febbraio 2023 di tre tonnellate di cocaina provenienti dalla Colombia.
Oltre alla presenza stabile di strutture organizzate come ‘ndrangheta e camorra, sono presenti in Toscana compagini criminali straniere, cinesi e albanesi collegate con altre reti criminali. Sono stati individuati anche soggetti inseriti in strutture di tipo mafioso collegati alle case madri, che operano con margini di autonomia, e realizzati procedimenti di sequestro e confische per valori significativi. Dal giugno 2019 ad oggi sono stati fatti sequestri per oltre 50 milioni di euro tra beni immobili, imprese, società. Il contrasto alle mafie si fa anche con la prevenzione delle presenze e delle infiltrazioni, congelando e ostacolando le attività di riciclaggio».
Qual è il ruolo delle mafie straniere, e ci sono collegamenti tra mafie straniere e mafia, camorra e ’ndrangheta?
«Le organizzazioni straniere hanno plurimi contatti con ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra. Le associazioni criminali operano anche nel sistema della corruzione, che coinvolge esponenti della pubblica amministrazione, con reati tributari, delitti contro il patrimonio, agevolazioni negli appalti. Bisogna avere consapevolezza che in Toscana vi è una presenza stabile di strutture criminali organizzate, soprattutto camorra e ‘ndrangheta sul fronte italiano, mafia albanese e cinese sul fronte straniero. La prima ha il controllo del traffico di droga proveniente dal Sud America. La criminalità cinese interagisce con camorra, Sacra corona unita, ’ndrangheta e con le strutture albanesi».
Corruzione e “colletti bianchi”: quanto è ancora diffuso il sistema?
«La corruzione è una piaga dilagante, contro la quale serve un’attività di contrasto continua, seria e preventiva per ampiezza e diffusività in ogni livello dell’economia e delle istituzioni».
Lei di recente, parlando dell’indagine che ha condotto sulla strage dei Georgofili, ha parlato del rischio attentati che ancora minaccia i magistrati. A cosa si riferisce?
«Ci sono ancora rischi di attentati ai magistrati, ci sono dati di fatto, anche dopo la stagione stragista del ’92-’94 ci sono stati altri episodi. Io stesso nel 1997 sono scampato a un attentato con la mia fidanzata poi divenuta mia moglie. Nel 2013 si voleva colpire il magistrato Antonino Di Matteo, e ci sono stati altri casi».
Nella sua lunga esperienza di magistrato in prima linea, come valuta la situazione attuale sulla lotta alle mafie?
«L’Italia è uno dei Paesi che dispone di un apparato antimafia molto consistente. Delitti efferati sono stati alla base dell’introduzione di strumenti antimafia negli ultimi 30 anni, si dispone di una legislazione sui collaboratori e sui testimoni di giustizia, di un’efficace normativa inerente alle intercettazioni, fondamentali per l’acquisizione di un bagaglio di conoscenza sulla vita della criminalità. Occorre incentivare e aggiornare gli strumenti tecnologici per essere competitivi verso le organizzazioni mafiose che usano molto la tecnologia.
«Se non vi fossero stati i collaboratori di giustizia non avremmo potuto ottenere questi risultati nella lotta alla mafia, con la scoperta di armi, munizioni, latitanti, non avremmo potuto conoscere le strategie correlate alla commissione dei delitti più eclatanti, individuare i mandanti e gli esecutori delle stragi di via d’Amelio, Capaci, degli anni ’93 e ’94. I collaboratori di giustizia sono uno strumento delicato a cui approcciarsi con professionalità e corretta gestione».
E arriviamo al ruolo dei pentiti: in un libro lei parla dell’importanza dei collaboratori di giustizia, fin dalle grandi indagini degli anni Novanta, senza i quali non si può combattere le mafie, e del perché sono diminuiti nel tempo. Ce lo può spiegare?
«Le collaborazioni qualitativamente significative si sono rarefatte perché si è ridotto il gap differenziale tra irriducibili e chi si affida allo Stato per collaborare. Occorre ristabilire il nesso differenziale per rendere più appetibile, anche economicamente, fare il collaboratore di giustizia».
Serve un intervento del legislatore?
«Sarebbe auspicabile un intervento del legislatore per adeguare la normativa vigente alle dinamiche che hanno caratterizzato in questi anni la criminalità organizzata. Misure economiche e programma di protezione sarebbe utile venissero estese anche agli stranieri per meglio contrastare le forme di criminalità straniera, quali la mafia cinese e albanese. È insufficiente la previsione di cui all’art. 18 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, del Testo unico sull’immigrazione, il quale prevede che in situazioni di sfruttamento da parte di associazioni criminali, il questore o il procuratore della Repubblica possano rilasciare un permesso di soggiorno speciale a uno straniero. È infatti necessario estendere l’intera legislazione sulla collaborazione di giustizia, come ad esempio poter cambiare generalità, e prevedere misure di assistenza e protezione. Sarebbe opportuno rendere più conveniente la collaborazione di giustizia, innalzando il trattamento economico che garantisca un tenore di vita più decoroso al “pentito”. Ora sono previsti 2mila euro per nucleo familiare, una cifra inadeguata perché chi delinque ha di solito grandi disponibilità finanziarie.
«Sarebbe opportuno inoltre estendere la platea dei reati per i quali è possibile accedere alle misure tutorie e di assistenza, anche nei confronti degli imprenditori che commettono reati tributari. L’emissione di fatture per operazioni inesistenti, infatti, è uno dei principali veicoli per cementare la collusione con sodalizi mafiosi. Sarebbe poi necessario investire nel settore tecnologico per riuscire a decrittare gli strumenti di comunicazione informatica criptati ai quali sempre più spesso viene fatto ricorso».l
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