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Toscana, pinete attaccate da un insetto killer: cos’è, quali danni provoca e l’unico modo per fermarlo

di Francesco Paletti
Toscana, pinete attaccate da un insetto killer: cos’è, quali danni provoca e l’unico modo per fermarlo

Gli esperti: «L’avanzata della cocciniglia tartaruga da Pisa alla Versilia non si fermerà». C’è un solo rimedio, ma dai costi notevoli. Il punto della situazione

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Ora pure Viareggio ha paura. Tanta anche. Perché la cocciniglia tartaruga, l’insetto killer del pino che ha mietuto stragi in Campania e nel Lazio, è arrivata anche sul litorale pisano, a Tirrenia, Marina di Pisa e Camp Darby. «E da lì alla Versilia è davvero un tiro di schioppo dato che l’insetto si sposta anche e soprattutto grazie ai venti e, quindi, è quasi impossibile fermarlo» dice Angelico Bonuccelli, agronomo e viareggino, una vita alla direzione del servizio Giardini del Comune di Roma. Dal 2022 è consulente dello stesso municipio capitolino con il compito di combattere la cocciniglia in tutto il territorio comunale della capitale. «Contrastarne l’avanzata verso nord è impossibile: presto sarà anche qui a Viareggio, dubbi proprio non ce ne sono – insiste –. Se dobbiamo preoccuparci? Assolutamente sì, ma anche organizzarci per contrastarne la diffusione: è una battaglia difficile ma non impossibile».

Cosa si può fare

Bonuccelli ne è convinto: «Qualcosa si può fare e ce lo insegna proprio l’esperienza di Roma, ma bisogna attrezzarci immediatamente: è necessario fin da subito che coloro che sono deputati alla difesa del patrimonio verde della regione, se vogliono salvare i nostri pini, predispongano già da ora un protocollo per l’avvistamento e, quindi, per la lotta al parassita». E poi servono i soldi, tanti anche. «Perché senza fondi, qualunque strategia non funzionerà» dice senza mezzi termini l’agronomo. Le strade per combattere il parassita killer, comunque, restano due. La prima è quella del cosiddetto antagonista naturale, ossia un altro insetto capace di contrastarne la diffusione. E nel lungo periodo è anche la più efficace. A patto, però, di scoprirlo quell’insetto. Al Crea-dc, il centro di ricerca governativo per la difesa delle piante agrarie e forestali, invero, lo hanno trovato: si chiama Thalassa Monte Zumae ed è una coccinella dei Caraibi, precisamente della isole Turk e Coicos. «Sembrerebbe funzionare – riconosce anche Bonuccelli –, ma la soluzione è ancora lontana: anche ammettendo che l’efficacia di questo antagonista fosse scientificamente accertata già domani, infatti, avremmo i primi risultati solo fra due o tre anni, considerando i tempi di riproduzione e d’immissione massiccia in natura. E il rischio è che nel frattempo una parte importantissima dei nostri pini domestici vada irrimediabilmente perduta».

Soluzione immediata e costi

Nell’immediato, invece, per l’agronomo viareggino la soluzione è «l’endoterapia a base di Ambamectina, un insetticida molto potente». Sono le iniezioni nei tronchi della pianta che il servizio fitosanitario della Regione Toscana sta già applicando sui decine di pini colpiti a Marina di Pisa. «A Roma vi siamo ricorsi su larghissima scala e ha dato risultati importanti» sottolinea l’agronomo. Però è anche una terapia molto costosa: «Nella capitale sono stati spesi circa cinque milioni di euro per 80mila pini – dice –. Il costo medio va da un minimo di 60 a un massimo di cento euro per ciascuna pianta a cui viene applicata». Beninteso, nemmeno quella è la panacea di tutti i problemi. Però spesso funziona: «Se il pino è stato attaccato da non più di tre anni, con l’endoterapia riusciamo quasi sempre a recuperarlo». A patto, però, di avere le risorse per somministrarla a tutti quelli colpiti. «Ecco perché è fondamentale programmare stanziando in tempo i fondi necessari ad intervenire» insiste. Parallelamente, però, sarebbe necessario anche mettere in campo un capillare intervento di monitoraggio per verificare periodicamente lo stato di salute dei pini domestici. Come? «Sarebbe utile individuare delle zone campione in cui, almeno ogni sei mesi, prelevare dei rametti dalle chiome dei pini per vedere se tra gli aghi apicali hanno iniziato a insediarsi i parassiti – conclude Bonuccelli –. Questo permetterebbe di scoprire in tempo l’inizio del contagio e, quindi, di pianificare in anticipo gli interventi».

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