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L’intervista

Moda, giù gli acquisti nel lusso: perché i grandi marchi guadagnano lo stesso e l’impatto sulla manifattura

di Massimiliano Frascino

	Sergio Tamborini
Sergio Tamborini

La ricetta di Sergio Tamborini, presidente di Sistema moda Italia: «Centrale far tornare appetibili i prodotti per il ceto medio»

10 luglio 2024
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Confindustria prende di petto il tabù dei margini di utile nell’industria della moda, in modo esplicito. Dopo l’ubriacatura collettiva del lusso, il capovolgimento di prospettiva che oramai da mesi si è manifestato sui mercati col crollo degli acquisti, infatti, impone un cambio di direzione drastico. Che chiama in causa i grandi gruppi multinazionali proprietari delle maison. Lo chiarisce bene Sergio Tamborini, presidente di Sistema Moda Italia. «Partiamo dai numeri, per inquadrare il contesto – esordisce nel suo ragionamento Tamborini – Nel mondo il sistema moda ha un fatturato di 3mila miliardi e dà lavoro al 15% della popolazione attiva. In Italia ci lavorano 600mila persone in 50mila aziende: 112 miliardi di fatturato, 64 dei quali nel comparto tessile. Con un export diretto che arriva a quote del 60-70%, e fino al 75-80% con quello in diretta».

Ma oggi la crisi morde: soltanto in Toscana 7mila persone sono in cassa integrazione ed emerge in modo lapalissiano l’assenza di una politica industriale. Con l’unico piano B consistente nel ricorso agli ammortizzatori sociali…

«La politica ha sempre visto il sistema della moda come una passerella per feste e sfilate, non considerandolo come un vero comparto industriale. L’attenzione è concentrata su comparti come automotive, informatica, farmaceutica, sottovalutando la rilevanza in termini economici e occupazionali dell’industria della moda, che richiederebbe scelte qualificanti».

Rispetto a cosa?

«Ad approvvigionamento energetico, sostenibilità e contrattualistica del lavoro, definendo un unico contratto collettivo con un minimo salariale che elimini la frammentazione contrattuale, a cui si aggiungono i contratti pirata. E bisognerebbe uscire dall’equivoco del sovranismo economico perché per il mondo della moda, internazionalizzato per antonomasia, questo sarebbe dannoso».

In questi anni, le holding multinazionali, specialmente francesi, hanno fatto i soldi a palate.

«Oggi c’è una dicotomia che va eliminata. Da una parte multinazionali, fortissime in marketing, commercializzazione e distribuzione, che di fronte al crollo dei consumi nel mercato del lusso hanno semplicemente venduto meno prodotti a un prezzo molto più alto per mantenere elevati i propri margini. Borse che fino al 2019 si vendevano a 3-4mila euro, oggi arrivano a 12-15mila. Con l’obiettivo di tenere alti gli utili».

Chi ci ha rimesso?

«La manifattura, che ha visto crollare il livello della produzione. Il problema è che proprio la manifattura è la nostra specializzazione produttiva nazionale. Un tessuto d’impresa insostituibile per competenze e capacità produttiva che va difeso a ogni costo, perché è uno dei punti forti del nostro apparato manifatturiero e industriale».

Il lusso è in crisi nera?

«I prodotti di altissima gamma avranno sempre un mercato, ma si tratta di una nicchia. Dopo l’euforia del biennio 2021/22, a partire dall’anno scorso c’è stato un cambio netto di prospettiva con l’entrata in crisi del ceto medio, compreso anche quello benestante appartenente alle classi medio alte, che di fronte a certi prezzi ha smesso di acquistare. Oggi peraltro prodotti di fascia medio alta con un buon rapporto qualità prezzo avrebbero un mercato, ma manca una rete distributiva tradizionale multimarca diffusa. A questo aggiungiamo che anche il mercato cinese, con una regia che ha spinto su logiche nazionaliste, ha ridotto moltissimo gli acquisti dei beni di lusso».

Qual è la soluzione?

«Abbassare i prezzi e far tornare appetibili i prodotti per il ceto medio. I primi a capirlo devono essere i grandi gruppi multinazionali. Perché se si pensa di risolvere il problema riducendo semplicemente i volumi ma tenendo alti i prezzi, si pagherà un costo altissimo in termini di sostenibilità sociale».

Va riorientato anche il sistema produttivo?

«Bisogna declinare in maniera diversa l’alto di gamma e basso di gamma, anche perché a livello di massa stanno cambiando gli approcci dei consumatori che privilegiano i beni ambientalmente sostenibili. Per cui sul lusso bisogna progettare beni durevoli ma riparabili, sul medio e basso di gamma occorre puntare su riciclo e circolarità della materia prima. Anche per questo, tornando alla politica, bisogna che si sbrighino ad approvare la legge sulla costituzione dei consorzi obbligatori per il recupero di materia, che implica la responsabilità dei produttori, ferma oramai da due anni. Come è stato fatto in passato per il recupero di carta, imballaggi, batterie o copertoni».

Funzionano sempre le filiere?

«Sì. Le filiere come quelle del tessile o della concia della pelle, organizzate per distretti, continuano a essere il punto di forza della nostra manifattura. Basti pensare a quelle della seta a Como, della lana a Biella, della pelle a Santa Croce sull’Arno o dei tessuti e della maglieria a Prato».

Quali sono le nuove tendenze nella moda?

«Fermo restando che la moda è in continua evoluzione e che i fenomeni di consumo sono volubili, siamo stati tutti ciclisti, poi tutti i runner e oggi tutti sono tennisti. La tendenza di fondo è quella di ampliare l’area di comfort dei prodotti. Più maglieria, meno tessuti. Meno camice e più shirt, facili da lavare e da stirare. Con una grande ricerca applicata ai tessuti. Riduzione drastica dell’utilizzo dell’abito formale classico da uomo, ampliamento della gamma dei modelli informali. Lo stesso sta avvenendo nel settore delle calzature, dove il cuoio è praticamente quasi scomparso e si moltiplicano i modelli di scarpa dalle quali si recuperano materiali o che possono essere riparate facilmente».

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