Il Tirreno

Toscana

Il superstite della tragedia

Schianto a Rosignano, il casellante sopravvissuto: «Un colpo, poi l'inferno. Ho urlato "sono vivo" per calmare i colleghi»

di Claudia Guarino
Il casellante 43enne e il luogo della tragedia (Foto Falorni/Silvi)
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Il casellante 43enne e il luogo della tragedia (Foto Falorni/Silvi)

Le parole del 43enne testimone del disastro alla barriera dell'A12 dove sono morte tre persone: «Porterò i vestiti insanguinati a Montenero»

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ROSIGNANO. Aveva appena riscosso il pagamento da parte di una famiglia di svizzeri quando, all’improvviso, ha sentito un colpo. E il mondo intorno ha cominciato a sussultare. Cinque secondi. Il vetro va in frantumi, la scrivania lo colpisce sulle gambe. Lui, d’istinto, mette le mani avanti. E guarda in alto. «Pensavo che la cabina mi stesse per crollare addosso». Poi, lo scatto. Scavalca la finestra, salta giù. Ed è sulla strada. Faccia a faccia con l’inferno di lamiere che ha strappato la vita a tre persone.

Il 43enne cecinese Gabriele Santoni è il casellante (o meglio, l’esattore dell’autostrada, per dirlo col termine tecnico) che si trovava nel gabbiotto all’uscita dell’A12, a Rosignano. Quello abbattuto domenica 2 giugno dalla Honda nera che si è schiantata contro i veicoli in fila provocando la morte di tre persone: la coppia di tedeschi occupanti della Honda e un 21enne fiorentino che era con una ragazza nella macchina tamponata per prima. Santoni ne è uscito con sei punti in fronte e una prognosi di 15 giorni. Non vuole sentir parlare di miracolo, ma assicura: «Porterò i vestiti sporchi di sangue a Montenero».


Santoni, dove si trovava al momento dello schianto?

«Ero in cabina e avevo appena fatto pagare un signore svizzero. La sbarra era già aperta e la macchina stava per andare via. La mia pista era la 42, mentre il fatto è successo alla 43».

Dunque non ha visto arrivare la Honda nera. Ha sentito il colpo

«Sì, ho sentito un colpo. Sembrava che la cabina crollasse. E credevo che mi sarebbe caduta addosso, perciò ho messo le mani avanti. Ma in realtà non ce n’era bisogno perché non si è accartocciata come pensavo. Essendo stata divelta ha solo cambiato asse».

Che cosa ha pensato in quel momento?

«Sul momento mi sono detto: “Questo è un camion”. Invece poi ho capito: era un’auto che aveva preso la parte inferiore del casello».

È uscito da solo o l’hanno tirata fuori i soccorritori?

«Da solo. Ha presente quando c’è un terremoto? Appena si ferma tutto la gente esce. Io ho fatto lo stesso, quando tutto si è fermato sono uscito da quel buco. Ho messo le mani ai bordi della finestra, ho saltato e ho gridato: “Sono vivo, sono vivo”. Ma non per me, io lo sapevo di essere vivo, l’ho fatto per avvisare gli altri (i colleghi, ndr)».

Che cosa ha visto lì fuori?

«Sono uscito dal lato opposto a quello dell’incidente. Volevo fare qualcosa per gli altri, ma mi hanno detto di stare a sedere. Poi, quando mi sono avvicinato alla pista 43, ho visto la bimba (la ragazza che era nella 500 insieme al 21enne deceduto, ndr). Non aveva un graffio ma era sotto choc. Non credo che avesse realizzato che il ragazzo era morto. Nel frattempo una mia collega ha soccorso i bambini che erano nella prima macchina poi, man mano, sono arrivati tutti».

Lei è ferito?

«Al pronto soccorso mi hanno dato sei punti sulla fronte. Mi è esploso il vetro addosso: credo di essermi ferito così. Poi mi sono tagliato l’anulare e il mignolo della mano destra scavalcando la finestra e ho dei lividi sulle gambe perché mi ha travolto la scrivania. In tutto mi hanno dato 15 giorni di prognosi».

Le è andata bene

«Sì. In un certo senso sono stato fortunato. Ma è triste pensare che la vita può finire così. Anche perché, pensandoci, una cosa del genere potrebbe succedere a tutti. Tutti passiamo dal casello».

Ma non ha avuto nemmeno un po’ di paura?

«No, non ero sotto choc. Ho sempre avuto sangue freddo per queste cose».

Ma perché, le era già successa una cosa simile?

«Due estati fa a Collesalvetti capitò che un’auto prese fuoco nella mia corsia. Dentro c’erano marito, moglie e bimbo. Ma uscirono tutti. Io presi l’estintore cercando di spegnere l’incendio e andai anche a recuperare il fondo cassa e i miei effetti personali. Come ho detto, non entro nel panico, mantengo il sangue freddo. Perciò mi sono detto: se doveva succedere meglio che sia successo a me».

Tra qualche giorno dovrà tornare al lavoro

«Sì. Non so se avrò paura a tornare in cabina. Mi sono chiesto che effetto mi farà, ma probabilmente pian piano non ci penserò più».

Si sente miracolato?

«Miracolato è una parola grossa. Diciamo che sono stato fortunato rispetto ad altri. Certo, se ci ripenso un po’ di magone mi viene, per la situazione. C’è da dire che sono credente. Porterò gli indumenti insanguinati a Montenero».

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