Gioco
Elezioni europee: la sinistra si riprende la Toscana, l’effetto Elly sul futuro di Giani
Il centrodestra torna dietro. Le maggioranze possibili in vista del 2025
Contrordine compagni. Ethel cioè Elena detta Elly ha riportato le lancette indietro nel tempo. Attenzione, la Toscana sta tornando rossa. Sì, proprio così. Roba da mandare al manicomio i politologi, che da anni raccontano il crepuscolo della regione felix ormai piena di periferie arrabbiate e orientate al rutto elettorale. Nella enclave che finora si pensava smacchiata, la terra giaguara ferita dall’orda dei vari sovranos che in questi anni hanno sferzato il fu fortino bulgaro del Pci e poi della ditta Pds-Ds-Pd a suon di scalpi città per città, finanche cambiando connotati sociali e politici di un territorio, c’è un rigurgito d’orgoglio. Revenge Pd.
Dopo tornate a registrare crolli e grandi schiaffoni, Elena Ethel detta Elly Schlein ha invertito la rotta. Ritorno al futuro. Il Partito democratico è redivivo primo partito e, udite udite, potenzialmente guida una coalizione che assapora già una nuova maggioranza in Regione. E anzi di fronte ai dem, sulla linea dell’orizzonte delle prossime Regionali, scintillano addirittura tre maggioranze possibili, tre scenari vincenti. Non sarà più la stagione dell’autosufficienza, ma si intravede una certa abbondanza. Una rogna per il melonismo. Mentre deborda quasi ovunque nel Paese, la premier cede il passo in Toscana. E se FdI aveva perfino sperimentato il brivido del sorpasso due anni fa al Senato totalizzando il 25,89% lasciando il Pd al 25,56, adesso si ritrova secondo partito, certo ancora in crescita (supera il 27%) ma pur sempre dietro i dem tornati ai livelli del 2019, cioè al 31,90%, e con una Lega ormai sparuta e spaurita. Perché c’è un’altra certezza che scolpiscono i dati. Se le truppe di Giorgia e del plenipotenziario Giovanni Donzelli vorranno provare a conquistare l’ultimo bastione della sinistra, dovranno allargare la propria base di consenso. Quella su cui poggia l’attuale asse della destra non basta più. I sogni di Alessandro Tomasi, sindaco di Pistoia e candidato governatore in pectore dei Fratelli d’Italia toscani, rischierebbero di evaporare. Effetto Elly, anzi Ethel.
Ma andiamo con ordine. Sommando i valori delle liste che oggi sostengono la giunta di Eugenio Giani a Palazzo Pegaso (Renzi incluso, ohibò, poi ci torniamo), il centrosinistra con i voti delle Europee si attesta al 47,05%, davanti al centrodestra fermo al 39,93%. Un ribaltamento rispetto alle Politiche del 2022, quando la destra meloniana incassò il 38,58%, mentre il campetto di Pd, Avs, + Europa e il cartello civico di Luigi Di Maio raggranellò il 34,64%. «Siamo tornati il primo partito in regione, facciamo uno scatto enorme rispetto alle Politiche, il Pd ha rialzato la testa grazie a un balzo diffuso sul territorio importantissimo per costruire l’alternativa alla destra, anche in Toscana», esulta il segretario dem Emiliano Fossi.
A fare da traino il voto nelle città. Il Pd è primo partito a Firenze, Livorno, lo è ancora nel Senese, ed è tornato ad esserlo anche in provincia di Pisa, sotto la Torre del leghista Michele Conti, nella provincia di Prato e nei due capoluoghi di Massa e Carrara, scorse via negli anni come debacle ineluttabili, simboli della caduta. C’è pure un’altra sorpresa: dove i dem sono forti lo è anche l’Alleanza rossoverde di Fratoianni e Bonelli, terzo partito nelle città-salotto.
È il segno di una connessione sentimentale ritrovata - dicono ora i dirigenti dem - con un popolo finora smarrito, una contro diaspora che potrebbe aver ripescato delusi ai Cinquestelle ma anche nell’elettorato di Italia Viva. Una mutazione che cambia la natura del partito e consolida lo scartamento a sinistra del baricentro e certo condizionerà anche future candidature, a cominciare dalle regionali. «Eugenio ha già ordinato la Kefiah, e rispolverato una vecchia cronica in cui si racconta di quella volta che Cosimo propose il salario minimo per i muratori di Santa Maria del Fiore», ironizzano già al quartier generale dei dem toscani. Non a caso Fossi, per tutta la giornata barricato al comitato elettorale di Sara Funaro a Porta al Prato, per ora azzarda una rotta solo teorica: «Questo voto restituisce il Pd come perno della costruzione dell’alternativa alla destra e dobbiamo farlo ripartendo dai temi che hanno segnato questo risultato: la sanità, la protezione sociale, tornare ad occuparci dei problemi delle persone». Tradotto: strambare a sinistra, attuare politiche più progressiste. Se non è un messaggio anche a Giani poco ci manca. L’identikit del governatore nel 2025 sarà ancora quello giusto per il nuovo corso?
Lui si smarca. «Il Pd ha fatto un grande risultato in Toscana e a questo ha contribuito anche il buon governo della regione». Spostare il baricentro, sintonizzarsi sulle onde radio schleiniane? «Vedo grande unità e squadra che vince non si cambia. Nella foto della vittoria c’era Elly ma anche Bonaccini, e io sto dentro questo Pd», gongola Giani che non vuol sentir parlare di riequilibri o commentare la scoppola renziana. Il governatore piuttosto parla di un centrosinistra che recupera comuni che da anni erano persi come Castel del Piano, Chianciano o la Fiesole per cui è stato il primo ispiratore della candidatura della ex assessora regionale e ora neosindaca Cristina Scaletti, che riporta le colline signorili di fiorentine al Pd dopo dieci anni.
E qui allora si torna alle maggioranze possibili. Se lo schema Giani, con la Sinistra, Renzi e Calenda, oggi vale il 47,05%, escludendo i centristi e arruolando i grillini non cambierebbe troppo, anzi: 47,67%. Un iperuranico e per ora molto poco concreto campo largo veleggerebbe addirittura al 55,27%. Ma è appunto teoretica più che teoria.
Quel che filtra da Palazzo Strozzi è che Eugenio non potrà più permettersi certe premure e delicatezze con Matteo. Ché se c’è un’ulteriore evidenza che s’avanza con il voto per Bruxelles è la fine di Renxi. Se l’ex premier pensava di poter fare il Craxi della politica toscana e fiorentina, questa tornata mortifica quell’aspirazione. La essicca con un misero 4,8% in regione e un deludente 7,4% alle Comunali di Firenze. Matteo Renzi non sarà più l’ago della bilancia. E il fronte moderato, spappolato fra il suo personalismo e quello di Carlo Calenda, in Toscana può aspirare al ruolo di stampella. Più che contendente pare destinato a restare un mero contribuente di una coalizione che potrebbe anche farne a meno. «Un laboratorio per un’alleanza futura in regione potrebbe essere Scandicci, dove Claudia Sereni ha saputo unire tutti dal Pd a Avs, da Calenda a M5s», suggerisce il responsabile enti locali dei dem toscani, Stefano Bruzzesi, il Richelieu del Pd. Notate un assente? Roba che suona come un Matteo stai sereno. E parecchio sereno si mostra Donzelli: «Ma quale sorpasso del centrosinistra – dice il responsabile organizzazione del partito di Meloni –. In Toscana non si può fare la somma algebrica di tutti i cespugli della sinistra. Chi ha votato Fratoianni e Bonelli alle Europee alle Regionali non voterà mai una coalizione di centrosinistra favorevole all’aeroporto di Firenze o alla Tav. E il M5s non si alleerà mai col Pd qui. Siamo ancora avanti noi».
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